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Parole da evitare: femminicidio

Questa non è solo una parola che evito. Questa è una parola che chiunque dovrebbe evitare attivamente.

Fino all’altroieri avrei detto che era da evitare perché, per come è usata, non significa niente; io non ho nemmeno bisogno di evitarla perché non mi verrebbe mai in mente di usarla.

Oggi dico che va evitata perché distrugge la capacità di osservare la realtà; e lo dico perché ne ho avuto la dimostrazione lampante nelle parole di una donna che è presidente di non so che associazione che aiuta le donne vittime di violenze, la quale al telegiornale di domenica (o era sabato? dovrò cominciare a girare con un taccuino per gli appunti…) ha detto che “gli uomini uccidono le donne perché sono donne”.[1]

Be’, no, gentile signora, questo non è vero. Le è sfuggito un particolare fondamentale e posso solo pensare che ciò sia avvenuto a causa dell’uso cretino di una parola che, per il suono e gli elementi costituenti, indica una certa cosa mentre voi pretendete di usarla per indicarne un’altra. È una specie di magia.

 

Gli uomini in genere non uccidono le donne perché sono donne. Gli uomini in genere uccidono le donne perché non sono le LORO donne. Sempre ne sono attratti perché sono donne; ma in genere le uccidono perché sono donne che non li vogliono. Basta ascoltare un po’ di cronaca per rendersi conto che è così (= capacità di osservare la realtà).

Le uccidono perché li hanno lasciati, e dunque non sono più le loro donne. Le uccidono perché hanno un certo grado di libertà che essi non tollerano, in quanto le rende meno loro. Le uccidono per motivi psicologici poco chiari, che però c’entrano sempre col fatto dell’abbandono. In qualche raro caso le uccidono perché sono delle insopportabili megere. Non è vero infatti che tutte le vittime di qualunque tipo siano brave persone meritevoli di tenerezza, come una certa narrazione superficiale tende a farci credere (basta pensare che se qualcuno uccide un coetaneo, la vittima è un ragazzo o ragazza, mentre l’omicida è sempre caratterizzato come adulto… e siamo infine arrivati all’idiozia di definire “giovanissime” le vittime ultratrentenni).

 

Ma consideriamo solo le donne uccise per senza essere delle megere. Resta il fatto che non sono state uccise in quanto semplicemente donne, ma perché per l’assassino non erano “la mia donna”.

Ricordo un solo caso, in tanti anni che sento usare questo termine, in cui un uomo ha effettivamente accoltellato delle donne solo perché erano donne, ed è un caso recentissimo: è avvenuto qualche settimana fa, per strada, uno sconosciuto contro delle sconosciute. L’ha detto il telegiornale, ma solo una volta e ovviamente non l’ha definito “femminicidio”, mentre era uno di quei rari casi in cui la parola avrebbe avuto un senso.

Ce n’è un altro, di casi simili, ed è l’aborto selettivo delle femmine ma da noi non usa – qui selettivamente si abortisce per altri motivi, non per il sesso – e nessuno ne parla.

Normalmente, in genere, di solito, i “femminicidi”, nel senso degli uccisori,[2] non se la prendono con altre donne se non quella che hanno perduto. Solo una volta ricordo che uno ha ucciso anche un’amica della ex moglie. Un’altra volta, una ragazza è rimasta uccisa per difendere la sorella, ma non possiamo dire che l’assassino fosse andato a cercare lei. È vero che io non ricordo i nomi di persone e città che vengono detti né le testuali parole, ma le vicende invece sono in grado di ricordarle ad anni di distanza. (Purtroppo, senza nomi, non è facile e a volte neanche possibile rintracciare le vicende. Dal che possiamo dedurre l’importanza di avere a disposizione i nomi giusti. Devo proprio farmi un taccuino.)

È raro che un “femminicida” uccida diverse dalla “non-mia” e in genere ci sono motivi collaterali se lo fa.

 

Ora, ho detto che è una specie di magia. Ma dov’è la magia? Nella nostra testa. Le parole danno forma al pensiero: chiunque l’abbia detto per primo, era uno che sapeva quel che diceva.

Se sentiamo una parola come “femminicidio”, pensiamo che sia l’uccisione di una donna. Ci hanno insegnato che le donne non bisogna chiamarle “femmine”, però all’asilo e ancora a scuola ci dividevamo in “maschi e femmine”, quindi abbiamo chiaro che in fin dei conti le donne sono femmine, anche se non tutte le femmine sono donne, ovviamente. Così, quando sentiamo una parola del genere, il nostro cervello ha subito chiaro che significa l’uccisione di una donna. Non è come “omofobia” che di suo significa l’esatto opposto di ciò che vuole significare; il “femminicidio” può essere solo l’uccisione di una femmina umana perché non si usa -cidio per gli animali.

Chi la usa, però, non la intende così. Chi usa questa parola intende con essa un particolare tipo di uccisione di donna. Per questo nessuno parla di “femminicidio” se un pazzo attacca delle donne perché sono donne o se in qualche Paese straniero le bambine vengono abortite selettivamente.

E qui si aprono due possibili scenari, come dicono da qualche parte.

Uno scenario è che riusciamo a mantenere separato il significato apparente del termine da quello velleitario – non posso dire “convenzionale” perché tutto il linguaggio è convenzionale; passi per i nomi neutri ma l’impegno per dare a un termine il significato che evidentemente non ha, solo velleitario lo posso definire.[3]

L’altro scenario è che avvenga nel cervello di chi ascolta un cortocircuito, per cui si comincia a pensare che il “femminicidio” è l’uccisione di una donna perché è una donna. Giusto ciò che è accaduto a quella signora di cui dicevo prima. Se è accaduto a lei, che ne vede ogni giorno, figuriamoci agli altri.

 

Se si comincia a pensarla così, allora le donne cominciano anche a pensare che tutti gli uomini siano dei potenziali assassini, il che non è vero. Da un punto di vista assoluto, naturalmente, tutti gli esseri umani, maschi e femmine, sono dei potenziali omicidi, perché non sai mai che cosa ti può succedere finché sei vivo e magari capiterà che ti trovi ad ammazzare qualcuno. Da un punto di vista relativo, la maggior parte delle persone, maschi o femmine, non ucciderà mai nessuno, così come la maggior parte delle persone non ha mai ucciso nessuno in tutta la storia del mondo. In più, bisogna considerare che un assassino non è semplicemente un omicida: un assassino è uno che è andato lì con la precisa volontà di uccidere, mentre l’omicidio è genericamente l’uccisione di un essere umano, che può anche essere involontaria.[4] Non ci sono elementi reali per pensare che tutti gli uomini, nel senso di esseri umani di sesso maschile, siano potenziali assassini.

Se le donne cominciano a pensare così, però, siccome sono le donne che fanno gli uomini (in tutti i sensi), gli uomini da parte loro cominceranno a sentirsi un peso sulle spalle, che diventerà via via più vero e più pesante.

Risultato: una sempre maggiore divisione tra uomini e donne; ma forse è meglio dire “tra maschi e femmine”, perché a lungo andare non ci sarebbero più uomini e donne degni del titolo; rimarrebbe solo il dato biologico, che è impossibile da eliminare.

Fino all’altroieri intuivo che potesse finire così ma avevo una certa fiducia nella sanità mentale del popolo umano.

Dopo aver sentito quella signora, ho capito che forse la mia fiducia non è tanto ben motivata. Le parole agiscono anche senza che ce ne rendiamo conto, altrimenti non si spiega che una in quella posizione lì debba essersi fatta un’idea tanto sbagliata.

 

Oddio, una spiegazione c’è, ed è la medesima che giustificherebbe l’invenzione della parola stessa: potrebbe essere una cosa voluta. Quella signora non mi pareva un genio del male. Rispetto a chi ha inventato il termine, però, non mi posso pronunciare, perché non so chi sia e potrebbe essere tanto un ignorante da Oscar quanto un professor Moriarty della manipolazione verbale.

Non conoscendo la causa, non starò a perderci tempo. L’effetto però è sotto gli occhi di tutti; nelle orecchie, per la verità, ma chi sono io per buttare nel cestino una metafora dei nostri padri?, come direbbe Dickens.

Quel che sicuramente posso fare è evitare di usare questo termine. E dire il perché.

_________________

[1] Le virgolette “ ” non indicano una citazione testuale ma sostanziale; per una citazione testuale userei le virgolette a caporale « », ma io sono normalmente incapace di ricordare le parole testuali.

[2] Femminicidio al plurale diventa femminicidii o femminicidî; ultimamente la pigrizia ci ha fatto cassare queste forme in favore di femminicidi; questo però è anche il plurale di femminicida. Ne possiamo dedurre che l’ortografia qualche volta ha una funzione specifica, oltre ad essere un fatto estetico.

[3] Velleità al massimo grado è proprio la parola “omofobia” che citavo prima. In origine homophobia indicava l’irrazionale paura di essere considerati finocchi (che in inglese si dice homo, come abbreviazione di homosexual) mostrata da certi uomini; la inventò uno psicanalista americano che aveva notato questa stramba paura. Non so se lo psicanalista fosse solo ignorante, non essendo un grecolatino, o volesse indicare che non era una cosa da prendere troppo sul serio: infatti, è come se in italiano dicessimo “gattofobia” anziché ailurofobia per indicare che uno ha paura dei gatti; lo dici a livello colloquiale, non certo come termine scientifico! Sta di fatto che, secondo le regole corrette dell’etimologia grecolatina, la sua parola significa “paura irrazionale di ciò che è uguale”, non “paura irrazionale di chi è diverso”, come poi qualcuno ha preteso di usarla. Quando la convenzionalità (che nel linguaggio è inevitabile) viene spinta all’estremo diventa velleità. E crea una gran confusione.

[4] Per questo la legge parla di omicidio volontario, preterintenzionale, colposo; sono tutte sfumature che dipendono dalla volontà o meno di uccidere.

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Scheletri, fosse comuni, pregiudizi e preconcetti

C’è una differenza sottile tra preconcetto e pregiudizio. Lo Zingarelli la mette così:

pregiudizio – preconcetto – prevenzione

Un’idea o un’opinione errata, anteriore alla diretta conoscenza di determinati fatti o persone, fondata su convincimenti e luoghi comuni e non su un giudizio obiettivo e consapevole, si chiama pregiudizio. Il preconcetto, che pure è una persuasione che ci si forma su qualcosa o su qualcuno prima di conoscerli direttamente e che impedisce giudizi sereni, si distingue da pregiudizio perché basato non su opinioni correnti ma su valutazioni proprie. Prevenzione aggiunge al giudizio preventivo anche un’anticipata disposizione negativa nei confronti di una persona.

– e personalmente ho l’idea che la metta al contrario; ma ovviamente potrebbe trattarsi di un’idea preconcetta.

Accettiamo la definizione dello Zingarelli. L’importante è tenere a mente che uno dei due termini riguarda un’opinione che ti formi da te senza avere tutti gli elementi necessari (per lo Z. è il preconcetto), mentre l’altro indica un’opinione che prendi bell’e fatta da qualcun altro (per lo Z. è il pregiudizio).

Ieri mi è capitato un raccolto di pregiudizi & preconcetti molto particolare. Una parte è vecchia, per la verità; ma l’altra parte è davvero inconsueta. Cominciamo da qui.

 

La Bradamante del nord

Si è scoperto di recente che lo scheletro di un guerriero ritrovato un centinaio d’anni fa nel sito archeologico di Borka (Svezia) non è di un uomo ma di una donna. Che sia un guerriero ovviamente si capisce dal corredo funebre. Per capire che è una donna, però, hanno fatto l’analisi del dna.

Doveva essere ridotta proprio male, la signora, se non l’hanno riconosciuta a colpo d’occhio.

In effetti non stava benissimo, no, ma il punto non è questo. Semplicemente, per oltre cento anni nessuno ci ha mai guardato. Hanno dato per scontato che fosse un uomo. Anzi, pare che questa tomba sia considerata un modello di sepoltura di capi guerrieri vichinghi. Ovviamente maschi.

Qui entrano in gioco un pregiudizio e un preconcetto.

Il preconcetto ha impedito a chiunque, fino al 2016, di guardare il corpo in maniera da farsi nascere una domanda. Di solito, uno scheletro maschile si distingue da uno femminile grazie al bacino. In questo caso però potevano esserci problemi per vederlo bene. Ma in gran parte ciò che ha funzionato è stato un preconcetto: sono gli uomini, quelli che combattono per mestiere, non le donne. È un preconcetto basato su dati di realtà, però è comunque un preconcetto.

A un certo punto, nel 2016, una studiosa si è accorta che alcuni tratti morfologici erano femminili. Allora qualcosa da vedere c’era! Non so se avesse solo lo sguardo limpido o se cercasse conferma a una sua teoria – visto che le cronache antiche parlano di donne guerriere vichinghe e molti ne cercano conferme da un pezzo – ma lei ha guardato e ha visto. Dopo di che, ha sentito la necessità di usare tutti gli strumenti a disposizione per confermare ciò che aveva visto. E lo strumento reputato più potente, oggi, è l’analisi del dna.

Il pregiudizio – grave, perché è un problema di metodo – è quello che sta inducendo in tentazione tanti, in questo momento: la generalizzazione.

Che si tratti di un guerriero è chiaro. Che sia una donna ormai è provato al di là di ogni dubbio (a meno che non vogliamo pensare a una truffa; ma che scopo avrebbe?). Che questa sia la prova che le donne guerriere tra i vichinghi erano chissà quanto frequenti, ebbene, semplicemente non è vero. Non è sufficiente questa donna a provare una realtà generale: una rondine non fa primavera e una guerriera non fa un esercito. Poteva essere un’Aigiarne del nord, una Bradamante dei vichinghi, insomma, un’eccezione. Anche se molte cronache parlano di donne guerriere tra i vichinghi, non è sufficiente averne trovata una. Bisogna andarsi a guardare anche tutti gli altri scheletri già trovati e osservare senza preconcetti e pregiudizi tutti quelli che si troveranno d’ora in poi.

Potrebbe anche gironzolare un terzo pregiudizio, cioè che i vichinghi fossero chissà che razza avanzata perché le loro donne combattevano, anziché starsene chiuse in casa come le povere sfigate del sud. In tal caso, a parte che chiaramente non conoscete molte donne cristiane dell’epoca medievale, se pensate che se ne stessero chiuse in casa nel senso che diamo noi all’espressione (e non mi riferisco a Jeanne Hachette, che si trovò in una situazione estrema), vorrei far presente che a me non pare chissà che prova di civiltà andarsene in giro a scannare gente disarmata per fare bottino, come usavano i vichinghi, maschi o femmine che fossero. A voi sì? Combattere per difendere la propria casa o patria, va bene. Combattere per rubare o per soggiogare altri popoli o tribù, no. O vi pare che vada bene? Anche qui c’è in ballo un pregiudizio, perfino buono, che però deve diventare un giudizio.

 

Le fosse comuni

Qual è la definizione di fossa comune?

La so, la so! È una buca in cui i nazisti e altri simili criminali di guerra buttano i cadaveri delle persone che hanno sterminato.

No, non è così, ma grazie per aver partecipato.

Una fossa comune è una sepoltura che contiene i corpi di più persone insieme. Punto. La nostra idea che la fossa comune sia relativa a crimini di guerra è un preconcetto,  basato su dati molto parziali.

Le fosse comuni dei campi di sterminio sono un caso particolare di fossa comune, ma non sono il solo né il primo e tantomeno la versione modello. Semplicemente sono l’unico che conosciamo perché siamo generalmente piuttosto ignoranti, specie su ciò che non ci garba molto. Pensare alle tombe non è una delle attività preferite dall’Homo ludens.

Le sepolture comuni non sono (chiedo scusa) molto comuni, ma non sono illegittime nella pratica cattolica. Si è sempre preferita la sepoltura individuale e possibilmente con il nome, come segno di rispetto; esistono però situazioni in cui la sepoltura individuale non è praticabile. I casi più frequenti sono quelli di grandi mortalità per epidemie, ma sono esistite anche sepolture comuni per i poveri, anche se spesso erano più un frutto dell’illuminismo che del cristianesimo.

A Napoli c’è n’è un esempio visitabile, anche se ora non è più in funzione: è il cimitero dei poveri a Poggioreale, detto Cimitero delle 366 Fosse. Si chiama così perché c’erano 366 fosse comuni, una per ogni giorno dell’anno, inclusi i bisestili. I poveri venivano sepolti in queste fosse, senza nome (una caratteristica normale delle fosse comuni), e i parenti sapevano quale era la fossa perché sapevano in che giorno la persona cara era stata seppellita. Potevano anche riconoscerla a vista, ovvio, ma non certo dal nome, perché il nome non c’era.

I poveri non erano contenti di esser messi nell’illuminato cimitero di Poggioreale, ma erano poveri e non potevano farci niente.[1] Questo non vuol dire che venissero buttati dentro come carogne di animali: avevano i riti funebri e venivano calati dentro, non buttati. Quel che abbiamo visto nei documentari sui campi di sterminio – e che riguarda anche le azioni dei liberatori: io non avrei mai e poi mai mosso i cadaveri in quel modo, a costo d’impiegarci l’esercito per un mese; c’era la guerra, forse non potevano far meglio – riguarda i campi di sterminio, non le fosse comuni in quanto tali. Quel che non piaceva ai poveri di Napoli come non piacerebbe a noi è l’idea di esser messi lì senza un nome a ricordarci a chi verrà dopo.

Ma torniamo alle sepolture comuni per i poveri. È sicuramente un contesto povero, in Europa, un insieme di bambini orfani o abbandonati & suore cattoliche in un paese protestante o in un paese povero di suo.

Così, se si scopre una fossa comune in un orfanotrofio di suore cattoliche, sia esso in Irlanda o in Scozia, la notizia in sé può risultare scandalosa solo per degli ignoranti cronici come siamo generalmente noi. Non c’è per forza qualcosa di scandaloso. Mi azzardo a dire che non c’è e basta. Un titolo come “Scoperta fossa comune in orfanotrofio in Irlanda (o Scozia)” può servire ad attirare ma quelli che si sono inventati particolari scandalosi poi hanno dovuto chiedere scusa, anche se è quasi miracoloso che l’abbiano fatto.

Se hai una mortalità elevata e poco terreno a disposizione, come risolvi la questione? Cremando i corpi, cosa che non è mai stata costume dei cattolici e fu anche vietata espressamente per un centinaio di anni tra metà Ottocento e metà Novecento, oppure facendo una fossa comune. Ciò che conta  è sapere chi ci hai messo e quando (ci sono i registri per questo) e che la salma sia accompagnata con i riti del caso e il defunto ricordato quando è il momento. Si potrebbe discutere se venisse scelta la sepoltura comune quando c’è la possibilità di fare altrimenti, ma anche in quel caso andrebbero valutate le ragioni. Che c’è da scandalizzarsi come donnette? Ma in ogni caso è un pregiudizio assurdo pensare che delle suore possano buttare bambini morti dentro una buca come se fossero scarti.

Il guaio è che i sacramenti non si vedono, gli scheletri sì. E a noi, che abbiamo paura della morte tanto quanto della vita, gli scheletri fanno un po’ paura. Allora li esorcizziamo mettendoli nei musei (ma non li guardiamo) o scandalizzandoci di cose che non meritano alcuno scandalo.

 

P.S. Ci sono anche stati casi di cui scandalizzarsi. Qui per esempio si può leggere la situazione di certe sepolture a Londra alla metà dell’Ottocento: i ricchi nei bei cimiteri fuori città, i poveri nelle cripte accanto alle chiese dentro la città. L’autore, americano, si scandalizza proprio come tanti benpensanti di oggi, ma si scandalizza più che altro della speculazione che si faceva sulle sepolture: quando trovi i corpi non seppelliti ma lasciati nelle bare accumulate l’una sull’altra e scopri che, per farci entrare altre bare, i resti precedenti venivano portati via a carrettate e scaricati nel Tamigi… eh, questo è un po’ più sgradevole di una fossa comune in cui rimani coperto e sepolto e chi ti ci ha messo sa benissimo che sei lì e non ci guadagna niente. Infatti l’autore non parla di orfanotrofi cattolici.

 

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[1] Matilde Serao, Il paese della cuccagna.

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Corruzione

Quando uno sente parlare di corruzione, oggi, pensa subito a qualche amministratore, soprattutto pubblico, che ha preso dei quattrini per permettere a un malandrino di fare porcherie o attività comunque illecite. Pensa, in altre parole, a un comportamento illegale che lo Zingarelli definisce così:

Reato consistente nell’indurre qlcu. con denaro, promesse e sim. a venir meno al proprio dovere.

Questo però è un significato che non è quello primario. È un significato derivato, una ramificazione.

La corruzione è innanzitutto il fenomeno fisico per cui la materia organica si decompone o si altera; in secondo luogo, è il fenomeno spirituale per cui un’anima perde le sue migliori qualità; in terzo luogo, è l’alterazione di una lingua.

Dal secondo significato deriva il reato, che infatti appartiene alla sfera spirituale, alla morale. Se uno manca al proprio dovere, se uno tenta un altro perché venga meno al suo dovere, è una faccenda spirituale, anche se passa per qualcosa di materiale. Perciò lo Zingarelli mette il reato (anzi, i reati, perché ce n’è anche un altro tipo) nel punto numero 2, il cui primo significato è appunto quello di deterioramento morale.

corruzione o †corrozione
[vc. dotta, lat. corruptione(m), da corruptus ‘corrotto (1)’; 1282]

s.f.

1 Decomposizione, alterazione materiale: la corruzione di una sostanza, del corpo umano, dell’aria. SIN. Putrefazione | (raro) Inquinamento: corruzione dell’acqua, dell’aria.

2 Deterioramento morale: corruzione politica; la corruzione dei costumi, della società; la corruzione dei sentimenti, degli affetti. SIN. Depravazione, dissolutezza, pervertimento | Attività illecita in vari tipi di reati: corruzione di minorenni | Reato consistente nell’indurre qlcu. con denaro, promesse e sim. a venir meno al proprio dovere: corruzione di un testimone; corruzione di pubblico ufficiale. CFR. Concussione.

3 Alterazione, decadimento di lingua, stile e sim.: la lingua latina s’è corrotta…, e da quella corruzione son nate altre lingue (CASTIGLIONE).

4 †Contagio, infezione.

5 †Disfacimento.

 

Una cosa curiosissima del nostro mondo moderno è che non solo le parole stanno via via perdendo significati, al punto che tra un po’ un italiano qualunque non riuscirà più nemmeno a leggere le Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, che non è poi un testo molto vecchio (gran perdita, perché è un romanzo straordinario); ma ciò che resta, dopo le riduzioni, è molto spesso un significato ristretto di tipo legale.

Il caso del termine “corruzione” è evidente ma non è il solo. Il significato legale, che è specifico e limitato, diventa IL significato, gli altri spariscono o quantomeno impallidiscono.

Questa è innanzitutto una perdita. Non c’è bisogno di essere puristi o cabalisti per capire che, se di sette significati ne manteniamo solo uno, gli altri sei li abbiamo perduti. Ecco qui i sette:

—dall’Enciclopedia Universale Rizzoli-Larousse, IV, 1967

CORRUZIONE s.f. (lat. corruptio, -onis). Azione di corrompere, di putrefare; stato di ciò che è corrotto, putrefatto: “L’aceto è una corruzione stizzosa del vino (Papini). || L’alterare, il guastare: ” La lingua latina s’è corrotta e guasta, e da quella corruzione son nate altre lingue (Castiglione). || In partic. Alterazione di un testo, di una parola: ” Non è corruzione questa che derivi dalle distrazioni di un amanuense letterario (Carducci). || L’alterare ciò che è sano, onesto; condizione di un animo che è stato corrotto: ” I primi tentativi del cinematografo aprivano vaste possibilità alla corruzione della gioventù (Montale). || L’indurre ad atti illeciti con danaro, doni, promesse: ” orse molta pecunia per corruzioni (D’Annunzio). || Ant[icamente]. Epidemia ; infezione: ” Gran corruzione di vaiuolo, che fu in Firenze (Villani). || Distruzione: ” Io veggio l’acqua, io veggio il foco, / …venire a corruzione e durar poco (Dante).

 

In secondo luogo, però, è preoccupante – più della perdita, che in parte è fisiologica, per così dire – che si mantengano i significati legali a scapito degli altri.

Questo riflette una mentalità che è molto diffusa e che ormai abbiamo un po’ tutti, almeno come tentazione, perché la assorbiamo senza nemmeno renderci conto: è l’idea che le leggi, per il solo fatto di esistere, ci possano salvare dal caos. C’è un problema? Facciamo una legge!

Meno male che alle tentazioni ci si può opporre. Però questo modo di trattare le parole, a lungo andare, impedisce di vedere le cose come sono.

Pensiamo a chi dice che l’abusivismo edilizio ha fatto crollare le case a Ischia. Questo non è vero, e non solo nel caso specifico: non è vero mai.

Le case crollano perché sono costruite malamente o sono logore per l’età, non perché sono abusive. Sarà abusiva la chiesa parrocchiale di Casamicciola? Eppure una delle due vittime è stata uccisa da un cornicione di quella chiesa.

Se uno mi dicesse che le case abusive sono costruite peggio delle altre, con meno attenzione ai materiali eccetera, gli riconoscerei un buon argomento. Sarebbe un argomento da verificare, però, perché crolli di edifici non abusivi ne abbiamo visti molti. Era abusiva la Casa dello Studente a L’Aquila? Era costruita male.

Ma ci si butta a parlare dell’abusivismo; come se, facendo una legge o magari un’Autorità o un’Agenzia con i suoi bravi provvedimenti, potessimo evitare che domani muoia qualcun altro dopo un terremoto.

Invece il problema è la corruzione, ma quella dello spirito prima di quella dei soldi.

 

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Valori e leggi

Che cosa definisce il valore di un comportamento? La legge? Non sarà mica il contrario? Un furto rimane furto anche quando la legge lo consente o no?

Accade in Italia un caso che coinvolge i Sikh e i loro simboli religiosi: qualche tempo fa un Sikh è stato multato di 2.000 euro perché portava con sé un coltello più lungo dei 20 cm consentiti dalla legge. Questo coltello, che si chiama kirpan, è un oggetto religioso che per loro è obbligatorio portare addosso, proprio come il braccialetto che anni fa causò tante discussioni in Inghilterra.

Evidentemente, questo signore lo portava a vista, perché l’hanno individuato e multato. Ha fatto ricorso e l’ha perduto, perché secondo la Corte di Cassazione gli immigrati, con tutto il rispetto per la loro cultura d’origine, si devono adeguare ai valori del paese che li ospita.

Solo che la CdC confonde i valori con le leggi: per noi non è un “valore” andare in giro disarmati, perché è un comportamento, anche intelligente, non dico di no, che ci è imposto dalla legge e non dalla morale o dal’etica.

Così, la CdC fa un altro passettino per identificare i valori di un popolo con le leggi fatte da pochi. È un po’ come la faccenda francese del divieto di burkini in spiaggia che violava, secondo qualcuno, i valori francesi: e quali sono, i valori francesi, andare in giro con le chiappe scoperte e le tette al vento? In quel caso, la CdC francese stabilì che il burkini non violava nessun valore, qui invece…

Oltretutto, la lama del kirpan non è affilata e quel coltello, che non è neanche tanto più lungo di 20 cm, dovrebbe essere usato con molta forza e cattiveria per uccidere qualcuno. Ma se uno ha sufficiente forza e cattiveria, per uccidere qualcuno basta anche il coltello da 20 cm o una matita o anche solo un pugno.

Questa sentenza è tendenziosa e sciocca. Chissà, forse c’è dietro la paura che, se si concede questa cosa, pian piano se ne dovranno concedere altre.  Ma ecco appunto la sciocchezza: questa cosa in particolare non riguarda un valore, come dicevo, mentre altre cose sì; ed è lì che si deve mettere lo stop, non sul pugnale rituale che non taglia.

Ma veramente la cosa più preoccupante è l’idea che “valori” e “leggi” coincidano. Andare in giro disarmati è un valore quando la legge ti consente di portare armi liberamente; girare armato e non usare l’arma è un valore perché dice che sei uno che ha il controllo di sé; non portare armi perché sennò ti staccano 2.000 euro… a parte i duemila, me lo dite dove sta il “valore”?

Si può approfondire qui.

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Cattivi argomenti

Non mi era mai capitato di vedere sciorinare una quantità di cattivi argomenti come in questo caso del referendum costituzionale. Ora come ora non me li ricordo tutti, solo una manciata. Eccoli qua.

A) Il peggiore di tutti è sicuramente “votiamo no per mandare a casa Renzi”. Siccome il presidente del Consiglio ha già riconosciuto e pubblicamente ammesso che è stato un errore collegare il sì al referendum con la sua permanenza al governo, mi pare abbastanza chiaro che non abbia voglia di levar le tende. Votare no per questo e basta significa perdere. Ci sono eccellenti motivi per votare un bel no tondo tondo ma questo non ne fa parte.

B) Quasi alla pari è l’argomento del senato che “rappresenterebbe i territori perché sarebbe costituito di sindaci e consiglieri regionali”. Questo è un po’ più complicato del precedente, che è scemo e basta.

Tanto per cominciare, se la conferenza Stato-Regioni non funziona, non ho ben capito come mai si pensi che trasformarla in senato funzionerebbe meglio. È un problema di volontà, non di nomi.

In secondo luogo, sospetto che un sindaco o un consigliere regionale abbia già abbastanza da fare senza metterci pure il senato. Se però a questa obiezione si replica che tanto al senato ci si andrebbe solo una volta al mese, allora mi pare evidente che detto senato lo si pensa inutile, altro che rappresentare il territorio. Non conosco nessuna persona seria che sia capace di prendere una decisione importante – e magari condivisa con altre cento – nell’arco di ventiquattr’ore: anche senza andare fisicamente lì, far bene il lavoro implica studiare, capire eccetera. Allora, o fai male tutto quel che devi fare oppure fai male una sola delle due cose e quale sarà mai? E comunque, se il sindaco di Firenze Nardella attualmente va a Roma una volta a settimana per fare anticamera da qualche ministro, direi che con una volta al mese non ci si fa niente.

Terzo: ma il sindaco Nardella mica penserà di non andare più a Roma una volta che ci sia un senato di rappresentanti territoriali? Voglio dire, mica penserà che al sindaco di Aosta (per dire) importi qualcosa dei problemi precipui di Firenze? Non è certo di quelli che si parlerebbe nel nuovo senato. Anche perché, se si riunisce una volta al mese, dovrà essere molto ma molto selettivo…

In definitiva, basandoci su questo argomento, dobbiamo concludere che il nuovo senato non rappresenterebbe niente.

C) La faccenda dei soldi lasciamola perdere, perché è meschina, oltre che ballerina. Cinquanta, cinquecento, e che volete che sia? Lo zero non vale niente e la matematica è un’opinione.

D) L’argomento del “non ci sarà un’altra occasione per i prossimi trent’anni” è sballato: anche nel 2006 abbiamo votato per un referendum costituzionale e non sono trent’anni, sono dieci. Il problema è di volontà, non di tempo.

Certo, dopo tutto il veleno che le due parti si sono sputate addosso, non sarà facile ricominciare a discutere da persone civili; ma non sarà facile qualunque sia il risultato, non solo se vince il “no”. Irrilevante? Non proprio; perché un altro dei cattivi argomenti è appunto che

E) “intanto facciamo il primo passo, poi aggiusteremo quel che va aggiustato”. E come vorrebbero aggiustarlo, se non discutendo da persone civili? Con la legge marziale?

F) L’argomento “le Regioni bloccano le opere comuni per i propri interessi particolari” è infondato: se lo Stato avesse (a) capacità di negoziazione e (b) nerbo, farebbe tutte le opere necessarie. Competenze concorrenti non vuol dire che Stato e regioni devono andare a litigare davanti ai tribunali.

G) L’argomento “la nostra Costituzione diventerebbe illeggibile” è assurdo, perché presuppone che la nostra Costituzione ora come ora sia leggibile e comprensibile per chiunque. Questo non è vero. Se lo fosse, tanto per fare due esempi, non ci sarebbe tanta gente convinta che lo Stato gli debba dare lavoro né altrettanta convinta che la scuola sia obbligatoria. In Italia è obbligatoria l’istruzione, non la scuola.

H) L’argomento “questa riforma uccide la democrazia” è ridicolo, la democrazia è morta da un pezzo. O non ve n’eravate accorti?

Mi rendo conto che quasi tutti questi cattivi argomenti sono quelli del “sì”; il fatto è che loro ne portano di più – il “no” si è molto fossilizzato su ‘sta scemenza del “mandiamo a casa Renzi”, per questo ha preso la A – e anche che forse ho ascoltato con più attenzione i sostenitori del “sì” perché cercavo in tutti i modi un motivo adeguato per votare come loro, visto che anche persone che stimo sono per il “sì”. Non l’ho trovato.

Questo però non ha a che fare con la cattiva qualità degli argomenti.

Un cattivo argomento è cattivo perché non ha basi solide. Nella raccolta chestertoniana che ho tradotto per questo Natale (in fondo si può vedere la copertina), c’è un bell’articolo sulla logica che parla proprio di questo. E uno dei motivi per cui l’ho scelto, a parte l’interesse per la cosa in sé, è stato proprio il pessimo argomentare che ho dovuto subire negli ultimi sei mesi.

In definitiva, se avessi potuto servirmi solo di questi argomenti, avrei votato scheda bianca. E poi si lamentano dell’astensione.

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Percezione e realtà: scomuniche

L’altro giorno, quando i telegiornali hanno annunciato che il Santo Padre aveva concesso a ogni sacerdote di assolvere dal peccato di aborto (e l’hanno fatto come se avesse detto “abortite pure, tanto poi è una strada in discesa” ma ora lasciamo stare la scarsa qualità del giornalismo), ho scoperto con vera sorpresa che ci sarebbero persone convinte che la scomunica le metta da parte per sempre. La mente moderna mi sconcerta sempre ma stavolta ha superato se stessa.

A causa delle persone da cui l’ho sentito affermare, non posso credere che sia una bubbola da propaganda; devo credere per forza che sia una posizione sincera. Oltre che sincera, però, è anche una posizione ignorante e superstiziosa. Mi si stringe il cuore per Diderot: chissà quanto s’angoscia a vedere i cervelli che lui e i suoi compari hanno contribuito a generare?

Che una scomunica sia fatta per “mettere da parte” è vero; che sia “per sempre” è una scemenza grande quanto Giove. La scomunica funziona solo in virtù di due caratteristiche e una di queste è proprio il fatto che può e deve essere revocata quando chi ne è colpito si pente del peccato che gliel’ha portata addosso; se fosse “per sempre” non servirebbe a niente.

Basterebbe conoscere quattro righe di storia: l’imperatore Enrico a Canossa, per esempio. Ma no, cavolo, troppa fatica! E allora, come se un aborto di per sé non fosse già un ottimo motivo per lacerarsi l’anima, si sta lì a preoccuparsi di qualcosa che

a) non è vero e

b) non riguarda nemmeno tutti.

Perché l’altra cosa che fa funzionare la scomunica è il fatto che presuppone l’esistenza di una comunità rispetto alla quale essere “messi da parte”. Trattandosi della religione minoritaria che chiamiamo cattolica, questa comunità è la comunità cattolica, la Chiesa in ogni sua articolazione; e non si può, in buona fede, affermare che riguardi tutti.

Quelli che non si riconoscono cattolici non dovrebbero ragionevolmente avere problemi con una scomunica. Io non avrei ragionevolmente problemi con una fatwah; avrei forse il pensiero che qualcuno possa tagliarmi la gola, ma la fatwah di per sé mi farebbe un baffo, come si usa dire. I cattolici non tagliano la gola al prossimo per via delle scomuniche, quindi non vedo bene il problema per i non-cattolici. Forse hanno consistenti problemi di autoinganno o di malafede: ma non poter avere i sacramenti cattolici, tranne che in punto di morte, a costoro non dovrebbe fare né caldo né freddo. Se non sono mai stati cattolici, la cosa non li tocca; se hanno abbandonato la Chiesa cattolica, la cosa non dovrebbe più toccarli.

Quanto al timore che siano gli altri cattolici a poterti mettere da parte”… be’, per farlo si dovrebbe sapere che uno è scomunicato. E in genere non si sa, perché nessuno se ne va in giro col cartello “ho ammazzato un bambino prima che nascesse” o la descrizione di qualunque altro peccato soggetto a scomunica.

Ma c’è un ma.

Anche considerando che qualunque scomunica dovrebbe essere un problema solo per chi è cattolico, o meglio per chi è battezzato, c’è da ricordare che quelli che non si riconoscono cattolici o cristiani potrebbero comunque esserlo stati, e quindi potrebbero effettivamente sentirsi feriti. Lo troverei un sentimento misterioso, visto che se ne sono andati da sé, ma penso che potrebbe esistere, come esiste la nostalgia.

Soprattutto, però, la Chiesa cattolica è l’unica istituzione al mondo che afferma di poter perdonare i peccati. E questo non è uguale a zero.  

Altri ti metteranno in testa che abortendo hai esercitato un diritto, o aiutato a esercitarlo, e cose del genere; e la ferita non guarirà, perché nessun autoinganno ti può proteggere da questo genere di ferite. Ma la Chiesa dice di poter perdonare i peccati, tutti, e che nessuno è escluso dall’abbraccio di Dio; al punto che il primo a entrare in paradiso insieme a Gesù fu un ladro, forse anche assassino, non certo una brava persona. Questo è interessante e non si trova da nessun’altra parte.

È questo a rendere tanto importante il fatto che ogni sacerdote possa assolvere dal peccato di aborto.

Non immagino code di non-cattolici ai confessionali; non ci sono nemmeno code di cattolici (anche per questo è tanto facile gabbarli col cattivo giornalismo). Però sapere che esiste un luogo in cui puoi andare ed essere perdonato, secondo me non è uguale a zero anche per chi non è cattolico.

Pentirsi realmente è la seconda cosa più difficile. La cosa difficile in assoluto è credere che ci sia qualcuno che ti perdona quando sei pentito; perché noi non siamo disposti a perdonare noi stessi, quando abbiamo fatto una cosa davvero grave e ne siamo realmente addolorati. Ci vuole qualcuno fuori di noi, per questo. Ecco, la decisione del Santo Padre rende più chiaro che qualcuno c’è. C’era anche prima, ma forse non era molto chiaro. Ora è più chiaro.

Non si è trattato di fare i conti con una percezione che esiste, per quanto sbagliata, come ho pensato lì per lì. Si è trattato invece – come del resto dice il Santo Padre nella lettera, solo che uno la leggesse – di ricordare a tutti che non esiste peccato, per quanto grande, che Dio non possa perdonare e che non voglia perdonare, se uno è davvero pentito:

«non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre» (Misericordia et misera, par. 12).

Questa può sembrare una novità solo ai legalisti. Ma di legalisti ce ne sono fin troppi, fuori e dentro la Chiesa. Ben venga che il Santo Padre l’abbia specificato di nuovo in una simile occasione, così magari ci rimane più impresso.

E non è vero che così si attenua la percezione del peccato grave; affermare questo sarebbe come dire che, non esistendo l’obbligo di farsi medicare, è meno grave la percezione di dolore quando ti tagli un braccio con una sega a nastro. Abortire non è come iscriversi al partito comunista o alla massoneria.

È vero, invece, che questa decisione richiede un supplemento di responsabilità da parte dei confessori e anche degli altri fedeli, specie per combattere le due amiche di Diderot, ignoranza e superstizione. Sarebbe ora di capirlo: istruire gli ignoranti è un’opera di carità, però richiede che siamo disposti a imparare prima di insegnare agli altri.

Se fossi il Vaticano, metterei di moda una mezz’oretta di scuola domenicale prima o dopo la messa di precetto. E insegnerei le cose come sono e non come la percezione degli ignoranti (o la malafede dei cattivi) le presenta. Siccome però non lo sono, mi arrangerò con quello che ho.

Continua? 

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A sorpresa, stavolta sì

Trasecolo nel sentire che in Gran Bretagna i giovani hanno votato per rimanere e i vecchi per andarsene e questo sarebbe la dimostrazione di conservatorismo e paure da parte dei vecchi.

La Gran Bretagna entrò ufficialmente nella comunità europea nel 1972.

Anche volendo considerare “giovani” tutti i nati dal 1972 in poi e “vecchi” quelli nati fino al 1971 – che è assurdo, ma ci serve per la discussione – si vede bene che i “giovani” hanno votato per mantenere la sola cosa che conoscevano, lo status quo di tutta la loro vita.

Sono i “vecchi” ad aver affrontato il voto con il possibile paragone di due situazioni.

Non i giovani, i vecchi.

Ciò non vuol dire che l’abbiano fatto tutti, ovviamente, ma che lo potevano fare, mentre i più giovani no.

I giovani hanno deciso di conservare quello che hanno sempre conosciuto (e sarà sintomo di paura solo per i vecchi? che diamine, un po’ di serietà), quello che risulta comodo o si illudono possa risultar comodo, quello che comunque non ti pone davanti a una novità con cui fare i conti.

 

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