Archive for Parole impazzite

Cattivi argomenti

Non mi era mai capitato di vedere sciorinare una quantità di cattivi argomenti come in questo caso del referendum costituzionale. Ora come ora non me li ricordo tutti, solo una manciata. Eccoli qua.

A) Il peggiore di tutti è sicuramente “votiamo no per mandare a casa Renzi”. Siccome il presidente del Consiglio ha già riconosciuto e pubblicamente ammesso che è stato un errore collegare il sì al referendum con la sua permanenza al governo, mi pare abbastanza chiaro che non abbia voglia di levar le tende. Votare no per questo e basta significa perdere. Ci sono eccellenti motivi per votare un bel no tondo tondo ma questo non ne fa parte.

B) Quasi alla pari è l’argomento del senato che “rappresenterebbe i territori perché sarebbe costituito di sindaci e consiglieri regionali”. Questo è un po’ più complicato del precedente, che è scemo e basta.

Tanto per cominciare, se la conferenza Stato-Regioni non funziona, non ho ben capito come mai si pensi che trasformarla in senato funzionerebbe meglio. È un problema di volontà, non di nomi.

In secondo luogo, sospetto che un sindaco o un consigliere regionale abbia già abbastanza da fare senza metterci pure il senato. Se però a questa obiezione si replica che tanto al senato ci si andrebbe solo una volta al mese, allora mi pare evidente che detto senato lo si pensa inutile, altro che rappresentare il territorio. Non conosco nessuna persona seria che sia capace di prendere una decisione importante – e magari condivisa con altre cento – nell’arco di ventiquattr’ore: anche senza andare fisicamente lì, far bene il lavoro implica studiare, capire eccetera. Allora, o fai male tutto quel che devi fare oppure fai male una sola delle due cose e quale sarà mai? E comunque, se il sindaco di Firenze Nardella attualmente va a Roma una volta a settimana per fare anticamera da qualche ministro, direi che con una volta al mese non ci si fa niente.

Terzo: ma il sindaco Nardella mica penserà di non andare più a Roma una volta che ci sia un senato di rappresentanti territoriali? Voglio dire, mica penserà che al sindaco di Aosta (per dire) importi qualcosa dei problemi precipui di Firenze? Non è certo di quelli che si parlerebbe nel nuovo senato. Anche perché, se si riunisce una volta al mese, dovrà essere molto ma molto selettivo…

In definitiva, basandoci su questo argomento, dobbiamo concludere che il nuovo senato non rappresenterebbe niente.

C) La faccenda dei soldi lasciamola perdere, perché è meschina, oltre che ballerina. Cinquanta, cinquecento, e che volete che sia? Lo zero non vale niente e la matematica è un’opinione.

D) L’argomento del “non ci sarà un’altra occasione per i prossimi trent’anni” è sballato: anche nel 2006 abbiamo votato per un referendum costituzionale e non sono trent’anni, sono dieci. Il problema è di volontà, non di tempo.

Certo, dopo tutto il veleno che le due parti si sono sputate addosso, non sarà facile ricominciare a discutere da persone civili; ma non sarà facile qualunque sia il risultato, non solo se vince il “no”. Irrilevante? Non proprio; perché un altro dei cattivi argomenti è appunto che

E) “intanto facciamo il primo passo, poi aggiusteremo quel che va aggiustato”. E come vorrebbero aggiustarlo, se non discutendo da persone civili? Con la legge marziale?

F) L’argomento “le Regioni bloccano le opere comuni per i propri interessi particolari” è infondato: se lo Stato avesse (a) capacità di negoziazione e (b) nerbo, farebbe tutte le opere necessarie. Competenze concorrenti non vuol dire che Stato e regioni devono andare a litigare davanti ai tribunali.

G) L’argomento “la nostra Costituzione diventerebbe illeggibile” è assurdo, perché presuppone che la nostra Costituzione ora come ora sia leggibile e comprensibile per chiunque. Questo non è vero. Se lo fosse, tanto per fare due esempi, non ci sarebbe tanta gente convinta che lo Stato gli debba dare lavoro né altrettanta convinta che la scuola sia obbligatoria. In Italia è obbligatoria l’istruzione, non la scuola.

H) L’argomento “questa riforma uccide la democrazia” è ridicolo, la democrazia è morta da un pezzo. O non ve n’eravate accorti?

Mi rendo conto che quasi tutti questi cattivi argomenti sono quelli del “sì”; il fatto è che loro ne portano di più – il “no” si è molto fossilizzato su ‘sta scemenza del “mandiamo a casa Renzi”, per questo ha preso la A – e anche che forse ho ascoltato con più attenzione i sostenitori del “sì” perché cercavo in tutti i modi un motivo adeguato per votare come loro, visto che anche persone che stimo sono per il “sì”. Non l’ho trovato.

Questo però non ha a che fare con la cattiva qualità degli argomenti.

Un cattivo argomento è cattivo perché non ha basi solide. Nella raccolta chestertoniana che ho tradotto per questo Natale (in fondo si può vedere la copertina), c’è un bell’articolo sulla logica che parla proprio di questo. E uno dei motivi per cui l’ho scelto, a parte l’interesse per la cosa in sé, è stato proprio il pessimo argomentare che ho dovuto subire negli ultimi sei mesi.

In definitiva, se avessi potuto servirmi solo di questi argomenti, avrei votato scheda bianca. E poi si lamentano dell’astensione.

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Percezione e realtà: scomuniche

L’altro giorno, quando i telegiornali hanno annunciato che il Santo Padre aveva concesso a ogni sacerdote di assolvere dal peccato di aborto (e l’hanno fatto come se avesse detto “abortite pure, tanto poi è una strada in discesa” ma ora lasciamo stare la scarsa qualità del giornalismo), ho scoperto con vera sorpresa che ci sarebbero persone convinte che la scomunica le metta da parte per sempre. La mente moderna mi sconcerta sempre ma stavolta ha superato se stessa.

A causa delle persone da cui l’ho sentito affermare, non posso credere che sia una bubbola da propaganda; devo credere per forza che sia una posizione sincera. Oltre che sincera, però, è anche una posizione ignorante e superstiziosa. Mi si stringe il cuore per Diderot: chissà quanto s’angoscia a vedere i cervelli che lui e i suoi compari hanno contribuito a generare?

Che una scomunica sia fatta per “mettere da parte” è vero; che sia “per sempre” è una scemenza grande quanto Giove. La scomunica funziona solo in virtù di due caratteristiche e una di queste è proprio il fatto che può e deve essere revocata quando chi ne è colpito si pente del peccato che gliel’ha portata addosso; se fosse “per sempre” non servirebbe a niente.

Basterebbe conoscere quattro righe di storia: l’imperatore Enrico a Canossa, per esempio. Ma no, cavolo, troppa fatica! E allora, come se un aborto di per sé non fosse già un ottimo motivo per lacerarsi l’anima, si sta lì a preoccuparsi di qualcosa che

a) non è vero e

b) non riguarda nemmeno tutti.

Perché l’altra cosa che fa funzionare la scomunica è il fatto che presuppone l’esistenza di una comunità rispetto alla quale essere “messi da parte”. Trattandosi della religione minoritaria che chiamiamo cattolica, questa comunità è la comunità cattolica, la Chiesa in ogni sua articolazione; e non si può, in buona fede, affermare che riguardi tutti.

Quelli che non si riconoscono cattolici non dovrebbero ragionevolmente avere problemi con una scomunica. Io non avrei ragionevolmente problemi con una fatwah; avrei forse il pensiero che qualcuno possa tagliarmi la gola, ma la fatwah di per sé mi farebbe un baffo, come si usa dire. I cattolici non tagliano la gola al prossimo per via delle scomuniche, quindi non vedo bene il problema per i non-cattolici. Forse hanno consistenti problemi di autoinganno o di malafede: ma non poter avere i sacramenti cattolici, tranne che in punto di morte, a costoro non dovrebbe fare né caldo né freddo. Se non sono mai stati cattolici, la cosa non li tocca; se hanno abbandonato la Chiesa cattolica, la cosa non dovrebbe più toccarli.

Quanto al timore che siano gli altri cattolici a poterti mettere da parte”… be’, per farlo si dovrebbe sapere che uno è scomunicato. E in genere non si sa, perché nessuno se ne va in giro col cartello “ho ammazzato un bambino prima che nascesse” o la descrizione di qualunque altro peccato soggetto a scomunica.

Ma c’è un ma.

Anche considerando che qualunque scomunica dovrebbe essere un problema solo per chi è cattolico, o meglio per chi è battezzato, c’è da ricordare che quelli che non si riconoscono cattolici o cristiani potrebbero comunque esserlo stati, e quindi potrebbero effettivamente sentirsi feriti. Lo troverei un sentimento misterioso, visto che se ne sono andati da sé, ma penso che potrebbe esistere, come esiste la nostalgia.

Soprattutto, però, la Chiesa cattolica è l’unica istituzione al mondo che afferma di poter perdonare i peccati. E questo non è uguale a zero.  

Altri ti metteranno in testa che abortendo hai esercitato un diritto, o aiutato a esercitarlo, e cose del genere; e la ferita non guarirà, perché nessun autoinganno ti può proteggere da questo genere di ferite. Ma la Chiesa dice di poter perdonare i peccati, tutti, e che nessuno è escluso dall’abbraccio di Dio; al punto che il primo a entrare in paradiso insieme a Gesù fu un ladro, forse anche assassino, non certo una brava persona. Questo è interessante e non si trova da nessun’altra parte.

È questo a rendere tanto importante il fatto che ogni sacerdote possa assolvere dal peccato di aborto.

Non immagino code di non-cattolici ai confessionali; non ci sono nemmeno code di cattolici (anche per questo è tanto facile gabbarli col cattivo giornalismo). Però sapere che esiste un luogo in cui puoi andare ed essere perdonato, secondo me non è uguale a zero anche per chi non è cattolico.

Pentirsi realmente è la seconda cosa più difficile. La cosa difficile in assoluto è credere che ci sia qualcuno che ti perdona quando sei pentito; perché noi non siamo disposti a perdonare noi stessi, quando abbiamo fatto una cosa davvero grave e ne siamo realmente addolorati. Ci vuole qualcuno fuori di noi, per questo. Ecco, la decisione del Santo Padre rende più chiaro che qualcuno c’è. C’era anche prima, ma forse non era molto chiaro. Ora è più chiaro.

Non si è trattato di fare i conti con una percezione che esiste, per quanto sbagliata, come ho pensato lì per lì. Si è trattato invece – come del resto dice il Santo Padre nella lettera, solo che uno la leggesse – di ricordare a tutti che non esiste peccato, per quanto grande, che Dio non possa perdonare e che non voglia perdonare, se uno è davvero pentito:

«non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre» (Misericordia et misera, par. 12).

Questa può sembrare una novità solo ai legalisti. Ma di legalisti ce ne sono fin troppi, fuori e dentro la Chiesa. Ben venga che il Santo Padre l’abbia specificato di nuovo in una simile occasione, così magari ci rimane più impresso.

E non è vero che così si attenua la percezione del peccato grave; affermare questo sarebbe come dire che, non esistendo l’obbligo di farsi medicare, è meno grave la percezione di dolore quando ti tagli un braccio con una sega a nastro. Abortire non è come iscriversi al partito comunista o alla massoneria.

È vero, invece, che questa decisione richiede un supplemento di responsabilità da parte dei confessori e anche degli altri fedeli, specie per combattere le due amiche di Diderot, ignoranza e superstizione. Sarebbe ora di capirlo: istruire gli ignoranti è un’opera di carità, però richiede che siamo disposti a imparare prima di insegnare agli altri.

Se fossi il Vaticano, metterei di moda una mezz’oretta di scuola domenicale prima o dopo la messa di precetto. E insegnerei le cose come sono e non come la percezione degli ignoranti (o la malafede dei cattivi) le presenta. Siccome però non lo sono, mi arrangerò con quello che ho.

Continua? 

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A sorpresa, stavolta sì

Trasecolo nel sentire che in Gran Bretagna i giovani hanno votato per rimanere e i vecchi per andarsene e questo sarebbe la dimostrazione di conservatorismo e paure da parte dei vecchi.

La Gran Bretagna entrò ufficialmente nella comunità europea nel 1972.

Anche volendo considerare “giovani” tutti i nati dal 1972 in poi e “vecchi” quelli nati fino al 1971 – che è assurdo, ma ci serve per la discussione – si vede bene che i “giovani” hanno votato per mantenere la sola cosa che conoscevano, lo status quo di tutta la loro vita.

Sono i “vecchi” ad aver affrontato il voto con il possibile paragone di due situazioni.

Non i giovani, i vecchi.

Ciò non vuol dire che l’abbiano fatto tutti, ovviamente, ma che lo potevano fare, mentre i più giovani no.

I giovani hanno deciso di conservare quello che hanno sempre conosciuto (e sarà sintomo di paura solo per i vecchi? che diamine, un po’ di serietà), quello che risulta comodo o si illudono possa risultar comodo, quello che comunque non ti pone davanti a una novità con cui fare i conti.

 

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A sorpresa?!

Se c’è una cosa che sicuramente la Brexit ha messo in evidenza è l’idiozia sentimentale con cui generalmente si affronta la realtà. Ovviamente l’ha messa in evidenza attraverso le parole usate.

Lasciamo perdere le Borse, che non sono una cosa seria: come diamine fai a fidarti di qualcosa che va in fibrillazione, si esalta o si deprime come una donnetta isterica? Per le Borse l’idiozia sentimentale è la modalità quotidiana, non ci perdo tempo.

Dire però che l’uscita è “a sorpresa”, che è “scioccante” o “inattesa” significa non aver ascoltato nemmeno quei pochi telegiornali che ho ascoltato io e aver voluto credere solo ciò che faceva comodo o che pareva “corretto”.

Dieci giorni fa il Leave era in testa nei sondaggi e poi è andato in testa il Remain per ragioni emotive: quando qualcuno perde la vita per qualcosa, sia pure senza volerlo, l’effetto di trascinamento c’è sempre. Siccome però è un trascinamento basato sulle emozioni, ne consegue che non è affidabile: se il giorno del voto l’emotivo si sveglia con la luna di traverso, a votare non ci va, punto.

Addirittura non è prevedibile neanche l’esito dopo attentati terroristici, che di emozioni ne suscitano senz’altro e che hanno direttamente a che fare con i governi: quelli di Ankara rafforzarono Erdogan ma quelli di Madrid fecero perdere le elezioni al governo uscente, che era sulla via di vincerle; anche se in quel caso credo che abbia avuto gran peso la falsa accusa ai separatisti baschi. Figuriamoci se è prevedibile l’esito in caso di faccende che con i governi direttamente c’entrano poco come questa.

Oltre a questo, è sconcertante sentire come ognuno fomenti le proprie paure, o magari le paure altrui, e argomenti di conseguenza. Lo facevano prima del voto, lo fanno dopo.

Poi ci sono quelli che mettono il carico di zucchero. La nostra epoca è fissata con gli zuccheri, chissà perché. Mi ha colpito molto un giornalista che sta a Londra da vent’anni, con la famiglia, e che ha detto di sentirsi un po’ meno a casa stamattina: mai sentita una cosa tanto stucchevole. Io sono stata capace di non sentirmi a casa perfino a casa mia, però non era certo per motivi di leggi e trattati! Con chi diamine parla, di solito, quello lì?

(Detto questo, il risultato del referendum non è vincolante, è comunque il Parlamento che decide. Vedremo come si comporterà il Paese che si picca d’avere inventato la democrazia rispetto al desiderio della maggioranza assoluta, benché scarna, dei suoi cittadini. Hai visto mai che il dio Quattrino vinca pure stavolta? Perché per chi ha potere è una questione di quattrini, mica di ideali e libertà e vita responsabile.)

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Ma basta con ‘sto dna!

Ho appena sentito una tizia in tv dire che il coraggio ce l’abbiamo nel dna. E poi ci chiediamo perché l’Italia e il mondo vanno a rotoli?  Visto che si continua a parlare come pappagalli senza riflettere sull’esperienza vera di tutti i giorni, mi pare un miracolo che ancora non ci siamo sfatti del tutto!

Io nel dna ci ho i capelli castani e ricci, gli occhi marroni e miopi, le lentiggini, la capacità linguistica… ma il coraggio no, cavolo, quello NON STA NEL DNA.

Casomai abbiamo, nel dna, la capacità e la possibilità del coraggio, a differenza delle lepri. Ma non IL coraggio.

Per capire, noi abbiamo tutti – tutti – la capacità di imparare tutte le lingue del mondo; e quella ce l’abbiamo veramente nel dna, a differenza di cani e gorilla. Poi però ci sono quelli che le imparano e quelli che non lo fanno.

È la differenza tra potenza e atto di cui parlano i filosofi (perlomeno ne parlavano).

È anche la differenza tra potenzialità e educazione, tra talento e tirocinio eccetera.

Pensare che si possa smettere di essere vili e codardi perché “abbiamo il coraggio nel dna” è più o meno come pensare che “possiamo smettere di essere ignoranti senza aprire i libri, basta comprarli e metterli nella libreria”.

 

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L’insegnamento come diritto costituzionale?

Stamattina a Roma molti insegnanti erano in piazza per chiedere che l’insegnamento sia riconosciuto come diritto costituzionale. Non si riferivano, temo, all’insegnamento come mero atto di insegnare, ma alla loro professione di insegnanti.

L’insegnamento come tale, infatti, è già un diritto costituzionale, così come è un dovere.

Sto vaneggiando? Ma nemmeno per sogno.

COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

TITOLO II
RAPPORTI ETICO-SOCIALI

[…]

ART. 30.

È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio.
Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti.
[…]

ART. 33.

L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.
La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
[…]

ART. 34.

La scuola è aperta a tutti.
L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

(Il resto degli articoli, che ho tolto perché non era pertinente alla discussione, si può trovare qui, insieme al resto della Costituzione.)

 

Se l’insegnamento come professione – e non mi sembra probabile che quegli insegnanti chiedessero altro che questo – diventasse un diritto costituzionale, in primo luogo si scontrerebbe con l’articolo 30, quindi dovremmo assistere ad acrobazie costituzionali di un livello finora mai visto.

In secondo luogo non è tanto difficile vedere come l’insegnamento stesso diventerebbe uno strumento legale di qualunque regime, politico o culturale.

Lo è già ora, anche se molti insegnanti e docenti fanno sforzi eroici per non farsi omologare e per insegnare ai loro studenti ad essere uomini e non solo cittadini (cioè la cosa che interessa allo Stato). Figuriamoci quel che accadrebbe se gli insegnanti come tali diventassero parte della Costituzione! Sarebbe allora davvero impossibile educare i figli ad altro che ciò che s’insegna a scuola, buono o cattivo che fosse. L’articolo 30 dovrebbe sparire, altrimenti l’incompatibilità sarebbe insanabile.

Ma un diritto che cos’è di preciso? Sembra che oggi si tenda a rivendicare come “diritto” ogni cosa che salti in mente a più di due persone insieme, sia essa giusta o solo comoda o funzionale, sia essa di un genere che può diventare diritto oppure no.

Non pretendo di avere la risposta. Neanche m’interessa tanto averla per darla agli altri. Penso che sarebbe interessante cominciare a porsi la domanda.

 

 

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Donatori e fornitori

Se una persona dà qualcosa a un’altra senza voler niente in cambio, fa un dono e si dice che è una donatrice o un donatore, a seconda del sesso.

Se invece una persona dà una cosa ad un’altra e ne chiede in cambio dei soldi, quello non è un dono ma una compravendita (vendita da parte di chi dà e compera da parte di chi prende) e dunque la persona non è una donatrice o un donatore, ma una fornitrice o un fornitore, vale a dire una persona che dà ma non è detto che dia gratuitamente.

Fornitore è più neutro di venditore, non implica necessariamente la compravendita; donatore invece non è neutro affatto.

Visto che gli espianti di ovuli vengono pagati, cosa di cui non avevo idea, le donne che li danno non sono donatrici: sono fornitrici e vanno chiamate così.

Forse chiamarle “donatrici” è un tentativo cosmetico per rendere meno sgradevole una cosa che è tra le più antiumane e antiecologiche che conosco (perfino peggio di una fuoriuscita di greggio da una petroliera, che normalmente è involontaria).

Di sicuro è l’ennesimo stupro sia della lingua sia del senso.

 

donare

[lat. donare, da donum ‘dono’; 1219]

A v. tr. (io dóno)

1 Dare qlco. spontaneamente e senza aspettarsi ricompense: donare qlco. per riconoscenza, amore, affetto, ricordo | Donare tutto sé stesso a qlcu., dedicarsi completamente a qlcu. | Donare il sangue, per trasfusioni | Donare un organo, per trapianti. SIN. Regalare.

2 Conferire: quel cappellino ti dona un’aria sbarazzina.

3 (lett.) Fare qlcu. oggetto di doni.

4 †Condonare, perdonare.

B v. intr. (aus. avere)

1 (dir.) Effettuare una donazione.

2 Giovare da un punto di vista estetico: un’acconciatura che le dona molto; il viola non ti dona.

C donarsi v. rifl.

* (lett.) Dedicarsi, offrirsi, applicarsi completamente: donarsi alla medicina; si è donato completamente alla causa.

 

fornire

[fr. fournir, dal francone *frumjan ‘eseguire’; 1266]

A v. tr. (io fornìsco, tu fornìsci)

1 (qlcu. o qlco. + di qlco.) Provvedere, dotare del necessario: fornire gli sfollati di pane e generi di prima necessità; fornire qlcu. di denaro, di abiti; fornire l’esercito di mezzi e materiali; fornire di mobili il salotto. SIN. Corredare, munire.

2 (qlco.; qlco. + a) Dare, procurare: imponendogli di fornire ogni giorno quella data qualità di lavoro (SVEVO); fornire cibo e coperte ai profughi; fornire informazioni ai turisti bloccati all’aeroporto | (est.) Produrre, esibire: fornire una prova decisiva, un alibi di ferro.

3 †Eseguire, adempiere: fornire l’ufficio, la guerra, l’impresa.

4 †Compiere: fornire l’opera, il viaggio | Fornire i propri giorni, morire.

B v. intr.

* †Cessare.

C fornirsi v. rifl. (+ di)

* Effettuare il rifornimento di tutto quanto è necessario a un dato fine: si fornirono di tutto l’occorrente per l’esperimento, per la difesa | Acquistare abitualmente, essere cliente: mi fornisco sempre ai grandi magazzini.

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