Archive for Parole

Come si deve dire: il TAV o la TAV?

Abbiamo sempre detto “la” TAV. Negli ultimi giorni però qualcuno dice “il” TAV. quale articolo è corretto?

Dipende: di che stiamo parlando?

Se parliamo di una linea ferroviaria, bisognerà dire “la” TAV, perché la linea ferroviaria è femminile.

Se parliamo di un treno, poiché TAV significa Treno ad Alta Velocità, allora sarà “il” TAV. In francese si dice, al maschile, le TGV (Train à Grande Vitesse).

Il punto è che chiamare TAV la linea ferroviaria è improprio, visto che questo acronimo indica il treno. Bisognerebbe dire LAV, linee ad alta velocità, così come i francesi dicono LGV, lignes à grande vitesse.

Noi però stiamo discutendo di una linea ferroviaria, anche se le abbiamo dato un nome sbagliato. Prima che ci passi sopra un treno, ne scorrerà di acqua sotto ai ponti! Abbastanza da incrementare il trasporto fluviale, probabilmente.

Così, finché si parla della linea, bisognerà dire “la” TAV.

Qualcuno potrebbe anche saltar su a dire che noi parliamo di un “progetto” di linea, che è maschile e quindi vuole l’articolo “il”.

Se valesse un simile discorso, però, dovremmo anche dire “la” Parlamento, perché “il” Parlamento negli ultimi anni, a forza di fiducie, mi pare diventato soltanto un’ombra di Parlamento…

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Migranti, emigrati, immigrati ecc.

Anni fa avevo già percepito la questione – nel 2011 e nel 2013 – ma qui c’è uno che ne sa un bel po’ più di me e che la inquadra proprio per bene.

Gobber, Tutti migranti: il mare, la terra e un’ideologia “nuova”, Il Sussidiario.net, giovedì 28 febbraio 2019

 

P.S. Nell’articolo:

  • Newspeak (new speak) è la Neolingua del romanzo di George Orwell 1984 (del 1949).
  • Brave New World è il titolo di un romanzo distopico di Aldous Huxley, del 1932.

 

 

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Adesso smettiamo di chiamarli “abusi”

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Io non so davvero come siamo arrivati a definire “abusi” le violenze sulla persona. E, per una volta, non m’interessa saperlo. Quel che mi interessa è che bisogna smettere di chiamarle così.

 

Un abuso è un eccesso nell’uso di qualcosa: abuso di potere, abuso d’ufficio, abuso d’autorità, per esempio. Uno ha un incarico che prevede di fare qualcosa ed esagera nel farlo. Ne possiamo dedurre che Leggi il seguito di questo post »

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Dignità

Svetlana Panič, “La dignità vince il filo spinato”, La Nuova Europa Blog 8 Febbraio 2019

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Petalosa flautolenza

Conoscete l’espressione “giustizia poetica”?

Ebbene, dopo essersi sentiti in diritto di sputare sulla Crusca quando ha dato il suo parere sulla parola “petaloso” (un parere competente e sensato, anche perché fanno i lessicografi da mezzo millennio, ma fin lì comunque ci arrivavo anch’io), adesso molti italiani hanno la

flautolenza

… e io dico che se la tengono.

 

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I risparmi (o qualunque altra cosa) degli italiani

Qualcuno di recente mi ha fatto notare che i politici italiani si riferiscono sempre a “gli italiani” come se loro non lo fossero. In effetto ormai abbiamo le orecchie piene dei “risparmi degli italiani”, per esempio, o degli “italiani che hanno scelto il cambiamento”.

Ora qui non m’interessa la sostanza ma la forma. Com’è che tanta brava gente parla del proprio popolo in terza persona? Perché non lo fanno solo i politici, è la prima replica che ho fatto a quell’osservazione; per la verità, moltissimi italiani parlano così, me inclusa. Ma il motivo qual è?

La prima risposta che m’è venuta in mente era cattiva, lo riconosco. Era che la nostra cultura generale è stata ammorbata dagli intellettuali di sinistra, negli ultimi cinquant’anni e costoro sono curiosamente sprezzanti verso la gente comune, perlomeno dai giorni in cui il ministro De Sanctis diceva che bisognava trasformare la plebe in popolo. In tempi più recenti – roba di settimane – un paio di commentatori hanno pure provato a ritirare fuori l’aforisma, per farne fregio alla sinistra, ma pare che la fantasia sia morta praticamente sul nascere. Gli UFO sono più credibili, ormai.

Cattiveria o no, però, questo è effettivamente un motivo possibile. Personalmente non credo che sia il primo e principe. Nemmeno il secondo. È solo il primo che mi è venuto in mente, per la concomitanza con la menzogna stellare di cui sopra.

Dopodiché ho cominciato a rimuginarci su, a tempo perso, e in una seconda occasione mi sono accorta che c’è un altro motivo per non usare il noi: il fatto che non ci si considera parte del “noi” di cui si parla.

Niente di metafisico o psicologico, parlo di un fenomeno naturale.

Se io – io nel senso di me, non è un io retorico – se io Umberta dico che “gli italiani non conoscono l’economia”, sto semplicemente  affermando un fatto che vedo e di cui non faccio parte. Io conosco l’economia, almeno nei suoi elementi di base filosofici e matematici. Non potrei dire nemmeno per sbaglio che “noi italiani non conosciamo l’economia”, sarebbe una falsità. (Oppure una dimostrazione di senso civico fuori dall’ordinario, ma io non sono a un tale livello.)

Allo stesso modo, se parlo dei “risparmi degli italiani”, affermo qualcosa che vedo da fuori. Io non possiedo risparmi.

Semplice, no? Semplice. Sfortunatamente, non esistono soltanto casi di questo tipo.

Quando si parla del “voto degli italiani”, per esempio, non ci si dovrebbe sentire fuori dal “noi”: votiamo tutti, a meno che decidiamo di non farlo. Questo rientra in un senso civico ordinario. Ovviamente chi non vota mai, per scelta o pigrizia, potrà usare il “noi” e ricadere nella categoria precedente, ma io ho sempre votato, anche quando mi pareva che fosse perfettamente inutile e forse addirittura controproducente. E non credo proprio che i vari politici che parlano del “voto degli italiani” siano astensionisti accaniti. Molti di loro, sinistri, destri o centrali che siano, non ricadono nemmeno nella prima fattispecie.

Allora perché diamine parliamo così? Io amo il mio paese e anche il mio popolo, non sono un’intellettuale di sinistra (nemmeno un’intellettuale purchessia) e ho sempre votato in trent’anni da che sono diventata maggiorenne. E allora perché parlo così?

Bisogna pensarci, non basta rimuginare.

A che mi serve aver fatto il liceo classico se poi non so pensare a queste cose? A che mi serve saper leggere cinque o sei lingue se poi non sono in grado di cercare una risposta a una domanda del genere?

Accipuffolina, qui ne va della mia identità!

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Popolo e nazione, populismo e populisti

Niente filosofia, solo un articolo interessante:

LETTURE/ Il lungo viaggio del “popolo”, dai latini ai populisti russi, di Moreno Morani, Il Sussidiario 15 ottobre 2018

In un momento in cui il termine “populista” viene usato con un valore fortemente spregiativo, ecco una utile ricognizione sul valore originario di “popolo”. MORENO MORANI 

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Il professor Morani (copio la biografia nel sito, con un po’ di formattazione in più) è

professore ordinario di glottologia e direttore del Dipartimento di Scienze dell’Antichità, del Medioevo e geografico-ambientali (DISAM) dell’Università degli Sudi di Genova.

Nato a Milano, si è laureato in lettere all’Università Cattolica di Milano. È stato ricercatore nella medesima università. Ha insegnato glottologia nelle Università di Trento e Catania, dove ha tenuto anche il corso di Linguistica generale. Dal 1990 è professore ordinario all’Università degli Studi di Genova.

Ha prodotto pubblicazioni in vari ambiti della linguistica indeuropea (tra cui i manuali: Introduzione alla linguistica greca, Alessandria 1999; Introduzione alla linguistica latina, München 2000; Lineamenti di linguistica indeuropea, Roma 2007), e ha curato per la Collezione Teubner la nuova edizione critica del De natura hominis di Nemesio di Emesa, 1987. Ha prodotto numerosi testi di interesse più generale (Cultura classica e ricerca del divino, 2002, in collaborazione con Giulia Regoliosi) e traduzioni da varie lingue (in particolare dal greco le Tragedie di Eschilo, Torino 1987, e dal sanscrito la S’akuntala riconosciuta di Kâlidâsa, Milano 1982).

 

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