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I doveri degli italiani

Quali sono i doveri di un cittadino italiano? Ascoltando il presidente Gentiloni, qualche giorno fa, sottolineare che i cittadini italiani hanno dei diritti ma anche dei doveri, mi sono accorta all’improvviso che io stessa, nata e crescita italiana e fiera di esserlo per la maggior parte della vita, non ho una grande e salda idea di quali siano questi doveri: votare, difendere la nazione, pagare le tasse e poi?

Quanto alle tasse, però, le paghi là dove lavori o hai dei possedimenti, perciò non è neanche tanto un dovere di cittadinanza, forse.

A una domanda del genere dovrebbe esser facile trovare la risposta, rileggendo la Costituzione. Solo che io la Costituzione l’ho letta più di una volta; ma si vede che ogni volta ero distratta, perché i doveri non li ricordo chiaramente.

Così sono andata a rivedere, nei primi 54 articoli, dove e come compaiono i termini del dovere, incluse le declinazioni del verbo e le espressioni “assimilabili” e ho trovato che ci sono tre tipi di dovere.

A) Ci sono doveri che vengono esplicitamente chiamati così

Sono, ad esempio i «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» (articolo 2) o il «dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società» (articolo 4) o il dovere di mantenere ed istruire i figli (personalmente o mandandoli a scuola, articolo 30)[1] o il «dovere civico» di votare o infine il «sacro dovere» di difendere la patria (articolo 52). Ce ne sono anche altri, naturalmente. Basta leggere. La Costituzione, ognuno se la dovrebbe leggere da sé.

B) Ci sono doveri che sono formulati con “espressioni assimilabili”

Sono, per esempio il dovere di pagare le tasse (articolo 53: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva») o il dovere di rispettare l’ordinamento giuridico italiano per le religioni che non siano quella cattolica, qualora ci sia contrasto con ciò che le religioni stesse stabiliscono (articolo 8: «Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano»). I neretti sono miei.

Le chiamo “espressioni assimilabili” perché, anche se non presentano il termine specifico, definiscono comunque un dovere.

Seguitando con l’esempio delle religioni, il dovere è quello di rispettare le leggi e le basi giuridiche della nostra nazione, come si è recentemente precisato in Corte di Cassazione a proposito dei coltelli rituali dei Sikh; indipendentemente dallo specifico della questione (che a me pare un poco fuori centro, perché quei coltelli non tagliano; è un po’ come metter fuori legge i sottobicchieri di metallo per tema che si possano usare a mo’ di shuriken), quel giorno è stato ribadito chiaramente il dovere esposto nell’articolo 8 in forma assimilabile.

C) Ci sono doveri impliciti nelle previste eccezioni ai diritti

I primi 54 articoli della nostra Costituzione sono zeppi di diritti, molti dei quali «inviolabili», e forse è anche per questo che i doveri non me li ricordavo più di tanto: perché annegano nell’oceano dei diritti. Molti di quei diritti oggigiorno sono internazionali, non dipendono dalla cittadinanza, la nostra Costituzione ha qualche anno sulle spalle.

Per alcuni diritti la Costituzione prevede che lo Stato possa legiferare delle eccezioni.

Uno di questi (non il solo caso, però) è il diritto alla salute:

Articolo 32.

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.
La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Neretto mio. Qui è stabilito che nessuno può costringermi a curarmi e ciò che vale per me vale per tutti i cittadini, a meno che lo Stato non decida di costringerci a un certo trattamento sanitario emanando una norma specifica. È quello che lo Stato ha fatto nel caso dei vaccini.

In simili casi c’è un dovere implicito, che nasce però da un dovere esplicito, quello dell’articolo 54: «Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi».

Se lo Stato decide che tutti i bambini devono essere vaccinati, si potrà anche discutere sul numero dei vaccini o sull’obbligatorietà di certi vaccini e anche sulla giustizia della norma in sé MA, nel momento in cui lo Stato fa una legge in materia, è dovere di ogni cittadino italiano obbedire. Il dovere specifico del caso è implicito nel fatto che si tratta di una legge e che noi, come cittadini, abbiamo il dovere esplicito di obbedire alle leggi.

 

Ora, ci sono a volte cittadini che protestano contro leggi dello Stato e che non hanno la minima voglia di obbedire. Ci sono a volte leggi che sono dei veri e propri sputi all’umanità e disobbedire è un dovere civico quanto il voto.

Adesso però non stiamo lì a vedere se una legge è giusta o no: prendiamo come esempio, continuando con la salute, i genitori che non vogliono far vaccinare i loro figli. Che abbiano ragione o meno, rispetto ai doveri costituzionali che il presidente Gentiloni richiamava conta il fatto che questi cittadini italiani non vogliono onorare il dovere che hanno di seguire le leggi.

Tutti i cittadini italiani che conosco, poi, non avrebbero nessuna voglia di onorare quell’altro dovere di pagare le tasse (succede nei regimi di polizia fiscale, ma anche questo adesso lasciamolo da parte).

E una buona parte di cittadini italiani non ha la minima voglia di onorare il “sacro dovere” di difendere la patria e s’imboscherà di corsa se mai capitasse che entriamo in guerra, cosa che possiamo fare solo per difenderci, secondo la Costituzione: ma s’imboscheranno comunque. Addirittura, in Costituzione è presente un dovere, quello del servizio militare, che oggi abbiamo eliminato, tanto ci faceva schifo (non del tutto a torto, va riconosciuto).

Infine, bisogna che riconosciamo che molti non hanno la minima intenzione di onorare il dovere esplicitato dell’articolo 4, anche quando abbiano un’attività o funzione (un lavoro, insomma): il progresso che gli interessa è soltanto il loro proprio, alla nazione non ci pensano affatto, se non quando entra in gioco l’articolo 53 e allora non ci pensano esattamente con benevolenza.

Se gente che è nata e cresciuta in Italia, e non conosce concretamente altro, non è sempre disposta ad compiere i propri doveri costituzionali, quanto è saggio e giusto chiedere di compierli a persone che, pur nate e cresciute in Italia, conoscono concretamente anche altro e magari gli piace pure di più?

Anzi, facciamo un esempio estremo: immaginiamo che la Tunisia o la Francia ci attacchino e che dobbiamo difenderci con le armi; non succederà, però ha più senso usare come esempio due nazioni confinanti rispetto al Qatar o alla Corea del Nord.

Sarebbe giusto chiedere a un giovane cresciuto in una famiglia tunisina o francese, con parenti in Tunisia o in Francia, magari parenti stretti, di compiere il sacro dovere di difendere la patria italiana solo perché gli è capitato di nascere in Italia?

Sarebbe saggio aspettarsi che lo compia, se non vorrebbe compierlo nemmeno chi non ha alternative di patria?

E, se davvero si entrasse in guerra contro quei paesi, anzi, stavolta diciamo se fossimo in guerra contro la Corea del Nord: siamo sicuri che qualche benintenzionato funzionario della Difesa non avrebbe il ghiribizzo di internare mia cognata (che è di Seul, quindi del Sud, non del Nord) e mio nipote proprio come fecero gli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale con i cittadini statunitensi di origine italiana o giapponese? Eppure la cittadinanza gliel’avevano pur data! Suprema ingiustizia, ma io riesco a immaginarla praticata anche in Italia, specie con la percentuale di preconcettosi fifoni che abbiamo. Non si può sperare che non entreremo mai più in guerra con nessuno solo perché con l’Unione europea abbiamo avuto settant’anni di pace fittizia.

Sarebbe una gran cosa se la gente guardasse le cose senza sentimentalismi e considerando tanto la storia quanto la natura umana.

 

Paolo Pombeni, Lo ius soli e una politica sfilacciata, Mente Politica 21.06.2017

Rodolfo Casadei, Ius soli. Perché non funziona (Una trappola chiamata ius soli), Tempi.it, 20 giugno 2017

 

 

 

[1] In Italia è obbligatoria l’istruzione, non la scuola. Lo Stato istituisce scuole per i figli di chi non è in grado di istruirseli da sé ma non è obbligatorio mandarceli: è solo generalmente più comodo. Un bambino deve avere perlomeno otto anni di istruzione, questo è un suo diritto. Il dovere quindi riguarda non solo l’istruzione ma anche la sua durata: gli otto anni valgono sia che il bambino vada a scuola sia che venga educato in casa.

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Le parole che evito: italiota

Il termine “italiota”, fin dalla sua nascita, ha sempre indicato nella nostra lingua un determinato elemento della Storia: come sostantivo, gli antichi abitanti della Magna Grecia, cioè dell’Italia meridionale, e come aggettivo tutto ciò che riguarda la Magna Grecia antica.

Quando facevo il liceo, questo è il significato che appresi.

Poi è venuta fuori la moda per cui un italiano definisce gli italiani “italioti” quando fanno qualcosa che non gli garba. Non so chi abbia messo in giro questo significato spregiativo ed è possibile che sia più vecchio dei miei anni liceali; è anche possibile che il sostantivo greco da cui deriva fosse dispregiativo di suo (in tal caso sarebbe strano che sia stato usato per trarne un termine storico all’inizio dell’Ottocento, dovrò approfondire) ma è solo in seguito che l’ho sentito usare in maniera diffusa.

Per la nascita del significato dispregiativo vedo due possibilità:

* una è che sia un traslato inventato da qualcuno che disprezzava gli abitanti della Magna Grecia attuale e che abbia cominciato a usarlo prima contro di loro (come userebbe “terroni”, per capirci) e poi appunto trasportando quel significato a tutti quelli che disprezza; però mi pare poco probabile;

* l’altra, e mi pare la più verosimile, è che sia una composizione di italiano+idiota; in altre parole, chi usa il dispregiativo “italiota” sta dando dell’idiota a chiunque non la pensi come lui e nel farlo gli par d’essere figo, anche.

Se anche la genesi fosse la prima, comunque, la diffusione è stata dovuta sicuramente all’assonanza con “idiota”.

Questa è una delle parole che non uso né userei mai, ovviamente nel significato dispregiativo. Se mi trovassi a parlare degli abitanti della Magna Grecia antica, immagino che la userei.

Se invece mi irritassi (cosa non molto difficile a verificarsi) e volessi dare dell’idiota a qualcuno, gli darei dell’idiota; più probabilmente gli darei del deficiente. Ma sarebbe una cosa personale e indipendente dal suo o mio essere italiano tunisino americano o filippino. I deficienti sono universali come gli idioti e gli imbecilli. Legare un termine dispregiativo a una nazionalità non rientra nel mio genere di dispregio.

Oltre a evitarla, mi son fatta un’idea abbastanza chiara di quelli che la usano; e ho una certa tendenza a evitare anche loro.

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Flat-tax: il punto non è l’aliquota, è tutto il resto

Ogni tanto si riparla di flat-tax. La flat-tax è un tipo di prelievo fiscale diretto che prevede una sola aliquota, cioè la percentuale di reddito da prelevare, uguale per tutti. Il sistema attuale prevede degli scaglioni, con aliquote che crescono al crescere della fascia di reddito.

Se una proposta di flat-tax prevedesse solo una percentuale unica e niente altro, sarebbe un bel guaio. Nel valutare una proposta di flat-tax, quindi, bisogna guardare non tanto l’aliquota, ma il contorno, cioè le condizioni. Perché?

Innanzitutto bisogna sapere o ricordare che la flat-tax riguarda le imposte dirette, cioè quelle sul reddito, e non le imposte indirette (come l’IVA). Partiamo quindi dai redditi.

Immaginiamo di avere due redditi, uno da 25.000 euro l’anno e l’altro da 250.000 euro l’anno, cioè dieci volte più grande dell’altro.

25.000                                    250.000

Scelgo una percentuale del 10% e la applico a entrambi i redditi. Che cosa ottengo dalla matematica?

10% di 25.000 = 2.500 

10% di 250.000 = 25.000 

Il reddito maggiore paga di sole tasse una somma pari all’intero reddito minore.

Parrebbe una cosa giusta, no? Chi ha di più paga di più. Anche la Costituzione dice che ognuno deve contribuire in base alle sue possibilità (Articolo 53. Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva).

Ma continuiamo con la matematica. Qual è il reddito che rimane dopo aver pagato le imposte?

25.000 – 2.500 = 22.500

250.000 – 25.000 = 225.000 

Forse adesso sembra un po’ meno giusto.

Ma un po’ TANTO meno giusto.

Non è la stessa cosa trovarsi a vivere con 22.500 euro l’anno o con 225.000: nel primo caso si sta scomodi, specie se si tratta di una famiglia; nel secondo caso ce n’è d’avanzo, perché nessuna famiglia normale ha vera necessità di spendere tutti quei soldi in un anno per vivere.

Se tutto questo accade con un banale 10%, figuriamoci quandol’aliquota è il 20% o il 25%: più che scomodi, forse si sta stretti; come in una bara.

Per questo motivo, in una proposta di flat-tax l’aliquota in sé è un elemento che non dice granché. Quello che dice molto è il resto delle condizioni: visto che la flat-tax riguarda solo l’imposta sul reddito, che succede alle altre imposte? (Iva, Imu, Irap eccetera) che ne è delle tasse per i servizi? (a parte quelle locali, che fine fa la sanità?) e qual è la franchigia?

Quella che qui io chiamo “franchigia” è la fascia di reddito da 0 a Nmila euro che NON paga l’imposta, per piatta che sia.

Come si è visto dalla matematica di prima, non è pensabile proporre una flat-tax senza una franchigia: sarebbe un’iniquità da far sembrare generoso e filantropo perfino il Vecchio Bracalone. C’è un reddito minimo che garantisce alla famiglia un’esistenza dignitosa; quel reddito non va toccato.

Ci sarà  il problema di stabilire quale sia quel reddito minimo dignitoso: trentamila l’anno? quarantamila?

Ovviamente dipende da molte cose, come il numero di persone nel nucleo familiare o la zona in cui ti trovi. Si può individuare in vari modi, per questo uso il termine generico di “franchigia” che indica l’esenzione dalle imposte. Alcuni pensano che una franchigia non sia opportuna e propongono di mantenere il sistema a scagliono sotto a un certo reddito e di adottare la flat-tax sopra. Ma anche quel “certo reddito” bisogna che sia calcolato.

Se però riusciamo a mandar gente nello spazio, direi che la matematica è ormai abbastanza sviluppata da poter fare simili calcoli. Casomai quel che manca è la volontà. Ma questa è un’altra storia.

In definitiva: quando si parla di flat-tax, non è (solo o tanto) l’aliquota che dovete guardare.

 

La proposta del prof. Francesco Forte, da Tempi Web

La proposta dell’Istituto Bruno Leoni, dal sito dell’Istituto

La proposta della Lega Nord, da affaritaliani.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Molta osservazione e poco ragionamento…

Un mio conoscente è in ospedale da un po’ ma io l’ho scoperto solo qualche giorno fa. Ho chiesto a un amico comune di andare a trovarlo insieme, lui s’è informato e mi ha detto che

a) Mario non riconosce nessuno, quindi sarebbe inutile e poi

b) se qualche conoscente va lì, lui si agita.

Ora, io spero con tutta la capacità della mia anima che l’errore marchiano in queste due affermazioni sia evidente a chiunque. Ma la capacità del mio cervello mi dice che a molti potrebbe non essere evidente affatto, visto che non è stato evidente neanche all’amico che mi ha riportato le notizie, quindi bisognerà spiegare che

se davvero Mario è incosciente (“non riconosce nessuno” significa questo) come fa ad agitarsi quando va lì un suo conoscente?

È ovvio, dovrebbe essere ovvio, che le due cose non stanno insieme.

Si agita perché riconosce, ma non si può esprimere se non “agitandosi”. Io non voglio che si agiti, a rischio di avere un’altra crisi, quindi non andremo a trovarlo, nemmeno i suoi parenti ne sarebbero contenti; ma questa cosa mi sta stretta, ma così stretta che nemmeno la cruna di un ago è stretta altrettanto. Mi sottometto solo perché penso che sia per il meglio, ma non sono affatto certa che sia per il meglio; diciamo che sto solo usando un principio di precauzione. E che forse sono una vile.

Quel che in realtà mi pare è che quelle due affermazioni vengano sputate fuori solo per non aver rotture di scatole.

Qualcuno dirà: ma che motivo dovrebbero avere i medici per tenerti lontana? Non ne ho idea. In genere, però, se uno tira fuori giustificazioni contraddittorie, vuol dire che un motivo ce l’ha e che il motivo è cattivo: pigrizia, egoismo, il proprio comodo, a volte perfino un intento criminale (non in questo caso, certo, infatti ho detto “in genere”).

La cosa poi che mi preoccupa di più è che queste baggianate vengono da gente – i medici – che nell’osservazione dovrebbe avere il suo punto di forza.

Io di Alexis Carrel ho letto poco e la frase famosa che viene citata spesso – poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore, molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità – non l’ho letta direttamente, ma nel libro di don Giussani Il senso religioso. Qualcosa di suo l’ho letto, però, e ho letto qualcosa a proposito di lui: di sicuro Carrel non ha preso il Nobel e non ha gettato le basi per i trapianti di cuore ragionando in quel modo lì.

Per la verità, non l’ha per niente fatto ragionando, il ragionamento è venuto dopo: questa è una delle cose più sorprendenti che ho appreso in vita mia, ma Carrel ha inventato la sua tecnica per riunire i vasi sanguigni ricordando sua madre che ricamava in seta quando lui era piccolo e, ormai adulto, è andato dalla migliore ricamatrice in seta di Francia a farsi insegnare quell’arte fatta di punti minuscoli; poi l’ha applicata ai vasi sanguigni. Non è che non ragionasse: ma il ragionamento non puoi attaccarlo all’aria, devi partire da quel che c’è, non da quello che ti piacerebbe ci fosse.

Ora, non so perché a medici e infermieri dovrebbe piacere che un paziente sia privo di coscienza, però lo posso immaginare: per molti probabilmente è insopportabile pensare che un essere umano come loro sia ancora in grado di sentire tutto ma non possa esprimersi.

Questa è una posizione comprensibile da un punto di vista umano, specie in questi tempi. Quel che non è né umano né comprensibile, perché non è ragionevole, è l’equazione “non si esprime, dunque non riconosce”.

Questa equazione va bene per gli alberi, che si sarebbero evoluti differentemente se fossero in grado di “riconoscere” e, se non si esprimono, è perché proprio non è una cosa loro. Ma non va bene per le persone, poiché invece la capacità di esprimerci è proprio una cosa nostra.

Se mi capita un incidente, spero di rimanerci secca subito, perché l’idea di trovarmi in un ospedale con gente così mi pare sinceramente intollerabile. (Sì, va be’, un’occasione per pregare ma insomma…) Se però non ci rimango secca lì per lì, spero che a nessuno venga in mente di lasciar fuori quelli che vogliono farmi visita con ragionamenti tanto balordi; se qualcuno si azzarda, quando poi mi riprendo lo rivolto come un calzino. Oppure, se non mi riprendo, gli vado a far visita la notte appiè del letto.

Anzi, ora che ci penso, mi sa che faccio un testamento-da-coma, oltre a quello da-morte.

 

 

 

 

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Valori e leggi

Che cosa definisce il valore di un comportamento? La legge? Non sarà mica il contrario? Un furto rimane furto anche quando la legge lo consente o no?

Accade in Italia un caso che coinvolge i Sikh e i loro simboli religiosi: qualche tempo fa un Sikh è stato multato di 2.000 euro perché portava con sé un coltello più lungo dei 20 cm consentiti dalla legge. Questo coltello, che si chiama kirpan, è un oggetto religioso che per loro è obbligatorio portare addosso, proprio come il braccialetto che anni fa causò tante discussioni in Inghilterra.

Evidentemente, questo signore lo portava a vista, perché l’hanno individuato e multato. Ha fatto ricorso e l’ha perduto, perché secondo la Corte di Cassazione gli immigrati, con tutto il rispetto per la loro cultura d’origine, si devono adeguare ai valori del paese che li ospita.

Solo che la CdC confonde i valori con le leggi: per noi non è un “valore” andare in giro disarmati, perché è un comportamento, anche intelligente, non dico di no, che ci è imposto dalla legge e non dalla morale o dal’etica.

Così, la CdC fa un altro passettino per identificare i valori di un popolo con le leggi fatte da pochi. È un po’ come la faccenda francese del divieto di burkini in spiaggia che violava, secondo qualcuno, i valori francesi: e quali sono, i valori francesi, andare in giro con le chiappe scoperte e le tette al vento? In quel caso, la CdC francese stabilì che il burkini non violava nessun valore, qui invece…

Oltretutto, la lama del kirpan non è affilata e quel coltello, che non è neanche tanto più lungo di 20 cm, dovrebbe essere usato con molta forza e cattiveria per uccidere qualcuno. Ma se uno ha sufficiente forza e cattiveria, per uccidere qualcuno basta anche il coltello da 20 cm o una matita o anche solo un pugno.

Questa sentenza è tendenziosa e sciocca. Chissà, forse c’è dietro la paura che, se si concede questa cosa, pian piano se ne dovranno concedere altre.  Ma ecco appunto la sciocchezza: questa cosa in particolare non riguarda un valore, come dicevo, mentre altre cose sì; ed è lì che si deve mettere lo stop, non sul pugnale rituale che non taglia.

Ma veramente la cosa più preoccupante è l’idea che “valori” e “leggi” coincidano. Andare in giro disarmati è un valore quando la legge ti consente di portare armi liberamente; girare armato e non usare l’arma è un valore perché dice che sei uno che ha il controllo di sé; non portare armi perché sennò ti staccano 2.000 euro… a parte i duemila, me lo dite dove sta il “valore”?

Si può approfondire qui.

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Ovvero, ossia, oppure

Mi ero sempre meravigliata che la cosa non avesse mai provocato incomprensioni; ormai non mi posso più meravigliare, perché infine ne ha provocate.

Mi riferisco al fatto che, per i giurisprudenti la congiunzione ovvero significa “oppure” e non, come per le persone normali, “ossia”, “cioè”.

ovvero o †o vero, †overo

[comp. di o (2) e vero; 1261 ca.]

cong.

1 Ossia: sarò da te fra quattro giorni, ovvero venerdì sera.

2 Oppure (con valore disgiuntivo): siasi questa o giustizia, ovver perdono (TASSO).

Per la verità, l’uso della giurisprudenza credo sia quello più vicino all’origine. (Se ci fate, caso, per il primo significato, lo Zingarelli riporta un esempio moderno, mentre per il secondo ce n’è uno letterario antico, anche se non tanto antico quanto la parola stessa.) Solo che ormai l’uso disgiuntivo è diventato solo “giuris” e, in certi casi, è usato con poca prudenza.

Uno di questi casi è sicuramente il comma della legge sulla legittima difesa che ha fatto cianciare a sproposito un bel po’ di gente, a partire da Matteo Salvini, accompagnato fuori dall’aula proprio durante la discussione. Non so se per lui si tratti di ignoranza o di voluta caciara, ma il fatto è che quel comma dice esattamente l’opposto di quello che ha inteso (o fatto intendere lui): dice che di notte puoi anche sparare a vanvera e nessuno ti può toccare.

E questo, riconosciamolo, non è che vada poi tanto bene.

Ma vediamo la grammatica.

Il comma controverso è questo:

«…. la reazione a un’aggressione in tempo di notte OVVERO la reazione a seguito dell’introduzione nel domicilio con violenza alle persone o alle cose ovvero con minaccia o con inganno»

Appena l’ho letto, ho capito finalmente da dove fosse nato il problema di cui si parlava da due giorni. I più, incluso Salvini, hanno considerato “ovvero” come sinonimo di “ossia” e hanno letto questo:

Interpretazione 1: È legittimo reagire solo durante la notte OSSIA quando uno ti entra in casa con la violenza – alle persone o alle cose (sfascia la porta d’ingresso e simili, suppongo) oppure con l’inganno o le minacce.

Sorprendentemente, hanno capito bene il secondo “ovvero”, ma non il primo. Oppure erano talmente concentrati sul primo che del secondo neanche si sono accorti?

Se invece si considera quell’ovvero come lo considerano i giurisprudenti (che poi sono i redattori delle leggi, perché le leggi non le scrive il salumiere), il comma dice esattamente il contrario:

Interpretazione 2:  È legittimo reagire durante la notte OPPURE quando [=ogni volta che] uno ti entra in casa con la violenza – alle persone o alle cose oppure con l’inganno o le minacce.

Se invertiamo i termini disgiunti, il comma diventa:

…. la reazione a seguito dell’introduzione nel domicilio con violenza alle persone o alle cose OVVERO con minaccia o con inganno ovvero la reazione a un’aggressione in tempo di notte

vale a dire che

Interpretazione 2 bis:  È legittimo reagire ogni volta che uno ti entra in casa con la violenza – alle persone o alle cose oppure con l’inganno o le minacce oppure in ogni caso durante la notte.

Insomma: durante il giorno vedremo se la reazione è giustificata e proporzionata eccetera; se invece spari durante la notte, anche se spari a casaccio nel buio, non ti possiamo condannare.

Per forza molti ora dicono che la legge è scritta male: è proprio scritta male! Ma se ne sarebbero potuti accorgere anche prima. E mi auguro che ora la ritengano scritta male per i veri motivi.

Il problema è l’uso particolare di “ovvero” e l’ignoranza o la malafede di certuni.

Sulla malafede non posso nulla. Per l’ignoranza posso poco, se non far sapere che quell’uso particolare esiste. Ma poi mi chiedo: sarebbe giusto e opportuno chiedere ai giurisprudenti di cambiare oppure no?

Conosco da molto tempo quell’uso particolare per via del mio lavoro di editor; ricordo lo sconcerto della prima volta, quando fu il contesto che mi aiutò a capire, anche senza vocabolario (poi sono andata comunque a verificare). Nel tempo mi sono accorta che la maggior parte dei giurisprudenti non è in grado di liberarsi dall’uso disgiuntivo di “ovvero”: insomma, lo usano in quel modo anche quando non scrivono leggi ma solo di leggi. Non se ne rendono proprio conto.

Un po’ li capisco e non mi dispiace questo uso così arcaico, tanto più perché so che cosa vuol dire. Addirittura a volte questi particolari gergali mi sono stati d’aiuto per individuare i plagi via copia-incolla. E capisco sempre l’affezione alla propria lingua.

Solo che l’affezione non dovrebbe mai ostacolare la comunicazione, specie quando si scrivono leggi, che hanno a che fare con la vita delle persone.

No, io non vorrei che cambiassero radicalmente lingua, quelli che scrivono le leggi. Vorrei invece che stessero attenti: che pensassero a comunicare, per ciò che gli spetta, e non solo a produrre un testo. Che si chiedessero: ma questa cosa, messa così, sarà equivoca o sarà comprensibile?

Scrivere “o” al posto di “ovvero” non sarebbe tanto sconvolgente ma in molti casi potrebbe evitare confusione e tante chiacchiere inutili.

 

Un buon articolo sulla legge:

Le critiche alla legge sulla legittima difesa Il Post, 5 maggio 2017

 

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Quando hai imparato a leggere?

Ultimamente mi ronza in testa ogni tanto una battuta di una fiction Rai che ho sentito la settimana scorsa. Non l’ho seguita perché dalle pubblicità&interviste m’era sembrata la fiera dello stereotipo – l’uomo violento e puttaniere, le “donne forti”, qualunque cosa significhi, e via dicendo – e i primi dieci minuti non m’hanno dato modo di cambiare idea; ma la segue mia sorella e a un certo punto della prima sera, entrata per bere, mi trovo nelle orecchie questa frase della protagonista (interpretata da Stefania Rocca): Non ho potuto imparare a leggere perché dovevo occuparmi del marito e dei figli.

Lì per lì ho solo pensato: Uffa, che minch… e me ne sono tornata a leggere in camera. Poi però mi sono resa conto che la faccenda era più grave di quanto non sembrasse. Confesso che mi ci è voluto qualche giorno e non capisco se è la vecchiaia o che, ma questa è un’altra storia.

Non ha il minimo senso dire che una donna non ha potuto imparare a leggere perché doveva occuparsi del marito e dei figli.

Perché non ha senso? Perché la normalità – concetto alieno oggigiorno, mi rendo conto – è che le persone imparino a leggere da bambini, se imparano. E quando dico normalità, non dico la normalità nostra oggi, ma la normalità di sempre. La cosa strana e anomala – e tanto più lodevole, ma pure questa è un’altra storia – è imparare a leggere da grandi, quando appunto hai marito e figli oppure fai il marinaio o il fuochista e così via. Ci sono anche esempi molto curiosi di simili… anomalie: ma questa storia la racconta Lucia.

Nelle civiltà in cui esiste la scrittura, si è normalmente cominciato a imparare da bambini. Perché? Perché da bambini s’impara più facilmente e si ha oggettivamente più tempo. Inoltre, se la cosa è utile, devi essere già in grado di usarla quando diventi grande, altrimenti sei sempre indietro rispetto agli altri.

Così, imparare a leggere da bambini è la normalità per una civiltà letterata (o porzione letterata di civiltà).

Ed era la normalità nell’Italia fascista, in cui quel personaggio era cresciuto. Ma anche ipotizzando che i genitori della signora non l’avessero mandata a scuola – cosa che non so quanto davvero succedesse nel Ventennio ma che è genericamente possibile – la motivazione da dare non era “marito e figli”; al massimo era “genitori stronzi”, ma più probabilmente “genitori poveri”.

Si potrebbe replicare che “si voleva rappresentare una storia che fosse, per così dire, universale”.

Possibilissimo.

Se fosse davvero così, però, prima di tutto non si mette la legge Merlin nei primi dieci minuti, perché chiudere i bordelli è tutto tranne che universale, tant’è vero che ogni tanto c’è una volpe desiderosa di farli riaprire: erano discutibili solo le marchette del Sacro Romano Impero, mica quelle delle democrazie moderne.

In secondo luogo, l’universalità non spiana la ragione, casomai il contrario: di solito le cose non universali sono anche più o meno irrazionali.

Da noi le spose bambine non hanno mai avuto successo, anche se poteva capitare, in passato, che ragazzine si sposassero a dodici anni. Ma erano eccezioni, non la regola. Di sicuro non erano la regola nell’Italia degli anni Cinquanta! Magari i bambini non imparavano a scrivere, è vero, ma perché si pensava che non fosse utile, non perché già da bambini erano occupati con le faccende da grandi. E valeva per i maschi quanto per le femmine. (Per avere ben chiaro che il discrimine è l’utilità, leggete la storia di Lucia per saperne di più.)

È grave, questa faccenda, o è solo fastidiosa?

A me pare grave in generale, perché mostra una marcescenza della narrativa, come l’avevo già vista nella miniserie de “I Medici”, per fare un solo esempio. Ho già detto che la fiction in oggetto m’è parsa la fiera dello stereotipo e la rappresentazione teatrale di qualunque tipo ha un grandissimo peso nel diffondere le idee (e di solito quelle false o sbagliate ne sanno profittare meglio, chissà come mai). Ovviamente, è grave nel particolare perché è una falsità voluta. Non credo proprio che qualcuno possa partorire per sbaglio una simile sciocchezza.

Ma potrei essere io quella “difettosa”! Magari va benissimo inventarsi la storia o inventarsi tratti di (in)civiltà che non sono mai stati nostri, ma di altre culture anche abbastanza distanti dalla nostra.

Poi oggi m’è capitato l’articolo di un professore italiano che abita e insegna a New York e ho capito che, almeno stavolta, non sono io.

PAOLO VALESIO, Uno scimmione peloso a Manhattan contro l’ipocrisia degli States, IlSussidiario.net, venerdì 28 aprile 2017

 

(No, Gabbani non c’entra! Riporto la “bio” dal Sussidiario:

Paolo Valesio, nato a Bologna nel 1939, tiene dal 2004 la cattedra Giuseppe Ungaretti a Columbia University, New York, Usa. Si laurea in lettere nell’Università di Bologna (1961) e ottiene successivamente la libera docenza in glottologia (1969). Dopo un periodo di studi e insegnamento presso Harvard University (1963-1966, 1968-1973), Valesio insegna a New York University come Associate Professor of Italian Studies (1973-1975); è poi nominato Professor of Italian Language and Literature a Yale University, dove insegna dal 1975 al 2004. È direttore della rivista internazionale di poesia Italian Poetry Review (Ipr); ha fondato e diretto per dieci anni (1993-2003) lo “Yale Poetry Group”; è presidente della giuria del Premio internazionale di poesia “Pietro Alinari” a Firenze. Oltre a numerosi saggi critici, articoli, racconti e poesie sparse e un atto unico in versi, ha pubblicato cinque libri di critica letteraria, due romanzi, una raccolta di racconti, una novella, e sedici volumi di poesia. È attualmente impegnato nella composizione simultanea di una trilogia di romanzi diaristici paralleli scritti da prospettive differenti.)

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