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Pubblicare a pagamento

Aggiornamento: Aggiunto link in fondo

L’espressione “casa editrice”, in genere, fa pensare a grandi case come Mondadori, Feltrinelli, Rizzoli. In ambiti produttivi specifici, si conosceranno la FrancoAngeli, la Edagricole, la Wolters Kluwer e così via.

Ci sono però anche altre case editrici, e penso le conosca soltanto chi, a qualche punto della vita, ha pensato di pubblicare un libro – oppure chi ha letto Il pendolo di Foucault. Sono le case editrici a pagamento.

Nell’ambito accademico, pubblicare a pagamento è frequente. Le pubblicazioni sono necessarie per la carriera universitaria e spesso sono l’esito di un progetto di ricerca o rappresentano le conclusioni di un gruppo di lavoro, magari sono interessantissime ma avranno una diffusione limitata e dunque uno scarso ritorno economico. In questi casi, un importo per la pubblicazione, con acquisto di copie, è previsto nel progetto iniziale, e proviene dall’università o da uno sponsor o magari da entrambi; per esempio, le fondazioni bancarie spesso contribuiscono a questo tipo di pubblicazione.

Questa prassi non solo è normale ma anche conveniente: per evitarla, un ateneo dovrebbe avere una casa editrice propria o perlomeno un centro stampa, che costerebbero di più. Non tutti i testi provenienti dall’università sono pubblicati a pagamento, ma molti lo sono e nessuno se ne scandalizza.

Dove ci può essere da scandalizzarsi, invece, è fuori dall’ambito accademico.

Sento dire da trent’anni che il 95% degli abitanti d’Italia sogna di diventare scrittore e ha un libro nel cassetto. Questo è drammatico, perché il 90% degli italiani non sa scrivere in maniera chiara e/o non conosce l’ortografia e/o si illude che l’ortografia coincida con il saper scrivere bene e/o non sa usare un vocabolario e non riconosce un’incongruenza nemmeno se gliela infilano nella tazzina del caffè.

In simili condizioni si può vivere e perfino essere felici, non sono le condizioni in sé ad essere drammatiche. Ma, date le condizioni, che cosa succede? Succede che queste persone non avranno la possibilità di pubblicare un libro con un editore tradizionale, anche se avessero da raccontare la storia più bella del mondo o fossero luminari nel loro settore.

Il desiderio di pubblicare un libro nasce da uno dei bisogni più potenti della vita, che è il bisogno di riconoscimento. Mi riferisco soprattutto a quelli che hanno il romanzo o il libro di poesie nel cassetto. Oppure scrivono un blog sperando che un giorno passi l’editore, o chi per lui, e “li scopra”. Non mi piace sentir tacciare queste persone di narcisismo o di vanità, come fa qualcuno: alcune saranno anche narcisiste, non dico di no, ma narcisismo e vanità sono l’esasperazione di questo bisogno che abbiamo tutti nel cuore. Ciò non toglie che, in un dilettante, narcisismo e vanità siano irritanti; ma questo è un altro discorso.

Il bisogno di riconoscimento è trasversale a tutti i gradini della piramide di Maslow; tuttavia possiamo considerare che, per la maggior parte delle persone esso si concentri sul quarto gradino, l’autostima. Ed è su quel gradino che si siedono gli editori a pagamento, e aspettano, con in mano il cartello “Tu mi paghi e io ti permetto di soddisfare il tuo (bi)sogno”.

Detto così, una casa editrice a pagamento non parrebbe diversa da molti tipi di azienda di servizi, come agenzie di viaggi (Vuoi dimenticare l’ufficio per due settimane? Ti portiamo alle Maldive!), centri estetici (Vuoi essere radiosa? Pulizia del viso a NNN euro), alberghi romantici (Tre notti e tre colazioni nel Castello della Bella Addormentata). Molte aziende di servizi hanno in mano un cartello simile: si chiama pubblicità.

Allora come mai quasi tutti gli scrittori professionali e, in genere, chi conosce l’editoria raccomandano di non servirsi di case editrici a pagamento? Io faccio parte di vari gruppi su LinkedIn, americani o internazionali più uno italiano, che riguardano la scrittura e l’editoria: la domanda sulle case editrici a pagamento viene posta spesso e le risposte sono sempre più o meno le stesse. L’ultima discussione è iniziata l’altroieri ed è in corso tuttora, per quello ho pensato di scrivere il post. Molti non si lasciano convincere dall’esperienza, forse perché gli viene proposta in maniera troppo direttiva; e dunque proviamo con la logica.

Leggendo bene, le tre linee pubblicitarie che ho scritto promettono qualcosa che possono mantenere: se vai due settimane alle Maldive, i primi due-tre giorni magari continui a roderti il fegato per via dell’ufficio ma poi ti rilassi (e quando torni, lo racconti ai colleghi, e che il fegato se lo rodano loro, adesso!); se ti fai una pulizia del viso, veramente per un po’ sembri radiosa, nel senso di luminosa; e se l’albergo-castello ti promette di dormire e far colazione in una stanza principesca, purché sia il tipo giusto di castello con il giusto tipo di stanza, non si può dire che ti stia menando per il naso.

È possibile che anche una casa editrice a pagamento non prometta più di quanto potrà mantenere. Per questo bisogna capire bene ciò che una casa offre: se il pagamento include servizi come editing e correzione di bozze, impaginazione, distribuzione e pubblicità, è un conto; se non li include, è un altro conto. Ed è moralmente una truffa. Ho detto moralmente, non legalmente. Le truffe funzionano o perché si basano sull’avidità di chi è truffato o perché fanno leva su bisogni molto profondi.

Ciò che rende antipatica l’attività di molte case editrici a pagamento, rispetto ad altre aziende di servizi, è proprio questo: si rivolgono a un bisogno radicato che non intendono soddisfare. Ovvio che poi tutta la categoria ne sia messa in cattiva luce!

In breve, una casa editrice a pagamento è malvista perché punta su bisogni e immagini di cui non è all’altezza. E poi, ovviamente, è malvista perché non fa ciò che i veri editori devono fare, e cioè discriminare  i buoni libri da quelli non buoni… qualunque sia il criterio dietro al termine “buono”. Se tu paghi per pubblicare, l’editore a pagamento non ti dirà di lasciar perdere.

Allora queste case bisogna evitarle come la peste? Praticamente tutti quelli che lavorano nell’ambito editoria, in qualunque ruolo, dicono di sì. E ti dicono anche il perché, ma te lo dicono dopo. Sono, cioè, piuttosto direttivi.

Io preferisco dire: Leggi il seguito di questo post »

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Book proposal

Book proposal è la proposta che un autore fa a una casa editrice offrendole di pubblicare un libro.

Si chiama proposal, vale a dire proposta o anche offerta,* perché non è una domanda o una richiesta ma è invece un piccolo progetto: non solo indico all’editore il contenuto del libro, la lunghezza eccetera, ma anche il pubblico e il mercato a cui esso è rivolto e perché vale la pena pubblicarlo.

Parlo di saggistica, che è il mio lavoro. Non ho idea se per la narrativa funziona allo stesso modo (anche se mi parrebbe ragionevole che sì). Per curiosità, qui c’è la descrizione delle bp per la Cambridge University Press, area umanistica e delle scienze sociali.

Ora, ho un dilemma: visto che gli amici anglofoni hanno conservato il neutro e noi no, proposal è neutro ma proposta e offerta sono femminili. Per me dire “la” book proposal è più naturale che dire “il” book proposal. Chissà se qualcuno ha stabilito la forma corretta?

Accade lo stesso con e-mail, soprattutto quando bisogna scriverlo con l’articolo indeterminativo: un’email oppure un email?

Penso che se Gabrielli fosse ancora qui, mi direbbe che la forma corretta non esiste. Questo mi conforta.

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* Proposal è lo stesso termine che si usa per indicare la “proposta di matrimonio”, da solo: è per questo genere di cose che gli anglosassoni hanno (giustamente) meritato la fama di essere sintetici.

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Perché può (anche) convenire servirsi di un copy editor

Colgo una frase da un articolo del sociologo Gian Paolo Prandstraller (PROFESSIONI – “Giornalisti: poteri, doveri e responsabilità, sul blog Generazione Pro Pro di dario Di Vico, 26 maggio 2010):

Il giornalista ha un rapporto privilegiato con i grandi editori. I libri dei giornalisti sono preferiti a quelli dei saggisti, perché le materie trattate (biografie, costume, gossip, ecc.) hanno un mercato incomparabilmente maggiore dei libri accademici, poco leggibili e noiosi e perciò scartati dagli editori. Questo fattore modifica profondamente i contenuti e le scelte dell’editoria.

Il rosso è mio.

Può forse sembrare che io sia un’ingrata che sputa nel piatto in cui mangia, vale a dire i testi accademici, visto che lavoro soprattutto su quelli. In realtà, ci sono due aspetti da considerare:

1) Gian Paolo Prandstraller è un “accademico”, in quanto docente universitario, e se dice quel che dice ne avrà ben cognizione;

2) io finora ho lavorato soprattutto su economia e politica e chi scrive di questo in genere non è noioso. Be’, quasi mai. Ma che dire di altre materie?

Due giorni dopo aver trascritto quella frase, ho letto un brano di Regine Pérnoud, che esemplifica quanto sia difficile far arrivare al pubblico generale le scoperte di certe discipline:

[. . . ] Un esempio che sorprende. Non è molto che una trasmissione televisiva riferiva come storica la famosa frase: “Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi”, pronunciata al tempo del massacro di Béziers, nel 1209. Ora, oltre un secolo fa (esattamente nel 1866), uno studioso dimostrò, senza fatica del resto, che il motto non poteva essere stato pronunciato poiché non lo si trova in alcuna delle fonti storiche di quell’epoca, ma solamente nel Dialogus Miraculorum: il Libro dei miracoli, che già nel titolo dice a sufficienza ciò che si propone di dire, scritto sessant’anni dopo gli avvenimenti dal monaco tedesco Cesario di Heisterbach, un autore provvisto di fervida immaginazione e di scarso rispetto per l’autenticità storica. Inutile dire che dopo il 1866 nessuno storico ha più ripreso il famoso “Uccideteli tutti”, ma invece gli scrittori di storia continuano a utilizzarlo, e ciò basti a dimostrare quanto le acquisizioni scientifiche in questa materia siano lente a diventare di dominio pubblico. [. . .]

R. Pérnoud, Il Medioevo, cap. 1, (Tascabili Bompiani, 2005)

Il libro è del 1977 (prima edizione francese); oggi quanto è cambiato? Come scrissi qualche tempo fa, le persone sono più colpite dalle opere di fantasia che dai saggi eppure il fatto stesso che si lascino colpire, diciamo così, dovrebbe far intuire agli editori e agli autori che la gente è interessata a leggere di storia e simili materie. Bisogna però presentargliele in un certo modo, altrimenti le informazioni sono scostanti. Invece che succede? Che gli autori non hanno tempo o magari occasione di (imparare a) scrivere in un certo modo e gli editori preferiscono prendere il prodotto che è già bell’e pronto per l’uso: questo, tralaltro, costa meno che affiancare un editor a un autore per trasformare un saggio accademico in un saggio divulgativo.

L’autore, d’altra parte, potrebbe non aver piacere che l’editore gli suggerisca di cambiare stile. Questo è qualcosa per cui non potrei davvero biasimare gli editori. Anch’io scrivo e so bene che se uno non è più che certo di dover cambiare, questo tipo di suggerimento è semplicemente intollerabile.

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Segnalare le osservazioni di copy editing

Questo è un
post tecnico

Quando faccio copy editing (come l’ho descritto qui), il mio ruolo è quello del lettore critico e a fine lettura devo proporre le mie osservazioni all’autore.

Ho quattro modi per far questo:

– annotare a matita le osservazioni sul testo in copia cartacea (quella che i colleghi americani chiamano hard copy);

– segnalarle nel file usando gli strumenti Revisioni e Commenti del software di scrittura (come mostra Scott Berkun con MS Word);

– scriverle nel file, in neretto rosso, di seguito al testo osservato, che viene evidenziato;

– scrivere le osservazioni in un file distinto e richiamarle nel testo da correggere usando numeri tra parentesi, come se fossero note.

L’autore sceglie il modo che preferisce.

Di seguito descriverò i pro e i contro dei tre metodi “elettronici”, dal mio punto di vista che è sempre piuttosto, come dire, gilbrethiano: meno tempo impiego per fare un lavoro routinario (*) e più me ne rimane per fare quello che mi piace. Ma se l’autore non è un gilbrethiano e considera il suo tempo diversamente, è libero di farlo. Il metodo più lungo non costa di più. L’unica eccezione è l’annotazione a mano. Annotare a mano è un sistema veramente lento (in effetti mi è capitato di farlo solo una volta, per una casa editrice).

A) Revisioni e Commenti di Word

Lati positivi

– i Commenti sono di impatto immediato, perché il testo commentato viene evidenziato e messo tra parentesi e un filo rosso congiunge la nuvola del commento al testo;

– idem come sopra per quanto riguarda le Revisioni, che però non sono evidenziate;

– il testo è pulito, non ci sono scritte estranee (le mie);

– per accettare o rifiutare bastano due clic col mouse; più razionalmente, quello che si rifiuta si rifiuta subito, le correzioni approvate si accettano alla fine tutte insieme, c’è una funzione apposta.

Lati negativi

– le Revisioni e i Commenti compaiono in colonna a destra del testo, il quale viene tutto spostato a sinistra e così è impossibile capire che aspetto avrà;

– i Commenti annidati (più commenti in uno stesso periodo, uno dei quali è più ampio degli altri) sono poco evidenti;

– le Revisioni sono indiscriminate: anche se hai cambiato solo una virgola, loro lo devono dire all’universo mondo e non c’è modo di accettare, per esempio, le sole modifiche di formattazione e lasciare evidenti le altre; certo potrebbe farlo l’autore ma…

– …se l’autore non ha mai usato le Revisioni, devo spiegargli come funzionano e ci vuole tempo, che l’autore probabilmente non ha.

B) Segnalazione nel testo

Lati positivi

– l’autore legge la frase evidenziata e di seguito ha l’osservazione: l’impatto è immediato;

– l’allineamento del testo è quello che deve essere.

Lati negativi

– il testo non è pulito, ci sono dentro le mie osservazioni;

– che l’autore accetti o rifiuti la mia proposta, dovrà cancellare l’osservazione dal testo, il che gli richiederà tempo e lavoro.

C) Osservazioni in un file separato

Lati positivi

– il testo è molto più pulito che nel caso B (ma lo è meno che nel caso A, naturalmente);

– l’allineamento del testo è quello che deve essere;

– la lettura è più agevole, se l’autore desidera rileggersi più paragrafi per capire che cosa è meglio fare.

Lati negativi

– che l’autore accetti o rifiuti la mia proposta, dovrà cancellare dal testo i richiami di nota, il che gli richiederà tempo e lavoro.

Le soluzioni B e C costano un po’ di più, perché a me richiedono più tempo e più lavoro, così come le annotazioni sulla copia cartacea. Questo non è un lato negativo, comunque: è solo una condizione.

Chi ha un senso estetico di un certo tipo si troverà male con le Revisioni e i Commenti di Word. Chi ha poco tempo a disposizione forse li preferirà. Se un autore ha l’esigenza di controllare letteralmente anche le virgole, le Revisioni sono il suo strumento di elezione, a meno che non scelga l’annotazione su copia cartacea.

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(*) Il lavoro routinario non è ragionare sulle mie osservazioni per decidere se accettarle o no: è semplicemente e fisicamente cancellare le segnalazioni.

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Traduttori e tradimenti – Un esempio di riscrittura

Colgo l’occasione che mi offre questo post sul blog di Dario Di Vico per mostrare un esempio di riscrittura.

Non lo faccio in spregio agli autori, ma al contrario per simpatia verso di loro. Molti traduttori hanno dei gran difetti ma questo non può essere un alibi per negare le ragioni di tutti. Solo che le ragioni bisogna saper farle valere. Il mondo è pieno di imbecilli che non ascoltano, come dimostrano certi commenti al post: cerchiamo almeno di render loro la vita difficile.

Testo originale

Onorevole Ministra Brambilla,
Siamo un gruppo di traduttori e interpreti professionisti. Leggiamo in data 08.02.2010 sul portale internazionale di traduzione ProZ il seguente annuncio:

Gentili Traduttori

stiamo ricercano nuovi collaboratori da inserire in un progetto di traduzione del ministero del turismo. L’ente ci sta inviando e ci invierà per tutto il 2010 materiale del sito http://www.italia.it da tradurre in inglese, francese, tedesco e spagnolo. La “cartella” dettata dal ministero è di 2600 caratteri (??) e il prezzo è di 9 euro lordi con pagamento a 90 giorni (sono sempre condizioni del ministero). E’ un prezzo molto basso ma si deve pensare alla quantità e alla continuità del lavoro. Se siete interessati al lavoro potete contattarmi via mail, telefono o skype. Abbiamo già dei file da assegnare da tradurre con una certa urgenza. Grazie della collaborazione. Cordiali saluti.

L’annuncio risulta inserito dall’agenzia [OMISSIS].

Gradiremmo sapere, in quanto membri di una categoria consistente di liberi professionisti che operano nel settore linguistico, se quanto indicato nell’annuncio in merito a tariffe e condizioni di pagamento “dettate dal Ministero” corrisponde a verità. Un traduttore professionista che faccia bene il suo mestiere traduce fino a un massimo di 10-12 cartelle da 1500 caratteri al giorno, equivalenti a circa 6-7 cartelle da 2600 caratteri.

Quella proposta corrisponde, quindi, a una tariffa massima di 54-63 euro lordi al giorno, pari in media a 25-30 euro al netto di contributi previdenziali e imposte. In altre parole, 9 euro lordi a cartella da 2600 caratteri corrispondono, a parità di potere d’acquisto, alla paga giornaliera di un operaio in uno sweatshop indonesiano.

Una tariffa minima congrua allo sforzo e alla qualità richiesta dovrebbe essere di gran lunga più elevata. Quello proposto è, per farla breve, un compenso assolutamente inaccettabile e mortificante per la nostra già bistrattata professione. Se le tariffe che offre il Ministero ai suoi traduttori sono queste, non meraviglia che il sito Italia.it sia pieno di strafalcioni grossolani e imbarazzanti, che danno una pessima immagine del nostro Paese nel mondo.

Ci chiediamo se l’immagine dell’Italia all’estero e la valorizzazione delle sue risorse umane non valgano forse un investimento più allineato con il tipo di servizio richiesto e il suo campo di applicazione.

Analisi del testo

Si capisce abbastanza chiaramente che questo testo è scritto da persone esasperate: lo indica l’esordio “Gradiremmo sapere”, lo confermano l’esempio infelice e ingenuo scelto (l’operaio indonesiano) e la chiusura, oltre al tono generale della lettera.

C’è anche un po’ di frustrazione, rivelata dall’inciso “in quanto membri di una categoria ecc.” prima ancora che sia detta esplicitamente (“la nostra già bistrattata professione”).

L’esasperazione e la frustrazione non sono mai buone compagne quando si scrive, nemmeno ai propri cari, figuriamoci ad un ministro.

Testo riscritto

Onorevole Ministra Brambilla,
Siamo un gruppo di traduttori e interpreti professionisti. Leggiamo in data 08.02.2010 sul portale internazionale di traduzione ProZ il seguente annuncio:

Gentili Traduttori

stiamo ricercano nuovi collaboratori da inserire in un progetto di traduzione del ministero del turismo. L’ente ci sta inviando e ci invierà per tutto il 2010 materiale del sito http://www.italia.it da tradurre in inglese, francese, tedesco e spagnolo. La “cartella” dettata dal ministero è di 2600 caratteri (??) e il prezzo è di 9 euro lordi con pagamento a 90 giorni (sono sempre condizioni del ministero). E’ un prezzo molto basso ma si deve pensare alla quantità e alla continuità del lavoro. Se siete interessati al lavoro potete contattarmi via mail, telefono o skype. Abbiamo già dei file da assegnare da tradurre con una certa urgenza. Grazie della collaborazione. Cordiali saluti.

L’annuncio risulta inserito dall’agenzia [OMISSIS].

(La prima parte è invariata, anche se io avrei scritto omissis come di solito. A parte le considerazioni d’uso, sul web scrivere in maiuscole è maleducato, perché equivale a gridare.)

Se è vero che le condizioni di pagamento sono dettate dal ministero, dobbiamo farLe notare che questo è inaccettabile sia per la nostra professione sia per lo scopo stesso del progetto.

Nella nostra libera professione, esistono alcune prassi comuni nate dalle caratteristiche oggettive del lavoro:

§ un traduttore professionista che faccia bene il suo mestiere traduce verso la propria lingua madre (o le proprie, se ne ha più di una), mai verso altre lingue;

§ un traduttore professionista che faccia bene il suo mestiere traduce fino a un massimo di 10-12 cartelle da 1500 caratteri al giorno, equivalenti a circa 6-7 cartelle da 2600 caratteri;

§ l’unità di misura comune del lavoro di traduzione è la cartella da 1500 caratteri calcolati sul testo di arrivo.

(… o quello che è. Il criterio con cui individuare la cartella va esposto: mi sembra che per i traduttori siano il testo di arrivo e 1500 caratteri da conteggiare senza gli spazi – se gli spazi sono compresi, si parla di battute. Ad ogni modo, nessuno è costretto a sapere come funziona il lavoro altrui: per questo bisogna spiegarlo.)

Non ci sembra accettabile che il ministero voglia servirsi, per presentare al mondo il nostro Paese, di traduttori che non facciano bene il loro mestiere. Proseguiremo perciò illustrandoLe che cosa ci pare grave nell’annuncio riportato.

Quella proposta dimostra scarsa serietà da parte di chi l’ha redatta perché non considera nessuna prassi del settore: e non si tratta di segreti professionali, basterebbe farsi un giro in internet. Questo significa che chiunque l’abbia redatta non ha alcuna reale conoscenza del lavoro di traduzione, nemmeno dal solo punto di vista economico, oppure che sta cercando di approfittare di una situazione difficile per i traduttori come per chiunque altro. Da parte di un ministero, ci parrebbe iniquo.

L’offerta di 9 euro lordi per 2600 caratteri corrisponde, se rapportata alla prassi del nostro settore, ad una tariffa massima di 54-63 euro lordi al giorno, pari in media a 25-30 euro al netto di contributi previdenziali e imposte. In altre parole, 9 euro lordi a cartella da 2600 caratteri corrispondono, a parità di potere d’acquisto, a … . E questo ci pare iniquo da parte di chiunque.

(Scegliere un esempio italiano, tipo “un terzo della paga di un operaio” o chiunque altro faccia un lavoro di responsabilità completamente diversa. Ci sarà sempre chi si metterà a far paragoni e chi la prenderà male, non è questo il problema: il problema è che l’esempio portato nel testo è poco efficace e molto antipatico – da esasperati, appunto.)

Il lavoro di traduzione porta con sè un certo tipo di responsabilità e chiede al traduttore un certo tipo di competenze e di impegno. Il prezzo deve essere commisurato a questi fattori e anche alla complessità del testo, perciò non ci metteremo a parlare qui di tariffe minime: è però evidente che i termini proposti ci mortificano come professionisti e non considerano quella che è la realtà del lavoro di traduzione.

Abbiamo visitato il sito Italia.it: è pieno di errori grossolani e di testi chiaramente redatti da persone che non conoscono bene la lingua in cui scrivono. A questo punto, cominciamo a sospettarne il motivo.

Pagando poco e non rispettando la realtà, si ottiene un lavoro scadente. E’ questo che vogliamo mostrare al mondo? Forse l’immagine dell’Italia e della sua gente valgono qualcosa di più.

Speriamo che la Sua risposta ci chiarisca che l’offerta è soltanto il frutto di un’agenzia poco scrupolosa e non un esempio di reale amministrazione della cosa pubblica.

Cordiali saluti

.

Testo originario: 363 parole, 2.018 caratteri (senza spazi, cioè), 2.373 battute (caratteri+spazi)

Testo riscritto (non definitivo): 615 parole, 3.249 caratteri, 3.857 battute.

Il testo riscritto è più lungo del 50-60% e molto più centrato sulla descrizione del lavoro di traduzione che sull’accusa dell’iniquità – ma parla appunto di iniquità e di lavoro scadente. A mio avviso, non era il momento di “farla breve”, come è scritto nella lettera: era proprio il momento di farla un po’ più lunga.

Aggiornamento dallo stesso blog: 
AI TRADUTTORI – Il sostegno di Giuseppe Culicchia

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Parole su parole

Le parole sono suoni per coloro che non s’impegnano; sono il nome di esperienze per chi le vive.
—L. Giussani, Esercizi incaricati, Gressoney St. Jean, 06-08/12/1959 – incontro del giorno 7

***

Uno scrittore leale in ogni frase che scrive si farà perlomeno quattro domande, così:
1. Che cosa sto cercando di dire?
2. Con quali parole lo esprimerò?
3. Quale immagine o modo di dire lo renderà più chiaro?
4. Questa immagine è abbastanza fresca da avere un qualche effetto?
E probabilmente se ne porrà altre due:
5. Potrei dirlo più brevemente?
6. Ho scritto qualcosa di bruttezza non necessaria?

—George Orwell, La politica e la lingua inglese, mia traduzione

***

Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno.
—Vangelo secondo Matteo, 5, 37

***

Chi usa venti parole quando ne basterebbero dieci, io lo ritengo capace di male azioni.
—Giosuè Carducci nel ricordo di A. Vivanti. Non ricordo dove la trovai in questa forma. La citazione testuale è “Colui che potendo dire una cosa in dieci parole la dice in venti, io lo ritengo capace di male azioni”

***

Non si legge mai lealmente se, in qualche modo, l’autore dello scritto non è presente e tu, leggendo, è come se gli domandassi: “Cosa vuoi dire? che ragioni hai?”. Non è mai viva lettura se non è potenziale dialogo.
—L. Giussani, Si può (veramente?!) vivere così?

***

Viviamo in un’epoca malvagia: lo si vede prima di tutto dal fatto che niente è più chiamato con il suo nome preciso.
—Kafka, Diario

***

Il leggere è un conversare, che si fa con chi scrisse.
—Giacomo Leopardi, in Operette morali, “Detti memorabili di Filippo Ottonieri”

***

Le parole, infatti, ci proiettano oltre di loro, fra le cose che evocano. Guai a fermarsi alle parole, senza accorgersi che esse inseguono, tesissime, l’essere di cui parlano. Come mi accorgo di aver letto Furto in una pasticceria di Italo Calvino? Se, impregnati i sensi da tutti quei dolci e quei profumi, vengo assalito dalla fame.
—Valerio Capasa, web

***

Le parole sono fatte, prima che per essere dette, per essere capite: proprio per questo, diceva un filosofo, gli dei ci hanno dato una lingua e due orecchie. Chi non si fa capire viola la libertà di parola dei suoi ascoltatori. È un maleducato, se parla in privato e da privato. È qualcosa di peggio se è un giornalista, un insegnante, un dipendente pubblico, un eletto dal popolo. Chi è al servizio di un pubblico ha il dovere costituzionale di farsi capire.
—Tullio De Mauro (trovato su http://www.dueparole.it/default_.asp)

***

La verità ha un linguaggio semplice.
—Euripide, Le Fenicie

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La prolissità non è un eccesso di parole, ma una carenza di idee.
—Nicolás Gómez Dávila, Tra poche parole, trad. L. Sessa

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Il mio modello di scrittura è il “rapporto” che si fa a fine settimana in fabbrica. Chiaro, essenziale, comprensibile da tutti. Mi sembrerebbe un estremo sgarbo al lettore presentargli una relazione che lui non può capire.
—Primo Levi, citato da Piero Bianucci in Te lo dico con parole tue. La scienza di scrivere per farsi capire, cap. 1 – link

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Lo scopo delle buone parole di prosa è di significare ciò che dicono. Lo scopo delle buone parole poetiche è di significare ciò che non dicono.
—Gilbert Keith Chesterton, Daily News, 22/04/1905

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Noi parliamo, per abitudine, del Pensiero Moderno, dimenticando il fatto, pur familiare, che i moderni non pensano. Essi provano sentimenti e basta – e questo è il motivo per cui sono più abili nella narrativa che nei fatti; il motivo per cui i loro romanzi sono tanto migliori dei loro quotidiani.
—G.K. Chesterton, Illustrated London News, 13/09/1930.

***

[L]a democrazia di Atene era fondata sulla discussione assolutamente libera tra i cittadini, discussione volta, appunto, a creare il consenso necessario per le scelte della comunità civile in merito al giusto e al conveniente. Il luogo della discussione era tipicamente l’assemblea (ekklesía), in cui ciascuno aveva il diritto di manifestare il proprio parere, con totale libertà di parola. La democrazia è, in effetti, la forma di organizzazione civile in cui l’unica forza ammessa è quella della parola. L’efficacia della parola era indispensabile per diventare un cittadino autorevole.
—E. Rigotti, S. Cigada, La comunicazione verbale, cap. 1

***

La parola è un fenomeno misterioso, dai molti significati. Può essere raggio di luce nell’impero del buio, come ebbe a dire una volta Belinskij, ma può essere anche freccia mortale. Peggio ancora: può essere un momento questa e un momento quello, può addirittura essere le due cose nello stesso tempo.

—Vàclav Havel, Scritti politici

***

La libertà di parola è un’idea che oggigiorno gode di tutta l’impopolarità di un truismo; e così tendiamo a dimenticare che non è passato molto tempo da quando essa aveva l’assai più concreta impopolarità di cui gode una verità nuova.

L’ingratitudine è senz’altro il principale di tutti i peccati intellettuali dell’uomo. Egli dà per scontati i benefici politici di cui gode così come dà per scontati il cielo e le stagioni. Egli considera la tranquillità di una via cittadina altrettanto immancabile quanto la tranquillità di una radura in un bosco, mentre invece la via è mantenuta tranquilla solo da uno sforzo prolungato simile a quello che tiene viva una battaglia o un duello alla spada. Come dimentichiamo il nostro posto in relazione ai fenomeni naturali, così lo dimentichiamo in relazione ai fenomeni sociali. Dimentichiamo che la terra è un corpo celeste e dimentichiamo che la libertà di parola è un paradosso.

Non è affatto evidente che un istituto come la libertà di parola sia corretto o giusto. Non è naturale né ovvio lasciare che un uomo blateri sciocchezze e abominii che tu ritieni pessimi per l’umanità più di quanto sia naturale e ovvio lasciare che un uomo si metta a far buche sulla pubblica via o infetti mezza città con la febbre tifoide. La teoria che sta dietro alla libertà di parola – e cioè che la verità sia così tanto più ampia e strana e sfaccettata di quanto possiamo sapere, e che è assai meglio ascoltare la versione di ciascuno, costi quel che costi – è una teoria che è stata nel complesso giustificata dall’esperienza ma che rimane una teoria assai audace e perfino assai sorprendente. È davvero una delle grandi scoperte dell’epoca moderna; ma, una volta riconosciuta, è un principio che non tocca solo la politica ma anche la filosofia, l’etica e infine la poesia.

Browning è tutto sommato il primo poeta ad applicare tale principio alla poesia. Egli percepì che se desideriamo narrare la verità a proposito di un dramma umano, dobbiamo raccontarlo non semplicemente come un melodramma in cui il cattivo è cattivo e il comico è comico. Vide che la verità non era stata narrata finché egli non aveva visto nel cattivo il puro e disinteressato gentiluomo che molti cattivi ritengono fermamente di essere, o finché non aveva considerato il comico tanto seriamente quanto i comici sono soliti considerare sé stessi. E in questo Browning è oltre ogni dubbio il fondatore della moderna scuola poetica.

­— G.K. Chesterton, Robert Browning, cap. VII “The Ring and the Book”, traduzione mia (anche il neretto è mio)

***

 

 

 

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