Archive for parole impazzite

Cattivi argomenti: la castrazione per gli stupratori

Ho appena sentito qualcuno chiamare “cura” la castrazione per gli stupratori.

Ho anche sentito politici non-di-governo condannare l’ennesimo stupro, avvenuto vicino a Viterbo, e mi chiedo: se gli stupratori non fossero di Casapound, i politici avrebbero detto qualcosa? No, perché sulla Circumvesuviana mi pare che tutti abbiano taciuto, anche quando gli stupratori sono stati rilasciati perché la ragazza che li ha denunciati sarebbe un po’ tocca… come se le donne non proprio sane di mente si potessero stuprare senza preoccuparsi di finire in galera. Non hanno commentato sulla donna esperta di arti marziali che ha steso non so quanti aggressori e ne ha pure fermato uno. In realtà hanno sempre taciuto, in casi del genere, cosa che ho sempre trovato normalissima. L’anormalità è che abbiano parlato oggi.

(Aggiornamento. Non sono la sola ad averlo notato, però.

STUPRO VITERBO/ Quel processo politico che cancella la vittima e dimentica il male, di Renato Farina, Il Sussidiario.net, 30.04.2019)

Ma questa è un’altra storia. Adesso m’interessa il pessimo argomento. Chiamarlo argomento è perfino esagerato.

Mettiamo che un tale stupri una donna. Lo castrano.

Embé?

Secondo voi, se io avessi paura di essere stuprata, mi sentirei più sicura sapendo che lo stupratore di un’altra è stato castrato? Magari gente che abita a settecento km da qui? Secondo voi, se uno mi vede per strada e gli prude il pisello, si mette a pensare a quello che è stato castrato? Suvvia, siamo seri.

Si dirà: va be’, ma allora puoi far lo stesso discorso con la prigione.

Come no. E perché mai il post sta tra i cattivi argomenti? Non certo perché finora ci si sia ragionato su bene.

 

a) Se uno stupra una donna, non è un uomo sano. Non è sano dal punto di vista morale. Per il resto, può essere sanissimo, se però uno che è sanissimo si fa comandare dal pisello, un problema ce l’ha ed è un problema di tipo morale, non fisico. Ne consegue che una misura fisica non risolve un bel niente.

b) Poniamo che sia un problema psicologico che poi diventa morale. Anche in quel caso, una misura fisica non risolve un bel niente. Anzi: uno così è possibile che faccia pure peggio di prima, ci sono tanti modi per far del male anche senza usare il pisello. Allora poi che si fa, si passa alla lobotomia?

c) Poniamo che sia un problema fisico, cioè proprio una malattia fisica. Questa è l’unica evenienza in cui un provvedimento fisico potrebbe essere utile, un po’ come amputare una gamba in cancrena. Esiste un problema fisico che ti porta a stuprare? Mmm… non lo so, ne dubito. Se però esiste è un’eccezione; e non si dovrebbe far leggi sulle eccezioni: non per niente, che l’eccezione conferma la regola è una massima giuridica, mica un proverbio popolare (infatti viene usato da secoli senza capire che vuol dire, ma pure questa è un’altra storia).

 

Vediamo: abbiamo un problema morale, che può avere una base psicologica ma anche non averla. In nessuno dei due casi il problema si può risolvere con l’azione fisica; a parte, naturalmente, una molto ma molto drastica, come la pena di morte. Parliamone. Dopotutto io sono una fan del grande Alessandro da quando ha tagliato il nodo di Gordio. Intendo, da quando l’ho scoperto in terza elementare. M’è sempre sembrata una soluzione brillante, è quasi un peccato che non sia prevista per i politici che sparano scemenze e i giornalisti che propalano fesserie.

 

Uno stupratore deve andare in prigione. Mentre è in prigione, bisogna capire quale sia il suo problema elavorare su quello.

La prigione non è un’azione fisica momentanea con effetti duraturi, come invece è la castrazione (o l’impiccagione, per dire). Anche quando non sia educativa – ciò che dovrebbe essere sempre e non è quasi mai – la detenzione non è una punizione e basta: è tempo. Mettetela come vi pare, ma stare in galera è tempo. E il tempo significa la possibilità di lavorare su un problema, ma anche occasioni per pentirsi, per cambiare vita, per chiedere perdono… Oh, ma qui sto diventando troppo cristiana, probabilmente. Non sia mai che i sedicenti laici che dovessero capitare qui a leggere lo usassero come scusa per non prendere l’argomento sul serio. Torniamo a “stare in galera è tempo”.

 

La castrazione invece è proprio un’azione fisica momentanea con effetti duraturi.

È fisica, come amputare una gamba che va in cancrena: e l’amputazione non è una cura, è un rimedio di emergenza.

È momentanea, benché abbia effetti duraturi: perciò non serve a “curare” o a risolvere un problema che non è fisico ma morale: Le impressioni, per forti che siano, non ti mutano dal punto di vista morale, al massimo ti fanno cominciare una via di cambiamento… ma in tal caso sarebbe più efficace che agli stupratori cavassimo gli occhi. Castrarli sarebbe intelligente come tagliare la mano a chi ruba. Si può rubare anche senza mani, bisognerà farlo sapere alle anime belle.

 

Quel che la castrazione farebbe, in realtà, sarebbe punire nella carne chi ha ingiuriato la carne altrui. Un tantino arcaico come modo di fare: stile Hammurabi, direi. Il codice di Hammurabi però era un insieme di rimedi moderati per evitare di peggio. Il buon re non conosceva né Socrate né Platone né Aristotele né Buddha né ovviamente Gesù. Noi sì e questo ci pone un obbligo, che è quantomeno quello di ragionare correttamente sulle cose.

Punire nella carne chi ha ingiuriato la carne altrui ha un nome e il suo nome non è “cura”. Si chiama vendetta. Così, lo Stato che castrasse gli stupratori metterebbe in atto una vendetta di Stato. Ma non otterrebbe alcun risultato.

La donna stuprata non si sentirebbe meglio. Molte persone che si sono vendicate di persona, per motivi svariati, potrebbero dire di non essersi poi sentiti meglio; ma sicuramente è abbastanza raro sentire di una donna che s’è vendicata castrando o facendo castrare il suo stupratore. Ci sarà un motivo? Troppo civile, la signora? E se è tanto civile da non vendicarsi di persona, dovrebbe essere contenta della vendetta di Stato per  interposta persona? Inverosimile.

Quanto allo stupratore, come dicevo, potrebbe incrudelire e dedicarsi a crimini perfino peggiori, a meno di tenerlo in prigione; ma in tal caso a che servirebbe castrarlo? A rieducarlo no, mi pare.

E la castrazione di uno non eviterebbe che ce ne fossero altri. Castrare uno stupratore, infatti, non servirebbe da deterrente.

Niente serve da deterrente per chi ha un problema di tipo morale, né galera né pena di morte né altro. Non è mai servito per nessun tipo di crimine, non servirà per questo. Se non è mai servito l’inferno a evitare gli assassinii per strada in tempi in cui la gente credeva di poter andare all’inferno, non servirà la castrazione a evitare gli stupri in tempi in cui la gente non crede a niente, tantomeno alla giustizia (per non dire l’inferno). Il problema morale è sempre il più forte, specie quando non è chiamato col suo nome.

O vogliamo castrare tutti i maschi appena compiono quattordici anni?

 

 

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Migranti, emigrati, immigrati ecc.

Anni fa avevo già percepito la questione – nel 2011 e nel 2013 – ma qui c’è uno che ne sa un bel po’ più di me e che la inquadra proprio per bene.

Gobber, Tutti migranti: il mare, la terra e un’ideologia “nuova”, Il Sussidiario.net, giovedì 28 febbraio 2019

 

P.S. Nell’articolo:

  • Newspeak (new speak) è la Neolingua del romanzo di George Orwell 1984 (del 1949).
  • Brave New World è il titolo di un romanzo distopico di Aldous Huxley, del 1932.

 

 

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Adesso smettiamo di chiamarli “abusi”

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Io non so davvero come siamo arrivati a definire “abusi” le violenze sulla persona. E, per una volta, non m’interessa saperlo. Quel che mi interessa è che bisogna smettere di chiamarle così.

 

Un abuso è un eccesso nell’uso di qualcosa: abuso di potere, abuso d’ufficio, abuso d’autorità, per esempio. Uno ha un incarico che prevede di fare qualcosa ed esagera nel farlo. Ne possiamo dedurre che Leggi il seguito di questo post »

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Petalosa flautolenza

Conoscete l’espressione “giustizia poetica”?

Ebbene, dopo essersi sentiti in diritto di sputare sulla Crusca quando ha dato il suo parere sulla parola “petaloso” (un parere competente e sensato, anche perché fanno i lessicografi da mezzo millennio, ma fin lì comunque ci arrivavo anch’io), adesso molti italiani hanno la

flautolenza

… e io dico che se la tengono.

 

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Parole da evitare: femminicidio

Questa non è solo una parola che evito. Questa è una parola che chiunque dovrebbe evitare attivamente.

Fino all’altroieri avrei detto che era da evitare perché, per come è usata, non significa niente; io non ho nemmeno bisogno di evitarla perché non mi verrebbe mai in mente di usarla.

Oggi dico che va evitata perché distrugge la capacità di osservare la realtà; e lo dico perché ne ho avuto la dimostrazione lampante nelle parole di una donna che è presidente di non so che associazione che aiuta le donne vittime di violenze, la quale al telegiornale di domenica (o era sabato? dovrò cominciare a girare con un taccuino per gli appunti…) ha detto che “gli uomini uccidono le donne perché sono donne”.[1]

Be’, no, gentile signora, questo non è vero. Le è sfuggito un particolare fondamentale e posso solo pensare che ciò sia avvenuto a causa dell’uso cretino di una parola che, per il suono e gli elementi costituenti, indica una certa cosa mentre voi pretendete di usarla per indicarne un’altra. È una specie di magia.

 

Gli uomini in genere non uccidono le donne perché sono donne. Gli uomini in genere uccidono le donne perché non sono le LORO donne. Sempre ne sono attratti perché sono donne; ma in genere le uccidono perché sono donne che non li vogliono. Basta ascoltare un po’ di cronaca per rendersi conto che è così (= capacità di osservare la realtà).

Le uccidono perché li hanno lasciati, e dunque non sono più le loro donne. Le uccidono perché hanno un certo grado di libertà che essi non tollerano, in quanto le rende meno loro. Le uccidono per motivi psicologici poco chiari, che però c’entrano sempre col fatto dell’abbandono. In qualche raro caso le uccidono perché sono delle insopportabili megere. Non è vero infatti che tutte le vittime di qualunque tipo siano brave persone meritevoli di tenerezza, come una certa narrazione superficiale tende a farci credere (basta pensare che se qualcuno uccide un coetaneo, la vittima è un ragazzo o ragazza, mentre l’omicida è sempre caratterizzato come adulto… e siamo infine arrivati all’idiozia di definire “giovanissime” le vittime ultratrentenni).

 

Ma consideriamo solo le donne uccise per senza essere delle megere. Resta il fatto che non sono state uccise in quanto semplicemente donne, ma perché per l’assassino non erano “la mia donna”.

Ricordo un solo caso, in tanti anni che sento usare questo termine, in cui un uomo ha effettivamente accoltellato delle donne solo perché erano donne, ed è un caso recentissimo: è avvenuto qualche settimana fa, per strada, uno sconosciuto contro delle sconosciute. L’ha detto il telegiornale, ma solo una volta e ovviamente non l’ha definito “femminicidio”, mentre era uno di quei rari casi in cui la parola avrebbe avuto un senso.

Ce n’è un altro, di casi simili, ed è l’aborto selettivo delle femmine ma da noi non usa – qui selettivamente si abortisce per altri motivi, non per il sesso – e nessuno ne parla.

Normalmente, in genere, di solito, i “femminicidi”, nel senso degli uccisori,[2] non se la prendono con altre donne se non quella che hanno perduto. Solo una volta ricordo che uno ha ucciso anche un’amica della ex moglie. Un’altra volta, una ragazza è rimasta uccisa per difendere la sorella, ma non possiamo dire che l’assassino fosse andato a cercare lei. È vero che io non ricordo i nomi di persone e città che vengono detti né le testuali parole, ma le vicende invece sono in grado di ricordarle ad anni di distanza. (Purtroppo, senza nomi, non è facile e a volte neanche possibile rintracciare le vicende. Dal che possiamo dedurre l’importanza di avere a disposizione i nomi giusti. Devo proprio farmi un taccuino.)

È raro che un “femminicida” uccida diverse dalla “non-mia” e in genere ci sono motivi collaterali se lo fa.

 

Ora, ho detto che è una specie di magia. Ma dov’è la magia? Nella nostra testa. Le parole danno forma al pensiero: chiunque l’abbia detto per primo, era uno che sapeva quel che diceva.

Se sentiamo una parola come “femminicidio”, pensiamo che sia l’uccisione di una donna. Ci hanno insegnato che le donne non bisogna chiamarle “femmine”, però all’asilo e ancora a scuola ci dividevamo in “maschi e femmine”, quindi abbiamo chiaro che in fin dei conti le donne sono femmine, anche se non tutte le femmine sono donne, ovviamente. Così, quando sentiamo una parola del genere, il nostro cervello ha subito chiaro che significa l’uccisione di una donna. Non è come “omofobia” che di suo significa l’esatto opposto di ciò che vuole significare; il “femminicidio” può essere solo l’uccisione di una femmina umana perché non si usa -cidio per gli animali.

Chi la usa, però, non la intende così. Chi usa questa parola intende con essa un particolare tipo di uccisione di donna. Per questo nessuno parla di “femminicidio” se un pazzo attacca delle donne perché sono donne o se in qualche Paese straniero le bambine vengono abortite selettivamente.

E qui si aprono due possibili scenari, come dicono da qualche parte.

Uno scenario è che riusciamo a mantenere separato il significato apparente del termine da quello velleitario – non posso dire “convenzionale” perché tutto il linguaggio è convenzionale; passi per i nomi neutri ma l’impegno per dare a un termine il significato che evidentemente non ha, solo velleitario lo posso definire.[3]

L’altro scenario è che avvenga nel cervello di chi ascolta un cortocircuito, per cui si comincia a pensare che il “femminicidio” è l’uccisione di una donna perché è una donna. Giusto ciò che è accaduto a quella signora di cui dicevo prima. Se è accaduto a lei, che ne vede ogni giorno, figuriamoci agli altri.

 

Se si comincia a pensarla così, allora le donne cominciano anche a pensare che tutti gli uomini siano dei potenziali assassini, il che non è vero. Da un punto di vista assoluto, naturalmente, tutti gli esseri umani, maschi e femmine, sono dei potenziali omicidi, perché non sai mai che cosa ti può succedere finché sei vivo e magari capiterà che ti trovi ad ammazzare qualcuno. Da un punto di vista relativo, la maggior parte delle persone, maschi o femmine, non ucciderà mai nessuno, così come la maggior parte delle persone non ha mai ucciso nessuno in tutta la storia del mondo. In più, bisogna considerare che un assassino non è semplicemente un omicida: un assassino è uno che è andato lì con la precisa volontà di uccidere, mentre l’omicidio è genericamente l’uccisione di un essere umano, che può anche essere involontaria.[4] Non ci sono elementi reali per pensare che tutti gli uomini, nel senso di esseri umani di sesso maschile, siano potenziali assassini.

Se le donne cominciano a pensare così, però, siccome sono le donne che fanno gli uomini (in tutti i sensi), gli uomini da parte loro cominceranno a sentirsi un peso sulle spalle, che diventerà via via più vero e più pesante.

Risultato: una sempre maggiore divisione tra uomini e donne; ma forse è meglio dire “tra maschi e femmine”, perché a lungo andare non ci sarebbero più uomini e donne degni del titolo; rimarrebbe solo il dato biologico, che è impossibile da eliminare.

Fino all’altroieri intuivo che potesse finire così ma avevo una certa fiducia nella sanità mentale del popolo umano.

Dopo aver sentito quella signora, ho capito che forse la mia fiducia non è tanto ben motivata. Le parole agiscono anche senza che ce ne rendiamo conto, altrimenti non si spiega che una in quella posizione lì debba essersi fatta un’idea tanto sbagliata.

 

Oddio, una spiegazione c’è, ed è la medesima che giustificherebbe l’invenzione della parola stessa: potrebbe essere una cosa voluta. Quella signora non mi pareva un genio del male. Rispetto a chi ha inventato il termine, però, non mi posso pronunciare, perché non so chi sia e potrebbe essere tanto un ignorante da Oscar quanto un professor Moriarty della manipolazione verbale.

Non conoscendo la causa, non starò a perderci tempo. L’effetto però è sotto gli occhi di tutti; nelle orecchie, per la verità, ma chi sono io per buttare nel cestino una metafora dei nostri padri?, come direbbe Dickens.

Quel che sicuramente posso fare è evitare di usare questo termine. E dire il perché.

_________________

[1] Le virgolette “ ” non indicano una citazione testuale ma sostanziale; per una citazione testuale userei le virgolette a caporale « », ma io sono normalmente incapace di ricordare le parole testuali.

[2] Femminicidio al plurale diventa femminicidii o femminicidî; ultimamente la pigrizia ci ha fatto cassare queste forme in favore di femminicidi; questo però è anche il plurale di femminicida. Ne possiamo dedurre che l’ortografia qualche volta ha una funzione specifica, oltre ad essere un fatto estetico.

[3] Velleità al massimo grado è proprio la parola “omofobia” che citavo prima. In origine homophobia indicava l’irrazionale paura di essere considerati finocchi (che in inglese si dice homo, come abbreviazione di homosexual) mostrata da certi uomini; la inventò uno psicanalista americano che aveva notato questa stramba paura. Non so se lo psicanalista fosse solo ignorante, non essendo un grecolatino, o volesse indicare che non era una cosa da prendere troppo sul serio: infatti, è come se in italiano dicessimo “gattofobia” anziché ailurofobia per indicare che uno ha paura dei gatti; lo dici a livello colloquiale, non certo come termine scientifico! Sta di fatto che, secondo le regole corrette dell’etimologia grecolatina, la sua parola significa “paura irrazionale di ciò che è uguale”, non “paura irrazionale di chi è diverso”, come poi qualcuno ha preteso di usarla. Quando la convenzionalità (che nel linguaggio è inevitabile) viene spinta all’estremo diventa velleità. E crea una gran confusione.

[4] Per questo la legge parla di omicidio volontario, preterintenzionale, colposo; sono tutte sfumature che dipendono dalla volontà o meno di uccidere.

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Scheletri, fosse comuni, pregiudizi e preconcetti

C’è una differenza sottile tra preconcetto e pregiudizio. Lo Zingarelli la mette così:

pregiudizio – preconcetto – prevenzione

Un’idea o un’opinione errata, anteriore alla diretta conoscenza di determinati fatti o persone, fondata su convincimenti e luoghi comuni e non su un giudizio obiettivo e consapevole, si chiama pregiudizio. Il preconcetto, che pure è una persuasione che ci si forma su qualcosa o su qualcuno prima di conoscerli direttamente e che impedisce giudizi sereni, si distingue da pregiudizio perché basato non su opinioni correnti ma su valutazioni proprie. Prevenzione aggiunge al giudizio preventivo anche un’anticipata disposizione negativa nei confronti di una persona.

– e personalmente ho l’idea che la metta al contrario; ma ovviamente potrebbe trattarsi di un’idea preconcetta.

Accettiamo la definizione dello Zingarelli. L’importante è tenere a mente che uno dei due termini riguarda un’opinione che ti formi da te senza avere tutti gli elementi necessari (per lo Z. è il preconcetto), mentre l’altro indica un’opinione che prendi bell’e fatta da qualcun altro (per lo Z. è il pregiudizio).

Ieri mi è capitato un raccolto di pregiudizi & preconcetti molto particolare. Una parte è vecchia, per la verità; ma l’altra parte è davvero inconsueta. Cominciamo da qui.

 

La Bradamante del nord

Si è scoperto di recente che lo scheletro di un guerriero ritrovato un centinaio d’anni fa nel sito archeologico di Borka (Svezia) non è di un uomo ma di una donna. Che sia un guerriero ovviamente si capisce dal corredo funebre. Per capire che è una donna, però, hanno fatto l’analisi del dna.

Doveva essere ridotta proprio male, la signora, se non l’hanno riconosciuta a colpo d’occhio.

In effetti non stava benissimo, no, ma il punto non è questo. Semplicemente, per oltre cento anni nessuno ci ha mai guardato. Hanno dato per scontato che fosse un uomo. Anzi, pare che questa tomba sia considerata un modello di sepoltura di capi guerrieri vichinghi. Ovviamente maschi.

Qui entrano in gioco un pregiudizio e un preconcetto.

Il preconcetto ha impedito a chiunque, fino al 2016, di guardare il corpo in maniera da farsi nascere una domanda. Di solito, uno scheletro maschile si distingue da uno femminile grazie al bacino. In questo caso però potevano esserci problemi per vederlo bene. Ma in gran parte ciò che ha funzionato è stato un preconcetto: sono gli uomini, quelli che combattono per mestiere, non le donne. È un preconcetto basato su dati di realtà, però è comunque un preconcetto.

A un certo punto, nel 2016, una studiosa si è accorta che alcuni tratti morfologici erano femminili. Allora qualcosa da vedere c’era! Non so se avesse solo lo sguardo limpido o se cercasse conferma a una sua teoria – visto che le cronache antiche parlano di donne guerriere vichinghe e molti ne cercano conferme da un pezzo – ma lei ha guardato e ha visto. Dopo di che, ha sentito la necessità di usare tutti gli strumenti a disposizione per confermare ciò che aveva visto. E lo strumento reputato più potente, oggi, è l’analisi del dna.

Il pregiudizio – grave, perché è un problema di metodo – è quello che sta inducendo in tentazione tanti, in questo momento: la generalizzazione.

Che si tratti di un guerriero è chiaro. Che sia una donna ormai è provato al di là di ogni dubbio (a meno che non vogliamo pensare a una truffa; ma che scopo avrebbe?). Che questa sia la prova che le donne guerriere tra i vichinghi erano chissà quanto frequenti, ebbene, semplicemente non è vero. Non è sufficiente questa donna a provare una realtà generale: una rondine non fa primavera e una guerriera non fa un esercito. Poteva essere un’Aigiarne del nord, una Bradamante dei vichinghi, insomma, un’eccezione. Anche se molte cronache parlano di donne guerriere tra i vichinghi, non è sufficiente averne trovata una. Bisogna andarsi a guardare anche tutti gli altri scheletri già trovati e osservare senza preconcetti e pregiudizi tutti quelli che si troveranno d’ora in poi.

Potrebbe anche gironzolare un terzo pregiudizio, cioè che i vichinghi fossero chissà che razza avanzata perché le loro donne combattevano, anziché starsene chiuse in casa come le povere sfigate del sud. In tal caso, a parte che chiaramente non conoscete molte donne cristiane dell’epoca medievale, se pensate che se ne stessero chiuse in casa nel senso che diamo noi all’espressione (e non mi riferisco a Jeanne Hachette, che si trovò in una situazione estrema), vorrei far presente che a me non pare chissà che prova di civiltà andarsene in giro a scannare gente disarmata per fare bottino, come usavano i vichinghi, maschi o femmine che fossero. A voi sì? Combattere per difendere la propria casa o patria, va bene. Combattere per rubare o per soggiogare altri popoli o tribù, no. O vi pare che vada bene? Anche qui c’è in ballo un pregiudizio, perfino buono, che però deve diventare un giudizio.

 

Le fosse comuni

Qual è la definizione di fossa comune?

La so, la so! È una buca in cui i nazisti e altri simili criminali di guerra buttano i cadaveri delle persone che hanno sterminato.

No, non è così, ma grazie per aver partecipato.

Una fossa comune è una sepoltura che contiene i corpi di più persone insieme. Punto. La nostra idea che la fossa comune sia relativa a crimini di guerra è un preconcetto,  basato su dati molto parziali.

Le fosse comuni dei campi di sterminio sono un caso particolare di fossa comune, ma non sono il solo né il primo e tantomeno la versione modello. Semplicemente sono l’unico che conosciamo perché siamo generalmente piuttosto ignoranti, specie su ciò che non ci garba molto. Pensare alle tombe non è una delle attività preferite dall’Homo ludens.

Le sepolture comuni non sono (chiedo scusa) molto comuni, ma non sono illegittime nella pratica cattolica. Si è sempre preferita la sepoltura individuale e possibilmente con il nome, come segno di rispetto; esistono però situazioni in cui la sepoltura individuale non è praticabile. I casi più frequenti sono quelli di grandi mortalità per epidemie, ma sono esistite anche sepolture comuni per i poveri, anche se spesso erano più un frutto dell’illuminismo che del cristianesimo.

A Napoli c’è n’è un esempio visitabile, anche se ora non è più in funzione: è il cimitero dei poveri a Poggioreale, detto Cimitero delle 366 Fosse. Si chiama così perché c’erano 366 fosse comuni, una per ogni giorno dell’anno, inclusi i bisestili. I poveri venivano sepolti in queste fosse, senza nome (una caratteristica normale delle fosse comuni), e i parenti sapevano quale era la fossa perché sapevano in che giorno la persona cara era stata seppellita. Potevano anche riconoscerla a vista, ovvio, ma non certo dal nome, perché il nome non c’era.

I poveri non erano contenti di esser messi nell’illuminato cimitero di Poggioreale, ma erano poveri e non potevano farci niente.[1] Questo non vuol dire che venissero buttati dentro come carogne di animali: avevano i riti funebri e venivano calati dentro, non buttati. Quel che abbiamo visto nei documentari sui campi di sterminio – e che riguarda anche le azioni dei liberatori: io non avrei mai e poi mai mosso i cadaveri in quel modo, a costo d’impiegarci l’esercito per un mese; c’era la guerra, forse non potevano far meglio – riguarda i campi di sterminio, non le fosse comuni in quanto tali. Quel che non piaceva ai poveri di Napoli come non piacerebbe a noi è l’idea di esser messi lì senza un nome a ricordarci a chi verrà dopo.

Ma torniamo alle sepolture comuni per i poveri. È sicuramente un contesto povero, in Europa, un insieme di bambini orfani o abbandonati & suore cattoliche in un paese protestante o in un paese povero di suo.

Così, se si scopre una fossa comune in un orfanotrofio di suore cattoliche, sia esso in Irlanda o in Scozia, la notizia in sé può risultare scandalosa solo per degli ignoranti cronici come siamo generalmente noi. Non c’è per forza qualcosa di scandaloso. Mi azzardo a dire che non c’è e basta. Un titolo come “Scoperta fossa comune in orfanotrofio in Irlanda (o Scozia)” può servire ad attirare ma quelli che si sono inventati particolari scandalosi poi hanno dovuto chiedere scusa, anche se è quasi miracoloso che l’abbiano fatto.

Se hai una mortalità elevata e poco terreno a disposizione, come risolvi la questione? Cremando i corpi, cosa che non è mai stata costume dei cattolici e fu anche vietata espressamente per un centinaio di anni tra metà Ottocento e metà Novecento, oppure facendo una fossa comune. Ciò che conta  è sapere chi ci hai messo e quando (ci sono i registri per questo) e che la salma sia accompagnata con i riti del caso e il defunto ricordato quando è il momento. Si potrebbe discutere se venisse scelta la sepoltura comune quando c’è la possibilità di fare altrimenti, ma anche in quel caso andrebbero valutate le ragioni. Che c’è da scandalizzarsi come donnette? Ma in ogni caso è un pregiudizio assurdo pensare che delle suore possano buttare bambini morti dentro una buca come se fossero scarti.

Il guaio è che i sacramenti non si vedono, gli scheletri sì. E a noi, che abbiamo paura della morte tanto quanto della vita, gli scheletri fanno un po’ paura. Allora li esorcizziamo mettendoli nei musei (ma non li guardiamo) o scandalizzandoci di cose che non meritano alcuno scandalo.

 

P.S. Ci sono anche stati casi di cui scandalizzarsi. Qui per esempio si può leggere la situazione di certe sepolture a Londra alla metà dell’Ottocento: i ricchi nei bei cimiteri fuori città, i poveri nelle cripte accanto alle chiese dentro la città. L’autore, americano, si scandalizza proprio come tanti benpensanti di oggi, ma si scandalizza più che altro della speculazione che si faceva sulle sepolture: quando trovi i corpi non seppelliti ma lasciati nelle bare accumulate l’una sull’altra e scopri che, per farci entrare altre bare, i resti precedenti venivano portati via a carrettate e scaricati nel Tamigi… eh, questo è un po’ più sgradevole di una fossa comune in cui rimani coperto e sepolto e chi ti ci ha messo sa benissimo che sei lì e non ci guadagna niente. Infatti l’autore non parla di orfanotrofi cattolici.

 

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[1] Matilde Serao, Il paese della cuccagna.

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Corruzione

Quando uno sente parlare di corruzione, oggi, pensa subito a qualche amministratore, soprattutto pubblico, che ha preso dei quattrini per permettere a un malandrino di fare porcherie o attività comunque illecite. Pensa, in altre parole, a un comportamento illegale che lo Zingarelli definisce così:

Reato consistente nell’indurre qlcu. con denaro, promesse e sim. a venir meno al proprio dovere.

Questo però è un significato che non è quello primario. È un significato derivato, una ramificazione.

La corruzione è innanzitutto il fenomeno fisico per cui la materia organica si decompone o si altera;
in secondo luogo, è il fenomeno spirituale per cui un’anima perde le sue migliori qualità;
in terzo luogo, è l’alterazione di una lingua.

Dal secondo significato deriva il reato, che infatti appartiene alla sfera spirituale, alla morale. Se uno manca al proprio dovere, se uno tenta un altro perché venga meno al suo dovere, è una faccenda spirituale, anche se passa per qualcosa di materiale. Perciò lo Zingarelli mette il reato (anzi, i reati, perché ce n’è anche un altro tipo) nel punto numero 2, il cui primo significato è appunto quello di deterioramento morale.

 

corruzione o †corrozione
[vc. dotta, lat. corruptione(m), da corruptus ‘corrotto (1)’; 1282]

s.f.

1 Decomposizione, alterazione materiale: la corruzione di una sostanza, del corpo umano, dell’aria. SIN. Putrefazione | (raro) Inquinamento: corruzione dell’acqua, dell’aria.

2 Deterioramento morale: corruzione politica; la corruzione dei costumi, della società; la corruzione dei sentimenti, degli affetti. SIN. Depravazione, dissolutezza, pervertimento | Attività illecita in vari tipi di reati: corruzione di minorenni | Reato consistente nell’indurre qlcu. con denaro, promesse e sim. a venir meno al proprio dovere: corruzione di un testimone; corruzione di pubblico ufficiale. CFR. Concussione.

3 Alterazione, decadimento di lingua, stile e sim.: la lingua latina s’è corrotta…, e da quella corruzione son nate altre lingue (CASTIGLIONE).

4 †Contagio, infezione.

5 †Disfacimento.

 

Una cosa curiosissima del nostro mondo moderno è che non solo le parole stanno via via perdendo significati, al punto che tra un po’ un italiano qualunque non riuscirà più nemmeno a leggere le Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, che non è poi un testo molto vecchio (sarà una gran perdita, perché è un romanzo straordinario); ma ciò che resta, dopo le riduzioni, è molto spesso un significato ristretto di tipo legale.

Il caso del termine “corruzione” è evidente ma non è il solo. Il significato legale, che è specifico e limitato, diventa IL significato, gli altri spariscono o quantomeno impallidiscono.

Questa è innanzitutto una perdita. Non c’è bisogno di essere puristi o cabalisti per capire che, se di sette significati ne manteniamo solo uno, gli altri sei li abbiamo perduti. Ecco qui i sette:

 

—dall’Enciclopedia Universale Rizzoli-Larousse, IV, 1967

CORRUZIONE s.f. (lat. corruptio, -onis). Azione di corrompere, di putrefare; stato di ciò che è corrotto, putrefatto: “L’aceto è una corruzione stizzosa del vino (Papini). || L’alterare, il guastare: ” La lingua latina s’è corrotta e guasta, e da quella corruzione son nate altre lingue (Castiglione). || In partic. Alterazione di un testo, di una parola: ” Non è corruzione questa che derivi dalle distrazioni di un amanuense letterario (Carducci). || L’alterare ciò che è sano, onesto; condizione di un animo che è stato corrotto: ” I primi tentativi del cinematografo aprivano vaste possibilità alla corruzione della gioventù (Montale). || L’indurre ad atti illeciti con danaro, doni, promesse: ” orse molta pecunia per corruzioni (D’Annunzio). || Ant[icamente]. Epidemia ; infezione: ” Gran corruzione di vaiuolo, che fu in Firenze (Villani). || Distruzione: ” Io veggio l’acqua, io veggio il foco, / …venire a corruzione e durar poco (Dante).

 

In secondo luogo, però, è preoccupante – più della perdita, che in parte è fisiologica, per così dire – che si mantengano i significati legali a scapito degli altri.

Questo riflette una mentalità che è molto diffusa e che ormai abbiamo un po’ tutti, almeno come tentazione, perché la assorbiamo senza nemmeno renderci conto: è l’idea che le leggi, per il solo fatto di esistere, ci possano salvare dal caos. C’è un problema? Facciamo una legge!

Meno male che alle tentazioni ci si può opporre. Però questo modo di trattare le parole, a lungo andare, impedisce di vedere le cose come sono.

Pensiamo a chi dice che l’abusivismo edilizio ha fatto crollare le case a Ischia. Questo non è vero, e non solo nel caso specifico: non è vero mai.

Le case crollano perché sono costruite malamente o sono logore per l’età, non perché sono abusive. Sarà abusiva la chiesa parrocchiale di Casamicciola? Eppure una delle due vittime è stata uccisa da un cornicione di quella chiesa.

Se uno mi dicesse che le case abusive sono costruite peggio delle altre, con meno attenzione ai materiali eccetera, gli riconoscerei un buon argomento. Sarebbe un argomento da verificare, però, perché crolli di edifici non abusivi ne abbiamo visti molti. Era abusiva la Casa dello Studente a L’Aquila? Era costruita male.

Ma ci si butta a parlare dell’abusivismo; come se, facendo una legge o magari un’Autorità o un’Agenzia con i suoi bravi provvedimenti, potessimo evitare che domani muoia qualcun altro dopo un terremoto.

Invece il problema è la corruzione, ma quella dello spirito prima di quella dei soldi.

 

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