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Che cosa mi conviene?

Un post precedente
sull’argomento

conveniente o †convenente
part. pres. di convenire; anche agg.
1 Opportuno, adatto alle circostanze, appropriato: comportarsi, parlare in modo conveniente alla situazione; veste in modo poco conveniente a una donna anziana.
2 Che è vantaggioso dal punto di vista economico: sistemazione conveniente; quell’affare non è conveniente.

Il verbo convenire, da cui proviene conveniente, ha in sé l’idea dell’incontro, del giungere insieme ad uno stesso punto. Qualcosa mi conviene se si incontra con una mia esigenza. E’ un vero peccato che il sostantivo convenienza ormai sia limitato quasi del tutto all’economia spicciola.

Scrivere I promessi sposi con le frasi brevi e frammentate che usa Peguy ne I misteri non sarebbe stato  conveniente, per Manzoni, perché nessuno avrebbe letto il suo romanzo. Allo stesso modo, un libro di testo senza punteggiatura o dialogato come un testo teatrale non sarebbe conveniente: a parte la possibilità di equivoci, sarebbe un metodo poco efficiente per imparare cose tipo, che so, il diametro dei satelliti di Giove. Un esempio più quotidiano, invece, l’ho appena scoperto su LinkedIn dove qualcuno ha aperto una discussione col titolo Stationery (writing text for), che attira l’occhio più di Writing text for stationery.

Se chiamo “forza” ciò che mi aiuta a raggiungere lo scopo, una volta scelto il tipo di scrittura conveniente, si può considerare questa regola: mettere le parole nel punto in cui hanno più forza e usare la punteggiatura per dar forza alle parole.

Questo mettere le parole e la punteggiatura in un posto o nell’altro si chiama forma. Anche stile, secondo alcuni; io penso che lo stile sia un passo ulteriore e personale e preferisco dire “forma”.

La forma è, per la scrittura, quello che gli argini sono per un corso d’acqua. Senza argini, il corso non c’è.

Continua

acqua senza argini


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Responsabilità

responsabilità o †risponsabilità
[fr. responsabilité, dall’ingl. responsability, da responsible ‘responsabile’; 1760]
s. f.
1 Il fatto di essere responsabile | Onere giuridico o morale derivante da atti propri o altrui: assumersi le proprie responsabilità; fare qlco. sotto la propria responsabilità; responsabilità civile, morale; declinare ogni responsabilità.
2 Consapevolezza delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano: dimostrare (senso di) responsabilità.

.

Chi usa le parole ne è sempre responsabile nel senso 2. Il problema è che i più non sembrano averlo capito (alcuni invece non si capisce bene se l’hanno capito e ci marciano oppure no).

Da questo derivano atti come quello di ieri sera contro il Presidente del Consiglio.

Chi è l’autore? Un “folle”, come ha scritto qualcuno? Questo è un altro esempio di non-responsabilità, perché uno che è in cura non è necessariamente un folle, così come non lo è necessariamente chi fa un’azione stupida.

Usare le parole senza responsabilità ha l’effetto di influire negativamente sulle menti deboli. Se uno sente ripetere per un certo tempo” eh, quello, bisognerebbe spaccargli la testa!” e non ha un cervello abbastanza formato da capire che spaccare la testa alla gente non è il miglior modo di vivere, che cosa può accadere? Può accadere che a un certo punto, per motivi che non si sapranno mai, salta su e va a spaccar la testa a “quello”.

La folla che fa? Lo vuole linciare. E’ tanto diversa, questa folla, dall’aggressore? Io dico di no. Eppure si tratta di brava gente, quelli che salutiamo ogni mattina quando portiamo i figli all’asilo.

Già, i figli. I bambini non hanno il “cervello abbastanza formato” da saper discernere tra un’azione buona e una meno buona; lo imparano dagli adulti. Che effetto può fare la sovraesposizione a certi tipi di linguaggio e di espressione, certo modo di parlare dei rapporti nella politica, nel lavoro, nelle relazioni interpersonali?

Qualcuno se lo chiede (per esempio Claudio Risé) ma, insomma, sarebbe ora che ce lo chiedessimo tutti perché l’educazione è una responsabilità di ciascuno. Ugualmente la civiltà, la società, l’armonia e la crescita di un Paese.

San Pietro raccomanda ai cristiani di portare le proprie ragioni “con dolcezza e rispetto” (prima lettera): mi pare un buon consiglio per tutti. Ci vuole un po’ di fatica per imparare a farlo, un po’ di volontà e qualcuno che abbia lo stesso desiderio – perché insieme ci si aiuta nel lavoro – ma ci si riesce.

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Basso profilo

20 novembre 2009

Ieri sono stati scelti i due massimi rappresentanti dell’Unione europea di fronte al mondo: il presidente del Consiglio europeo e l’alto rappresentante dell’Unione per la politica estera. Li ha scelti il Consiglio stesso. La carica di presidente dura due anni e mezzo ed è rinnovabile una volta sola (anche se, per chissà quali motivi, la si dice “permanente”). E’ una novità: finora la presidenza del Consiglio europeo aveva turni di sei mesi.

Il presidente del Consiglio europeo sarà il capo del governo belga Van Rompuy, un politico che i suoi colleghi e i quotidiani definiscono “di profilo basso”.

Perché diamine lo hanno scelto, se lo ritengono mediocre?

Dallo Zingarelli 2008, voce “profilo”

6 (fig.) Sommaria descrizione delle caratteristiche di qlco. o di qlcu.: […]| Profilo basso, basso profilo, linea di condotta che rifugge dall’ostentazione: mantenere un profilo basso; strategia del basso profilo | Di basso profilo, mediocre, di scarso valore: polemica di basso profilo

Come si vede, la locuzione “basso profilo” ha due significati ed è evidente che usare l’uno o l’altro fa una qualche differenza.

In realtà i suoi colleghi politici e i suoi concittadini non lo ritengono affatto mediocre; dopo un giro sul web, che ho fatto la settimana scorsa, direi anzi che è molto stimato per ciò che ha saputo fare in patria.

Alcuni commenti e articoli che ho letto usano “basso profilo” nel significato di “linea di condotta che rifugge dall’ostentazione”.

Sicuramente Van Rompuy non è sulle prime pagine dei quotidiani quanto altri presidenti ma non mi pare che la mediocrità o l’eccellenza, o qualunque grado intermedio, si misurino in prime pagine conquistate, giusto? Non credo s’intenda questo, parlando di trasparenza delle procedure europee, vero?

Altri, invece, usano la frase nell’altro senso e direi che o sono distratti o lo fanno apposta.

O forse – c’è sempre una terza via, come direbbe il capitano Kirk – confondono la presidenza del Consiglio europeo con la presentazione degli Mtv Awards?

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Contadini

I contadini esistono ancora?

A giudicare dal linguaggio di certuni parrebbe di sì, visto che farmers’ market è tradotto con “mercato del contadino” e che la parola “contadino” si sente e legge in riferimento all’agricoltura.

Però… Se i nomi delle cose ci aiutano a raccontarle, vale a dire, se le parole solo il nome delle esperienze, ci deve essere una qualche differenza nel parlare di “contadino”, di “agricoltore” o di “imprenditore agricolo”. Perché altrimenti sono nati tre termini diversi?

E visto che io sono:

a) figlia di un agricoltore,

b) sorella di un agricoltore,

c) ex dipendente della maggiore e più antica organizzazione professionale agricola d’Italia,

d) laureata in Agraria,

e) una che lavora con le parole,

c’ho pure i titoli per dire che sì, esiste una differenza.

Continua

 

 

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Lingua e pensiero

Mio padre è sardo, mia madre umbra, io sono nata e cresciuta in Umbria, quasi al centro di un triangolo che ha come vertici Assisi, Perugia e Gubbio, dove i cartelli degli affittacamere esponevano la scritta “camere zimmer chambres rooms”. Sono cresciuta sapendo che esistono più modi di indicare lo stesso oggetto. L’ho capito a sette anni, proprio leggendo quel cartello lì.

(A sette anni ho pure scritto il mio primo vocabolario, italiano-sardo.)

Col tempo ho capito che il modo di organizzare i pensieri varia con la lingua che si parla.

Ho poi scoperto che se ne sono accorte anche altre persone e ho smesso di temere di essere razzista.

Già, non sono immune al PC.

Aggiornamento

Gli italiani sono famosi (e temo che lo siano a ragione) per la ripugnanza verso le lingue straniere. Questo è comprensibile perché abbiamo la lingua più bella del mondo ed è chiaro che siamo soddisfatti così.

Mi chiedo: in passato, quando il latino – vale a dire una lingua straniera – si studiava a scuola e si applicava nella vita quotidiana – perché a Messa ci andavano tutti e dunque c’era un’esposizione regolare alla lingua straniera, per quanto formale – chissà se gli italiani erano meno pigri verso gli idiomi altrui?

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Dialogo

diàlogo

dallo Zanichelli 2008

[vc. dotta, lat. dialogu(m), dal gr. diálogos ‘discorso (lógos) tra (diá) persone’; av. 1304]

s. m. (pl. -ghi o †-gi; solo sing. nel sign. 2)

1 Discorso fra due o più persone: ascoltare, riferire un dialogo; avere un dialogo con qlcu.; prendere parte a un dialogo; udì alcune battute del dialogo | Recitazione a battute alterne di un testo drammatico | (spec. al pl.) Insieme delle battute di un testo cinematografico.

2 (est.) Confronto basato sulla disponibilità al chiarimento, all’intesa: dialogo tra forze politiche diverse | Atteggiamento di reciproca comprensione basata sul desiderio di capire e di farsi capire: il dialogo fra genitori e figli; fra noi non c’è più dialogo | (fig.) Dialogo fra sordi, rapporto, confronto in cui nessuna delle due parti intende ascoltare le ragioni dell’altra.

[I significati 3 e 4 non fanno al caso mio]

*

L’altro è essenziale perché la mia esistenza si sviluppi,
perché quello che io sono sia dinamismo e vita.

Dialogo è questo rapporto con l’«altro», chiunque o comunque sia.
(L. Giussani, Il rischio educativo, Rizzoli, Milano, 2005)

*

“… dialogo, parola malata e ambigua…” (P. Bersani, TG1 delle 20,00, sabato 7 novembre 2009)

.

Possono le parole essere malate e ambigue? Non sarà invece l’uso illegittimo che se ne fa? Uso illegittimo che, nel caso di ‘dialogo’ è caratteristico della parte di Bersani, per giunta.

Davvero grottesco.

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Cocomeri e lavoro

Dicono che il presidente Lincoln quando era molto molto molto adirato scrivesse lunghe lettere di rimprovero a chi l’aveva fatto arrabbiare. Poi le chiudeva in un cassetto e le lasciava lì, dove furono trovate dopo la sua morte. Faceva così perchè il 99% dell’irritazione è lavato via dall’atto di scrivere sentimenti e ragioni, non dall’atto di farlo sapere all’altro.

Così ho deciso di adottare il metodo Lincoln per una cosa che mi ha irritato molto, qualche giorno fa. Ho deciso poi di pubblicarla qui perché riguarda comunque il mio lavoro, vale a dire la comunicazione.

Cocomeri e lavoro

Qualche giorno fa ho sentito al telegiornale una piccola notizia che mi ha disturbato molto. Era un breve servizio sui cocomerai di Milano, rimasti in quattro in tutta la città.  Mostrava un chiosco, il proprietario che spaccava un cocomero in grosse fette (diciamo 8 fette da un cocomero) e le vendeva ai clienti, divenuti sempre più rari negli anni, non si capisce bene perché. Un mestiere che va scomparendo, insomma. E ognuno dovrebbe poter fare il mestiere che vuole, io faccio il ghostwriter, figuriamoci se non condivido. Che c’è da rimanere disturbati?

A un certo punto, l’intervistatore chiede al gestore del chiosco il prezzo della fetta: 3 e 50. Sono quasi svenuta. Un mestiere che va scomparendo? Ma quando mai. Un mestiere così deve scomparire. Se una fetta di cocomero costa 3,50 euro e da un cocomero ne traggo otto, vuol dire che l’intero frutto costa 28 euro. E non è così. Non ditemi che c’è il servizio: che servizio è spaccare un cocomero in otto parti? Ci sono i trasporti, i costi di gestione, l’affitto del posto, le tasse, la giusta retribuzione per chi lavora? D’accordo. Però la retribuzione credo vada commisurata al lavoro. E quando i costi sono alti e l’attività è fuori mercato, la si cambia. Chiudono le aziende e vogliamo piangete sui chioschi dei cocomerai?

In realtà, non è questo che mi infastidisce. Se un consumatore è così stordito da pagare 3,50 euro una fetta di cocomero, non è un problema mio. Chiaramente i milanesi hanno ben capito che, a parità di costo, è meglio comprare tutto il cocomero (che costa 3-4 euro tutto intero), mangiarsene una o due fette (che si possono anche portare in ufficio, in una borsa frigo) e regalare le altre ai vicini di casa. A irritarmi tanto da pensarci ancora dopo tre giorni sono stati altri due fatti.

Innanzitutto, che un servizio simile sia stato trasmesso da un notiziario nazionale in prima serata e con un tono neutro, come se davvero la scomparsa di cocomerai che vendono le fette a 3,50 euro fosse un argomento cui pensare seriamente. Il taglio non era ironico: ho dei testimoni.

Il telegiornale delle 20,00 lo vedono tutti e questo mi pare che implichi una qualche responsabilità. Non si può parlare delle cose come se avessero tutte lo stesso peso. Esistono mestieri veri e preziosi che scompaiono (tipo la ricamatrice) e le richieste di certi artigiani vanno deserte a migliaia, mentre si aprono decine di nuove partite IVA che forse scompariranno appena finiti i tre anni di regime minimo. Che esista un problema lavoro non lo nega nessuno ma cerchiamo di non fare di ogni erba un fascio.

È lo stesso con le parole. Oggi è “strage” la morte di un numero di persone superiore a due: da tre a tremila, per accidente o terrorismo, è sempre “strage”. Solo che una strage è l’uccisione violenta di un gran numero di persone o animali insieme (Zingarelli 2008), non è la morte di quattro persone in un incidente stradale per aver bevuto troppo. Il dolore e la perdita di chi resta saranno forse uguali ma la parola deve essere diversa altrimenti tutto si appiattisce. Le parole, diceva don Giussani, sono il nome di esperienze oppure sono suoni. E Orwell aveva già notato che se decade il linguaggio decadono anche il pensiero e la società. Infatti oggi sono tutti eroi, la standing ovation va fatta per quasi chiunque entri in uno studio televisivo, i laici sono i non-cattolici o i non credenti – incluso, per logica, il Dalai Lama – e così via.

Il secondo fatto è che sembra davvero difficile dare il giusto valore economico alle cose, incluso il lavoro. E alla fine tutti finiscono col pretendere che il giusto valore sia basso per qualunque cosa. Il servizio sui cocomeri mi ha fatto pensare al libro di Richard Sennet L’uomo artigiano e a quello che ne diceva Luca Doninelli sul Sussidiario di qualche giorno fa. Nelle ultime settimane mi sono scontrata più di una volta con il problema di dare un giusto prezzo al mio lavoro: sia esso il pizzo all’uncinetto che faccio per la mostra della Caritas o la bozza che correggo o il libro che scrivo. Spesso mi sono tornate in mente le considerazioni di Doninelli e oggi ho finalmente comprato il libro di Sennet, magari m’aiuta. Fortunatamente io posso “darmi” il prezzo che voglio ma prima o poi dovrò forse .

Che cosa fa il giusto prezzo? Quello che voglio? Quello che mi aspetto? Quello che si aspettano gli altri? Non lo so. Non mi sembra, però, che possa essere il comodo di qualcuno. Cocomeraio o altro.

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