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… … … Il Papa non ha detto niente sullo ius soli …

Non riesco più a essere né stufa né preoccupata per l’insipienza dei mezzi d’informazione. Ormai ci ho messo una croce. Però, quel che è giusto è giusto.

A sentire i telegiornali, Papa Francesco avrebbe dato il suo avallo allo ius soli cui tanto tengono i nostri “progressisti”, nel messaggio per la prossima Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato.[1] È così? No. Non ha scritto né detto niente del genere. Il messaggio integrale si può leggere qui.

 

Che cosa ha scritto, dunque, sulla cittadinanza?

Nel rispetto del diritto universale ad una nazionalità, questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita. La apolidia in cui talvolta vengono a trovarsi migranti e rifugiati può essere facilmente evitata attraverso «una legislazione sulla cittadinanza conforme ai principi fondamentali del diritto internazionale». 

Dove sarebbe il “sì allo ius soli”?

 

Analizziamo:

* Nel rispetto del diritto universale ad una nazionalità

Si potrà discutere se un tale diritto esista o meno, avendo del tempo da perdere. Se però ammettiamo che esista e ci concentriamo sul resto, possiamo facilmente vedere che il Papa non parla di una particolare nazionalità; dice che ciascuno deve averne una, ma non dice che deve essere quella della nazione in cui nasci (che è ciò che chiamiamo ius soli).

 

* questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita.

In altre parole, appena nasci hai il diritto di sapere chi sei e a quale comunità appartieni, anche dal punto di vista nazionale, e lo devono sapere anche tutti gli altri, perciò devi avere dei documenti. Ma di nuovo non parla di una particolare nazionalità.

A me parrebbe ovvio che prendi la nazionalità dei tuoi genitori, perché è a quella comunità (dalla famiglia alla nazione) che appartieni, non a quella che transitoriamente ti ospita.

Solo che esiste un problema, uno di cui noi comuni cittadini non abbiamo grande sentore: l’apolidia forzata.

 

* La apolidia in cui talvolta vengono a trovarsi migranti e rifugiati

Apolidìa significa non avere alcuna cittadinanza. Per me, fino al film The Terminal, quello di Spielberg del 2004, con Tom Hanks, tratto da una storia vera, gli apolidi si trovavano solo nei vecchi romanzi; bisogna riconoscere che non è proprio un termine o un’esperienza di tutti i giorni. Ed erano volontari o almeno lo sembravano (nei romanzi, dico). Invece la maggior parte degli apolidi non lo sono né lo furono per loro volontà, proprio come Tom Hanks nel film.

Ho scoperto che è una condizione molto diffusa, da molto tempo, e non crea solo disagi amministrativi ma anche psicologici: perché non è affatto bella la sensazione di non appartenere a niente e nessuno, e questo lo so senza bisogno che me lo dicano altri. Un apolide avrebbe disagi e una cattiva qualità della vita (ma forse questo è un argomento da impiegare solo quando si tratta di sopprimere malati) anche se non fosse costretto a vivere per anni in una specie di campo di concentramento, come sono i centri di accoglienza, in Italia e altrove.

Esistono migranti che sono apolidi, o formalmente o per condizioni contingenti, e che dunque non possono dare la propria nazionalità ai loro figli perché non ce l’hanno neanche loro. Per questi casi esiste già in Italia lo ius soli, anche se bisogna riconoscere che è difficile da ottenere. Così, a patto di conoscere questa particolare disposizione di legge, si potrebbe anche pensare che il Papa sia favorevole allo ius soli… ma sarebbe solo favorevole a questo particolare tipo, non a quello “allargato”, quello di cui si discute da mesi, quello a cui vogliono farci pensare i tg.

Tuttavia bisogna ricordare sempre che il Papa non parla solo della o all’Italia. È provinciale voler credere che ogni parola del Romano Pontefice parta e arrivi alla misera politica di casa nostra. Oltre a questo, non è solo il Santo Padre a interessarsi del problema dell’apolidia (e Papa Francesco non è il primo), ma certo quel che dice lui fa più effetto di quel che dice l’UNHCR.

 

* può essere facilmente evitata attraverso «una legislazione sulla cittadinanza conforme ai principi fondamentali del diritto internazionale». 

Le parole tra virgolette sono prese da un documento del 2013. Noi che facevamo nel 2013? Discutevamo dello ius soli? No. Il diritto internazionale obbliga allo ius soli? A naso direi di no, altrimenti non saremmo qui a discuterne. Facciamoci delle domande.

 

Legare le parole del Papa – che sono sempre rivolte a tutti – allo ius soli di cui si discute qui oggi è arbitrario e autoreferenziale, nonché un pochino opportunistico. Ma innanzitutto è falso, perché oggettivamente sta parlando d’altro.

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[1] Notare la distinzione tra i due termini, che non manca mai.

 

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Finalmente ho capito! La temperatura percepita

Quest’anno i telegiornali si sono buttati con accanimento a parlare delle temperature percepite. All’inizio il termine si sentiva solo in qualche intervista ad esperti, più o meno come gli altri anni, ma poi anche alle previsioni meteo qualcuno ha cominciato a tirar fuori la questione che “ci saranno fino a 40°C ma le temperature percepite arriveranno a 50°C”.

Ora, è un’esperienza comune – nel senso che tutti abbiamo avuto davanti almeno un esempio in vita nostra – il fatto che le persone patiscono il caldo e il freddo in maniera differente. Io per esempio sono molto resistente al calore ma rispetto al freddo sono a livelli da orchidea tropicale, mentre mia madre comincia a sudare a 18°C e non so come sopravviva in questi giorni che perfino a me pare di poterlo toccare, il caldo.

Finora, quindi, le due parole “temperatura percepita” per me avevano sempre avuto il significato di “la temperatura è un dato oggettivo – infatti si può misurare – ma ognuno la percepisce a modo suo”. Questo dicono le parole. Questo è il solo significato corretto, mi azzardo a dire, se crediamo nella capacità delle parole di raccontare le cose. Se invece non ci crediamo… eh.

Quest’anno, quando ho cominciato a sentire i telegiornali parlare di “temperature percepite” come se fossero dati e non invece sensazioni individuali, sulle prime ho pensato che fosse lo shock da calore.

Poi ho cominciato a preoccuparmi.

Infine, dopo un paio giorni di preoccupazione, ho deciso di informarmi.

Per prima cosa, ho preso il  libretto del colonnello Edmondo Bernacca, e la temperatura percepita non c’era. C’era dell’altro, ma lei no.

Poi sono passata al web (normalmente avrei fatto il contrario, ma patisce il caldo anche il computer e lo uso meno possibile) e ho trovato qualche buon articolo, tra cui un vecchio intervento del meteorologo Paolo Sottocorona. Credo che sia vecchio, ma non ha data.

Qui ho finalmente capito come mai nei tg si parla di temperature percepite come se fossero dati. Non sono dati e non lo saranno mai; siccome però esiste un algoritmo che pretende di stimare la temperatura che qualcuno probabilmente sentirà in relazione all’umidità, qualcun altro deve aver pensato che se c’è un pezzo di matematica dietro, allora ci dev’essere anche una verità concreta. E così è nata la moda della temperatura percepita.

Che esista una correlazione tra il “patire il caldo” (o “soffrire il caldo”, che è lo stesso) e l’umidità, in effetti, non è in discussione: questa è una verità concretissima. Ma non è propriamente una temperatura e comunque non è un dato generalizzabile.

A pari temperatura, più l’aria contiene umidità e più sentiamo caldo, tutti quanti, perché traspiriamo di meno e quindi il calore ci rimane dentro. Anche così, però, a uguali temperatura e umidità, io e mia madre avremo due sensazioni differenti: io me ne sto a pulire la stanza e mia madre si squaglia in poltrona.

Se vogliamo parlare di una “temperatura percepita”, quindi – non è una denominazione corretta, come dice il capitano Sottocorona, ma si può usare come traslato e i traslati non sono tutti scientificamente corretti – dovremmo riferire il termine alla sensazione di calore che ognuno individualmente percepisce a parità di condizioni: e si capisce che non è misurabile perché non è un dato ma solo una sensazione personale di cui un tg non dovrebbe parlare affatto, perché propriamente non esiste nemmeno.

Ma no, che dico: per i giornali è normale parlare di roba che non esiste.

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Diamo i numeri: immigrati, pensionati, disoccupati e casalinghe

Vorrei che qualcuno facesse una rubrica su qualche giornale online con lo scopo “Diamo i numeri”, perché qui i numeri volano come i lapilli a Pompei.

Il guaio dei numeri è che spesso da soli non significano niente e invece diventano significativi e interessanti quando si mettono a confronto gli uni con gli altri. Non è sempre così ma spesso lo è, specie in economia & affini.

* Il presidente dell’INPS Boeri ogni tanto torna alla carica con i suoi 8 miliardi l’anno di contributi versati da cittadini immigrati che ne percepiscono solo 3. Irritante perché parziale (a parte la mentalità semischiavistica e truffaldina del ragionamento di breve periodo, perché quella appartiene al concetto stesso di INPS, non al suo presidente attuale). Va bene, sono 8 miliardi l’anno ma il resto quant’è? di quanti denari parliamo? e di che tempi? L’INPS non è un negozietto di souvenir, che apre, per un paio d’anni vede se va bene e poi casomai chiude. Visto lo scopo che ha, l’INPS deve avere un orizzonte di assai lungo periodo per fare i suoi conti; ma questo periodo non è tanto lungo da vederci tutti morti, più probabile che muoia l’INPS.[1] Solo dopo che avremo visto un bel po’ di altri numeri, sapremo bene di che si parla, non prima.

(Sarei contenta se qualcuno lo facesse per me ma tutti son troppo impegnati a parlare d’altro.)

* La disoccupazione è scesa di n%, e che vuol dire? Da sé, niente: bisogna vedere come mai è scesa, se e quanto sono aumentati gli occupati o gli inoccupati, che sono quelli che smettono di dire “sto cercando lavoro” (l’indagine è campionaria, infatti, non è basata su documenti e simili).

* Le casalinghe sono mezzo milione in meno rispetto a dieci anni fa; e questo ci autorizza a pensare che siano in via di estinzione? Ma nemmeno per sogno. Le casalinghe saranno anche -500.000 rispetto a dieci anni fa ma sono +2.459.000 –DUEMILIONIQUATTROCENTOCINQUANTANOVEMILA – rispetto al 2013.

A me secca parecchio sentir dire che le casalinghe sarebbero in via di estinzione proprio mentre sto ragionando sull’opportunità di definirmi “casalinga” io stessa. Ho capito che la casalinga non fa PIL e non versa i contributi pensionistici,[2] ma insomma, volerle proprio estinguere come triceratopi…

Quest’ultima uscita giornalistica delle casalinghe in estinzione è stata indotta dall’ISTAT, che ha iniziato il suo comunicato del 10 luglio scorso così:

Nel 2016 sono 7milioni 338mila le donne che si dichiarano casalinghe nel nostro Paese, 518mila in meno rispetto a 10 anni fa. La loro età media è 60 anni. 

Certo, parlare di “estinzione” con un’età media di 60 anni mi pare un pizzichino esagerato: in dieci anni è comprensibile che muoia un mezzo milione di vecchiette, io stessa ho perduto una prozia. Ma coi riflessi quasi-pavloviani e la memoria corta di certi giornali era praticamente inevitabile quella reazione. L’ISTAT però non dovrebbe averla tanto corta, la memoria. Non per i dati suoi, almeno.

Che l’Istat mi attacchi un comunicato sulle casalinghe in quel modo lì, quando sono stati loro stessi a diffondere i dati del 2013 (allora le casalinghe erano 4 milioni 879 mila, come si può vedere in questo vecchio articolo; non ho ancora capito quale sia la diffusione ISTAT relativa) è davvero sconcertante. Anche volendo pensare che sia cambiata la metodologia di rilevamento, nespole, la differenza mi pare degna di nota. C’è del dolo dietro, foss’anche solo che hanno assunto qualche sprovveduto per scrivere i comunicati stampa!

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[1] Del resto, la nota espressione di Keynes – In the long run we are all dead, nel lungo periodo siamo tutti morti – era rivolta agli economisti, non ai contabili. In economia e in contabilità&commercio, “lungo periodo” indica due cose diverse. Ma l’INPS non è teoria economica, è contabilità.

[2] Esiste un Fondo Casalinghe dell’INPS a cui ci si può iscrivere e versare contributi pensionistici, se però non hai entrate come fai a pagare? Le casalinghe non hanno entrate per definizione. Non parliamo poi di quanti denari bisognerebbe pagare, e per quanti anni, per poter avere una pensione decente.

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Meno male che i ragazzi erano a scuola

Raffica indecorosa di sciocchezze al tg2.

Un attore legge una poesia in cui parole comuni sono sostituite dai nomi di poeti e scrittori che suonano “quasi uguale” – e questo è simpatico, ma non sarebbe stato meglio usarla per far fare due risate ai pargoli prima che l’esame cominciasse?

Un’attrice raccomanda ai ragazzi di godersi la maturità, cosa che lei non riuscì a fare ai tempi suoi – tanto varrebbe, infatti, raccomandare a qualcuno di godersi un’operazione a cuore aperto in anestesia locale.

Un conduttore radiofonico dice che lui alla maturità ci andò con una gamba ingessata perché s’era spaccato una caviglia al concerto di Paolo Belli; però andò tutto bene perché poi la musica diventò il suo lavoro – e chissà quanto giovamento gli avrà portato la maturità in questo, e soprattutto il tema della maturità?

Meno male che i ragazzi erano a scuola.

Poi naturalmente si passa alla “notte prima degli esami”. Io mi ricordo poco anche l’esame, la notte prima non me la ricordo di sicuro. A parte chi abbia avuto un malore grave o sia andato a far baldoria in città, non penso proprio che nessuno si ricordi la sua notte-prima-degli-esami: perché ciò che conta è l’esame, non la notte prima. Quel che si ricorda, quel che ha sviluppato il mito, è la canzone di Venditti e, per i più giovani, il film con lo stesso titolo. Ma la notte-prima in sé non conta niente, perché il punto è l’esame; se va male, ti ricordi che l’esame è andato male, non che hai dormito male la notte (al massimo dirai “è andato male perché la notte prima ho dormito poco”, ma non è la stessa cosa); se va bene, ti rimarrà un ricordo generale di qualcosa che è andato bene, anche se magari ti è costato fatica.

È vero che io sono particolarmente smemorata per questi particolari, ma vorrei davvero che uno si mettesse la mano sulla coscienza e dicesse che cosa realmente si ricorda della notte prima, se non che è andato a dormire (o magari che non ha dormito).

Dei giorni d’esame, poi, mi ricordo solo tre cose:

1) eravamo a scrivere in corridoio, un fatto assai insolito;

2) nel mio tema di letteratura latina scrissi che i poeti del tempo di Augusto dovevano mangiare come chiunque altro e quindi, se anche non gli fosse garbata l’idea augustea di cultura eccetera, avrebbero finto di apprezzarla e scritto di conseguenza (e ci presi sette, in quel tema, un voto che non vedevo da un pezzo perché il prof. d’italiano e io avevamo idee molto diverse su come si debbano leggere i libri e scrivere i temi)

3) la nostra prof di Arte, che era il membro interno di commissione, stava seduta accanto a noi anziché dall’altra parte dei tavoli con gli altri membri.

Tutto qui. Lo riconosco: sono davvero smemorata. Ma il punto è che l’esame di maturità non è un giorno di vacanza e di divertimento e nemmeno il giorno che decide il tuo futuro; è il primo momento (giusto o sbagliato) in cui puoi dare qualcosa di te senza star lì a farti problemi su come la pensano i prof, perché essere maturi è questo. L’esame di terza media non è la stessa cosa. Io non me li facevo, certi problemi, infatti al liceo non andavo tanto bene, ma i più stanno sempre lì ad alienarsi pensando a che cosa è “giusto” dire. Ci credo che sono gli studenti più stressati d’Europa.

Le cose tristi che ho sentito oggi (non queste che ho elencato, che sono ridicole) sono lo sconcerto dei ragazzi per i versi di Caproni e i vari “speriamo”.

Caproni non sanno chi sia, i ragazzi: se però avessero imparato a leggere poesie, neanche Shiki li avrebbe sconcertati. Ma nessuno gliel’ha insegnato, non è certo colpa loro.

E dopo aver fatto e consegnato un tema, se uno ti chiede come ti sembra che sia andata, la risposta adatta non è “speriamo bene” – alienazione! – ma “sono soddisfatto” o “forse potevo far meglio” o anche “comunque sia, meno male che è finita, io li odio i temi”.

Se poi hai deciso d’iscriverti alla facoltà di Medicina, il test non è che “si prova e speriamo bene”. Dormi due settimane e poi ti fai un mazzo così. Sempre che la motivazione per fare medicina non siano i vari Dottor House e Grey’s Anatomy, nel qual caso è giusto e doveroso che nessuno sia disposto a farsi il mazzo nei due mesi più caldi dell’anno!

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Ovvero, ossia, oppure

Mi ero sempre meravigliata che la cosa non avesse mai provocato incomprensioni; ormai non mi posso più meravigliare, perché infine ne ha provocate.

Mi riferisco al fatto che, per i giurisprudenti la congiunzione ovvero significa “oppure” e non, come per le persone normali, “ossia”, “cioè”.

ovvero o †o vero, †overo

[comp. di o (2) e vero; 1261 ca.]

cong.

1 Ossia: sarò da te fra quattro giorni, ovvero venerdì sera.

2 Oppure (con valore disgiuntivo): siasi questa o giustizia, ovver perdono (TASSO).

Per la verità, l’uso della giurisprudenza credo sia quello più vicino all’origine. (Se ci fate, caso, per il primo significato, lo Zingarelli riporta un esempio moderno, mentre per il secondo ce n’è uno letterario antico, anche se non tanto antico quanto la parola stessa.) Solo che ormai l’uso disgiuntivo è diventato solo “giuris” e, in certi casi, è usato con poca prudenza.

Uno di questi casi è sicuramente il comma della legge sulla legittima difesa che ha fatto cianciare a sproposito un bel po’ di gente, a partire da Matteo Salvini, accompagnato fuori dall’aula proprio durante la discussione. Non so se per lui si tratti di ignoranza o di voluta caciara, ma il fatto è che quel comma dice esattamente l’opposto di quello che ha inteso (o fatto intendere lui): dice che di notte puoi anche sparare a vanvera e nessuno ti può toccare.

E questo, riconosciamolo, non è che vada poi tanto bene.

Ma vediamo la grammatica.

Il comma controverso è questo:

«…. la reazione a un’aggressione in tempo di notte OVVERO la reazione a seguito dell’introduzione nel domicilio con violenza alle persone o alle cose ovvero con minaccia o con inganno»

Appena l’ho letto, ho capito finalmente da dove fosse nato il problema di cui si parlava da due giorni. I più, incluso Salvini, hanno considerato “ovvero” come sinonimo di “ossia” e hanno letto questo:

Interpretazione 1: È legittimo reagire solo durante la notte OSSIA quando uno ti entra in casa con la violenza – alle persone o alle cose (sfascia la porta d’ingresso e simili, suppongo) oppure con l’inganno o le minacce.

Sorprendentemente, hanno capito bene il secondo “ovvero”, ma non il primo. Oppure erano talmente concentrati sul primo che del secondo neanche si sono accorti?

Se invece si considera quell’ovvero come lo considerano i giurisprudenti (che poi sono i redattori delle leggi, perché le leggi non le scrive il salumiere), il comma dice esattamente il contrario:

Interpretazione 2:  È legittimo reagire durante la notte OPPURE quando [=ogni volta che] uno ti entra in casa con la violenza – alle persone o alle cose oppure con l’inganno o le minacce.

Se invertiamo i termini disgiunti, il comma diventa:

…. la reazione a seguito dell’introduzione nel domicilio con violenza alle persone o alle cose OVVERO con minaccia o con inganno ovvero la reazione a un’aggressione in tempo di notte

vale a dire che

Interpretazione 2 bis:  È legittimo reagire ogni volta che uno ti entra in casa con la violenza – alle persone o alle cose oppure con l’inganno o le minacce oppure in ogni caso durante la notte.

Insomma: durante il giorno vedremo se la reazione è giustificata e proporzionata eccetera; se invece spari durante la notte, anche se spari a casaccio nel buio, non ti possiamo condannare.

Per forza molti ora dicono che la legge è scritta male: è proprio scritta male! Ma se ne sarebbero potuti accorgere anche prima. E mi auguro che ora la ritengano scritta male per i veri motivi.

Il problema è l’uso particolare di “ovvero” e l’ignoranza o la malafede di certuni.

Sulla malafede non posso nulla. Per l’ignoranza posso poco, se non far sapere che quell’uso particolare esiste. Ma poi mi chiedo: sarebbe giusto e opportuno chiedere ai giurisprudenti di cambiare oppure no?

Conosco da molto tempo quell’uso particolare per via del mio lavoro di editor; ricordo lo sconcerto della prima volta, quando fu il contesto che mi aiutò a capire, anche senza vocabolario (poi sono andata comunque a verificare). Nel tempo mi sono accorta che la maggior parte dei giurisprudenti non è in grado di liberarsi dall’uso disgiuntivo di “ovvero”: insomma, lo usano in quel modo anche quando non scrivono leggi ma solo di leggi. Non se ne rendono proprio conto.

Un po’ li capisco e non mi dispiace questo uso così arcaico, tanto più perché so che cosa vuol dire. Addirittura a volte questi particolari gergali mi sono stati d’aiuto per individuare i plagi via copia-incolla. E capisco sempre l’affezione alla propria lingua.

Solo che l’affezione non dovrebbe mai ostacolare la comunicazione, specie quando si scrivono leggi, che hanno a che fare con la vita delle persone.

No, io non vorrei che cambiassero radicalmente lingua, quelli che scrivono le leggi. Vorrei invece che stessero attenti: che pensassero a comunicare, per ciò che gli spetta, e non solo a produrre un testo. Che si chiedessero: ma questa cosa, messa così, sarà equivoca o sarà comprensibile?

Scrivere “o” al posto di “ovvero” non sarebbe tanto sconvolgente ma in molti casi potrebbe evitare confusione e tante chiacchiere inutili.

 

Un buon articolo sulla legge:

Le critiche alla legge sulla legittima difesa Il Post, 5 maggio 2017

 

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Telegiornali e moventi

Ormai i tg bisogna guardarli chiedendosi, come facevano i vecchi investigatori, cui prodest?, a chi giova? La notizia data, intendo. E partendo ovviamente dalla certezza che non giova a noi investigatori!

Prendiamo l’apertura del TG1 di stasera: pareva che l’Osservatore Romano si sia fosse scatenato contro la sindaca Virginia Raggi perché questa non era intervenuta a una cerimonia in Vaticano. Ascoltando la notizia, poi, si è scoperto che:

a) non era una cerimonia ma un incontro con dei ragazzi, una specie di question time e la sindaca ha inviato un assessore al posto suo;

b) monsignor Galantino che presiedeva l’incontro praticamente ha detto che dell’assenza della sindaca Raggi non gliene fregava niente (certo, non l’ha detto così ma l’ha detto);

c) l’Osservatore Romano parlava del degrado della città, cosa di cui i romani parlano da un bel po’ e magari anche l’O.R., ma io non lo so perché non lo leggo. Siccome però questa mia mancanza è condivisa dalla maggioranza degli ascoltatori del tg, possiamo anche pensare che l’O.R. ne abbia parlato tanto quanto i romani, solo che il tg non ce lo ha mai detto perché non faceva comodo.

E siamo tornati al comodo, che poi è ancora il cui prodest di cui sopra. Divertiamoci dunque a immaginare a chi potesse servire un titolo del genere, teso a suscitare un’impressione che poi avrebbe condizionato le scarse capacità di ragionamento degli italiani all’ora di cena:

  • ai Cinque Stelle, che si trovano ad avere contro anche quella cattivona della Chiesa (e notoriamente ci sono persone disposte a trovare simpatico e gradevole chiunque o qualunque cosa incontri la riprovazione della Chiesa cattolica)?
  • o agli avversari dei Cinque Stelle?

Be’, a pensarci, gli avversari dei Cinque Stelle sono praticamente tutti, inclusa una buona metà di loro stessi, e io non credo molto alle cospirazioni, quindi deve trattarsi di simpatia giornalistica verso i 5S. Non dico che loro ne sappiano nulla e non penso che ne vorrebbero sapere. No, no, qui il colpevole è il maggiord… ehm, il giornale, anche se l’ha fatto a beneficio di qualcun altro.

Ad ogni modo, non ho mica capito com’è che i romani di qualunque genere son diventati così dinamici d’estate. Nessuno, fino a poco tempo fa, si sarebbe aspettato che una giunta appena eletta rivoluzionasse la città (e che po’ po’ di città, poi, perdindirindina) proprio mentre gli altri erano tutti in vacanza…

 

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Caivano: tutti sapevano o no?

Io credo nei miracoli, anche quelli semplici di ogni giorno.

Se a Caivano tutti sapevano, allora l’ignoranza della sola famiglia della bimba morta è un miracolo dell’innocenza.  Oppure si sta facendo torto a un sacco di altra gente.

Questo miracolo comunque, anche da solo, rende irrimediabilmente falsa la frase «tutti sapevano».

Non ce la faccio più, a sentire questo ragionare sciatto infarcito di iperboli. Vorrei poter evitare i telegiornali come riesco ad evitare i quotidiani.

Se invece non credessi nei miracoli, direi che, se tutti sapevano, allora anche quella famiglia sapeva e ora finge di no.

Che differenza di stile, eh?

Io, che credo nei miracoli perché credo che la realtà non la facciamo noi e quindi è sempre più grande di noi ed esistono infinite possibilità, posso credere nell’innocenza di quella famiglia, che possiamo solo definire miracolosa, se le cose stanno come ce le raccontano le iperboli giornalistiche. Se fossi un magistrato, cercherei di verificare il miracolo, ma non darei per scontato che non è possibile.

Uno che non creda nei miracoli, invece, si priva di possibilità: perché se uno non crede nelle possibilità infinite, di cui fanno parte i miracoli, non può nemmeno credere che solo quella famiglia, tra tante, non avesse mai visto né saputo niente. Sarebbe costretto o a rinnegare le proprie convinzioni o ad accusare anche le vittime (ma la prima accadrebbe, e non la seconda: oggigiorno ci vuole gran coraggio per accusare le vittime di non essere solo vittime).

Non so se la frase “tutti sapevano” venga dai magistrati o dai giornalisti ma, se uno credesse davvero in quello che dice, allora anche la famiglia della vittima dovrebbe avere gli inquirenti addosso.

Ne deduco che c’è qualcuno in Italia che non crede in quello che dice. Ma lo dice lo stesso.

 

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