Archive for feste & ricorrenze

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Ieri mattina, mentre leggevo la prima lettura della Messa per l’Immacolata, mi è un po’ scappato da sorridere. Spero che nessuno se ne sia accorto e spero di non essere irriguardosa a raccontarlo (mi dovrò informare), ma insomma ho notato ciò che in italiano comunemente si chiama “scaricabarile”:

11Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?».

12Rispose l’uomo: “La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato”.

13Il Signore Dio disse alla donna: “Che hai fatto?”. Rispose la donna: “Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato”.

Genesi, capitolo 3, versi 11-13 (una parte della lettura)

 

Tutte cose vere: è vero che Eva va da Adamo e gli allunga il frutto, così come è vero che il serpente va da Eva e la mena per il naso.

Altrettanto vero è che nessuno dei due era obbligato a cascarci.

Oh, di giustificazioni se ne possono trovare. Per dirne solo una, Eva è stata ingannata da un fior di tentatore; vorrei vedere chiunque di noi al posto suo.

Ma oggettivamente nessuno dei due era obbligato a cascarci. Solo che tutti e due hanno scelto la linea di minor resistenza; suppongo che il Nemico puntasse proprio su questo.

La linea di minor resistenza è: mi fido di qualcuno che ha meno titolo alla mia fiducia (il serpente, Eva) perché è meno faticoso che fidarmi di chi ha maggiore titolo (Dio).

Dopodiché, siccome la linea di minor resistenza è anche linea di frattura, ovviamente è successo un pasticcio. E allora giù a scaricare il barile. Pur dicendo, in fin dei conti, la verità, è stato comunque un atto di viltà da parte di entrambi.

Chissà che sarebbe successo se Adamo avesse solo detto: “Perdonami, ho fatto ciò che tu mi avevi detto di non fare e me ne sono pentito”?

Se l’avesse fatto, suppongo che non sarei qui a scriverne.

Curiosamente, questo “fidarsi secondo la linea di minor resistenza” è ciò per cui Guido da Montefeltro si ritrova all’inferno.

Quando mi vidi giunto in quella parte
di mia etade ove ciascun dovrebbe
calar le vele e raccoglier le sarte,

ciò che pria mi piacea, allor m’increbbe,
e pentuto e confesso mi rendei;
ahi miser lasso! e giovato sarebbe.

Lo principe d’i novi Farisei,
avendo guerra presso a Laterano,
e non con Saracin né con Giudei,

ché ciascun suo nimico era cristiano,
e nessun era stato a vincer Acri
né mercatante in terra di Soldano,

né sommo officio né ordini sacri
guardò in sé, né in me quel capestro
che solea fare i suoi cinti più macri.

Ma come Costantin chiese Silvestro
d’entro Siratti a guerir de la lebbre,
così mi chiese questi per maestro

a guerir de la sua superba febbre;
domandommi consiglio, e io tacetti
perché le sue parole parver ebbre.

(Come dicevo, Guido sapeva bene
che non era cosa da farsi… )

E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti;
finor t’assolvo, e tu m’insegna fare
sì come Penestrino in terra getti.

Lo ciel poss’io serrare e diserrare,
come tu sai; però son due le chiavi
che ‘l mio antecessor non ebbe care”.

Allor mi pinser li argomenti gravi
là ‘ve ‘l tacer mi fu avviso ‘l peggio,
e dissi: “Padre, da che tu mi lavi

(… ma era più facile seguire
la linea di minor resistenza)

di quel peccato ov’io mo cader deggio,
lunga promessa con l’attender corto
ti farà trïunfar ne l’alto seggio”.

Francesco venne poi, com’io fu’ morto,
per me; ma un d’i neri cherubini
li disse: “Non portar; non mi far torto.

Venir se ne dee giù tra ‘ miei meschini
perché diede ‘l consiglio frodolente,
dal quale in qua stato li sono a’ crini;

ch’assolver non si può chi non si pente,
né pentere e volere insieme puossi
per la contradizion che nol consente”.

Oh me dolente! come mi riscossi
quando mi prese dicendomi: “Forse
tu non pensavi ch’io löico fossi!”.

Divina Commedia, Inferno, canto XXVII, versi 81-123

Quando vidi che ero giunto a quell’età nella quale ognuno dovrebbe calar le vele e raccogliere le sartie[1] / ciò che prima mi piaceva[2] mi venne a dispiacere, e così, dopo essermi pentito e confessato, presi i voti;[3] ahi, povero me disgraziato! quanto sarebbe stato meglio che mi fossi fermato lì.

Il principe dei nuovi farisei,[4] avendo in corso una guerra vicino a casa,[5] e non con saraceni o giudei / perché ogni suo nemico era cristiano – nessuno di questi era tra i vincitori di Acri né stato in Terrasanta come mercante[6] – / non ebbe riguardo né per il suo sommo ufficio e gli ordini sacri di cui era investito né per il cordone che io portavo e che era solito rendere più magri coloro che cingeva.[7]

Ma, come l’imperatore Costantino aveva chiesto aiuto a papa Silvestro, nascosto sul Soratte, per guarire dalla lebbra, così egli mi volle come maestro / per guarire dalla febbre della superbia che l’aveva preso; mi chiese consiglio e io tacqui perché le sue parole mi sembrarono quelle di uno che non ragiona.

Egli proseguì dicendo: “Non avere sospetti in cuor tuo; ti assolvo fin da ora, tu insegnami come posso conquistare la roccaforte di Palestrina. / Io posso aprire e chiudere le porte del cielo, come sai; perché sono due le chiavi che il mio predecessore ha disprezzato”.

Allora le autorevoli argomentazioni infine mi convinsero che tacere fosse peggio che parlare[8] e dissi: “Padre, visto che tu mi lavi / da quel peccato che sto per commettere, [ti dico che] per trionfare e rinsaldare la tua posizione devi promettere molto e poi non mantenere ciò che hai promesso”.[9]

Dopo la mia morte, venne san Francesco a prendermi; ma un diavolo gli disse: “Non portarlo via, non farmi torto. / Deve venirsene giù tra i disgraziati di cui mi occupo io, perché diede quel consiglio fraudolento, e da allora gli son sempre stato vicino, pronto a pigliarlo pei capelli; / perché non si può assolvere chi non si pente, e nemmeno si può pentirsi di qualcosa e continuare a volerla: è una contraddizione e non sta in piedi”.

Povero me! come mi resi conto di ciò che avevo fatto quando mi afferrò dicendomi: “Forse tu non pensavi che io fossi capace di logica!”.

 

Formalmente, diciamo, Guido è all’inferno per aver consigliato un inganno: ma lo aveva fatto, pur sapendo bene in fondo al cuore che si trattava di una cosa sbagliata, fidandosi per il proprio comodo di chi gli aveva chiesto quel consiglio.

Pure costui lo inganna, tra l’altro: perché il Papa non può aprire e chiudere le porte del Paradiso a piacer suo. Ma lui, secondo Dante, finirà tra i simoniaci del canto XIX e non tra gli ingannatori.

 

In Wikisource c’è il testo dell’intero canto (e dell’intera Commedia).

 

 

 

[1] Metafora: diminuire le attività mondane e cominciare a pensare al riposo (eterno). Le sartie sono le funi con cui si gestiscono le vele.

[2] Guido era stato un condottiero, famoso per l’intelligenza e la scaltrezza.

[3] Entrò nell’ordine francescano, dopo una vita molto ma molto movimentata; era anche stato scomunicato più d’una volta, tanto per rimanere in ambito di religione.

[4] Il papa Bonifacio VIII e la sua curia. Non sta dicendo che tutti i cattolici sono ipocriti. Sta dicendo che erano ipocriti quelli che seguivano Bonifacio VIII.

[5] Il Laterano, in Roma, era allora la sede del Papa.

[6] La città di Acri fu assediata e vinta dai Saraceni nel 1291; quanto ai mercanti, la Chiesa aveva proibito ai cristiani di commerciare con i mussulmani di Terrasanta. Commerciare con un popolo nemico, in effetti, sarebbe stato più o meno come vendere armi a paesi in guerra e contemporaneamente promuovere conferenze di pace; vi ricorda qualcosa? Ovviamente, il divieto non funzionava, esattamente come non funzionano le conferenze di pace.

[7] Il cordone da francescano, appunto, che era segno della povertà in cui vivevano coloro che ne erano cinti.

[8] Gli parve peggio, cioè, disobbedire al Papa che consigliargli un inganno per far cadere la città. Ma non è una posizione seria, perché cede a una promessa che gli fa comodo. Infatti, la prima reazione era stata di pensare che erano parole folli.

[9] Ecco perché è un “consiglio fraudolento”: perché è proprio una frode, un inganno, non un’astuzia tattica ma una vera vigliaccata.

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Avvento

Il Natale si chiama così perché il 25 dicembre noi cristiani ricordiamo la nascita di Gesù, ricordiamo che Dio un giorno è nato come uomo; il giorno in cui uno nasce si chiama in latino dies natalis, da cui Natale.

Se avessimo voluto commemorare qualcos’altro, la festa avrebbe un altro nome. Visto che nel periodo intorno al solstizio d’inverno c’è sempre stata qualche festa, avremmo avuto solo l’imbarazzo della scelta. A noi però interessava e interessa quell’Avvenimento e non qualcos’altro: Dio che viene a farci compagnia nel mondo come un uomo.

Siccome ci interessa molto, ci prepariamo alla festa con un periodo appositol’Avvento.

Avvento deriva da una parola degli antichi Latini, adventus, che indicava il momento in cui la divinità entrava nel tempio ad essa dedicato. Noi cristiani invece la usammo per indicare non il momento dell’arrivo del Bambino (anche perché il momento del Suo ingresso nel mondo è il momento del concepimento, che celebriamo il 25 marzo con la festa dell’Annunciazione), ma il tempo di attesa che precede la nascita. Questo per tre motivi:

* perché all’inizio ci fu un’attesa, una duplice attesa: l’attesa del Messia, da parte del popolo di Israele, ma anche l’attesa molto concreta del parto;

* perché attendiamo che Gesù torni alla fine dei tempi, come lui stesso ha promesso;

* e per imparare ad attendere e chiedere che venga ogni giorno, come dice il “Padre nostro”: venga il tuo Regno. Il Regno è Gesù stesso.

Tutto il calendario liturgico serve a questo: nel corso dell’anno ci mette davanti agli occhi ora quel tema e ora quell’altro, con l’obiettivo di arrivare a vivere ogni giorno le cose su cui ci concentriamo nei vari periodi. L’idea generale, insomma, è che ogni giorno facciamo memoria della venuta di Gesù (Natale), della Passione e della Risurrezione (Pasqua), della vita oltre la morte, con i suoi premi e i suoi pianti (le feste dei Santi e dei Morti) e così via.

Le circa quattro settimane di Avvento che precedono il Natale, così come le settimane di Quaresima, servono per imparare ad attendere e chiedere; non per niente, uno dei canti principali dell’Avvento è il Rorate caeli desuper, nelle sue varie versioni.

A che serve, però? Se lo so già, che Natale viene e che Gesù è nato eccetera, a che serve prepararmici? E tutti gli anni, per giunta?

Piccolo principe volpe

Se per esempio verrai alle quattro del pomeriggio,
già dalle tre io comincerò a essere felice.

Più il tempo passerà e più mi sentirò felice.

Finché alle quattro sarò tutta agitata e in apprensione:
scoprirò il valore della felicità!

Ma se vieni quando capita,
non saprò mai a che ora vestirmi il cuore…

—la Volpe al Piccolo Principe, capitolo XXI

 

Ci occorre una preparazione per gustare le cose belle, altrimenti dopo un po’ non c’interessano più.

C’è il rischio che uno dica “va be’, ma tanto lo so che è venuto, che è risorto” e in questo modo, anche se lo sa, nella vita quotidiana se lo scorda e smette di chiedere che riaccada e smette di essere felice del fatto che è accaduto e accade.

Si tratta di un’evidenza sperimentale, non di un’ipotesi o di una fissa clericale: ognuno ha qualche esperienza di cose che “sapeva già” e che gli sono diventate insignificanti, che ha cominciato a dare per scontate o magari a trovare fastidiose. Non devono per forza essere cose importanti. Funziona così con tutto.

Un buon Avvento a chi attende e a chi non attende niente.

(28 novembre 2015)

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Quando termina il tempo di Natale?

La liturgia della Chiesa cattolica ha un calendario che delinea i periodi e le ricorrenze dell’anno liturgico. L’anno liturgico comincia verso l’inizio di dicembre con la prima domenica d’Avvento e termina ovviamente verso la fine di novembre, pure di domenica, con la solennità di Gesù Cristo Re dell’Universo ed è diviso in vari periodi, detti Tempi: Avvento, Tempo di Natale, Tempo Ordinario prima parte, Quaresima, Tempo di Pasqua, Tempo ordinario seconda parte. (Prima e seconda parte li chiamo io, per il C.O. è solo Tempo ordinario.)

Il calendario liturgico attualmente in uso nella Chiesa cattolica è stato pubblicato nel 1969 e presenta varie differenze rispetto a quello che si usava prima. Una di queste differenze riguarda la durata del Tempo di Natale e la conseguente durata di alberi e presepi, che non è disciplinata dal calendario ma è ovviamente collegata ad esso.

Il Tempo di Natale adesso va da Natale fino alla festa del Battesimo di Gesù, che è una festa mobile e cade nella prima domenica successiva all’Epifania. Prima del 1969, esso terminava con la festa della Presentazione di Gesù al Tempio, la Candelora, il 2 febbraio. Così, ci sono molti che si chiedono quando smontare il presepio: all’Epifania che “tutte le feste si porta via” o alla Candelora?

“Perché termina col Battesimo di Gesù?”

Il Battesimo di Gesù avvenne quando Lui era già adulto e, per logica, non sembra entrarci niente col Natale. Questa obiezione l’ho sentita fare veramente. Solo che la logica è solo una parte di ragione e nemmeno la migliore. Non considera storia e motivi, parte da una premessa e va fino a una conclusione. Se parte dalla premessa sbagliata, la logica arriva alla conclusione sbagliata.

Il Battesimo di Gesù non è un episodio della nascita o dell’infanzia, è vero, ma è una delle sue manifestazioni.

In greco antico (che fu la lingua comune della Chiesa nei primissimi secoli, prima del latino), “le manifestazioni” si dice epipháneia, da cui epifania, che per noi è singolare ma in origine è un plurale – proprio come Bibbia, singolare, deriva dal plurale biblía. Nei primissimi secoli, non si celebrava “il Natale” ma invece “la manifestazione” di Gesù. Col tempo, le varie manifestazioni si sono separate:

  • il Natale è la manifestazione nella carne, la nascita di Dio come uomo;
  • quella che oggi chiamiamo Epifania è la manifestazione alle genti, cioè ai popoli della terra, rappresentati dai Magi;
  • il Battesimo è pure una manifestazione, perché lo Spirito del Signore scese su Gesù in forma di colomba davanti a tutti
  • le nozze di Cana sono pure una manifestazione, nonché l’inizio della vita pubblica di Gesù, con il primo miracolo. Nel nostro calendario liturgico esse sono ricordate nella seconda domenica dopo l’Epifania, anche se non fanno più parte del Tempo di Natale.

Oltre che manifestazione immediata ai presenti, il Battesimo di Gesù è un’anticipazione della Croce:

[…] Nel mondo in cui vive Gesù, «giustizia» è la risposta dell’uomo alla Torah, l’accettazione della piena volontà divina, è prendere su di sé «il giogo del regno di Dio», secondo la formulazione giudaica. Il battesimo di Giovanni non è previsto dalla Torah, ma con la sua risposta Gesù lo riconosce come espressione del sì incondizionato alla volontà di Dio, come obbediente assunzione del suo giogo.

Poiché nella discesa in questo battesimo sono contenute una confessione di colpa e una richiesta di perdono per un nuovo inizio, vi è in questo sì alla piena volontà di Dio in un mondo segnato dal peccato anche un’espressione di solidarietà con gli uomini, che si sono resi colpevoli, ma tendono verso la giustizia.

Solo a partire dalla croce e dalla risurrezione l’intero significato di questo avvenimento è divenuto chiaro.

Scendendo nell’acqua, i battezzandi riconoscono i propri peccati e cercano di liberarsi dal peso di essere sottomessi alla colpa. Che cosa ha fatto Gesù? Luca, che in tutto il suo Vangelo presta una viva attenzione alla preghiera di Gesù, e lo presenta costantemente come colui che prega – in dialogo con il padre – ci dice che Gesù ha ricevuto il battesimo stando in preghiera (cfr. 3,21).

A partire dalla croce e dalla risurrezione divenne chiaro per i cristiani che cosa era accaduto: Gesù si era preso sulle spalle il peso della colpa dell’intera umanità: lo portò con sé nel Giordano. Dà inizio alla sua attività prendendo il posto dei peccatori. La inizia con l’anticipazione della croce. Egli è, per così dire, il vero Giona, che aveva detto ai marinai: prendetemi e gettatemi in mare (cfr. Gio 1,12).

Il significato pieno del battesimo di Gesù, il suo portare «ogni giustizia» si rivela solo nella croce: il battesimo è l’accettazione della morte per i peccati dell’umanità, e la voce dal cielo «Questi è il Figlio mio prediletto» (Mc 3,17) è il rimando anticipato alla risurrezione. Così si comprende il motivo per cui nei discorsi propri di Gesù la parola «battesimo» designa la sua morte (cfr. Mc 10,38; Lc 12,50).

—Joseph Ratzinger, Benedetto XVI, Gesù di Nazareth, cap. 1 “Il battesimo di Gesù”, pp. 37-38

 “E quando si smonta il presepio?” 

Torniamo allo smantellamento del presepio.

A mio parere, la cosa più importante da chiedersi (ma ho notato che nessuno la chiede) è quando si dovrebbe cominciare a farlo, il presepio, non quando si dovrebbe smontare; lo stesso vale per l’albero. La mancanza di domanda iniziale mi fa sospettare che la cosa si faccia senza vera riflessione, così, per abitudine, per tradizione, per identità, che son tutte cose bellissime ma non reggono se non hanno delle ragioni dietro. Non solo, ma le due cose, montare e smontare sono collegate da un’altra domanda: quando lo vogliamo festeggiare, ‘sto Natale? Quando dice la Chiesa (la nostra tradizione, in altre parole) o quando dice il marketing?

Comunque sia, direi che il presepio andrebbe smontato al più tardi quando termina il tempo di Natale ma non prima della sera dell’Epifania.

Io smonto albero e presepio proprio la sera dell’Epifania. Mia mamma ha sempre fatto così, un po’ per abitudine e un po’ perché il 7 gennaio si tornava a scuola ed era un passaggio netto da ciclo a ciclo. Io lo faccio perché ancora non ho ben dentro la cosa che il Battesimo del Signore fa parte del Natale e anche perché qui a casa mia sono sola in questo, a nessun altro interessa il presepio: se lo faccio dove non impiccia, va bene, altrimenti è di troppo anche il giorno di Natale…

Alcuni tengono il presepio fino alla Candelora, seguendo il vecchio calendario pre 1969. Non mi pare che sia un problema in sé, il punto è il motivo per cui si fa: tengo il presepio fino alla Candelora perché mi serve a rimanere nella disposizione d’animo del Natale (che poi è la ragione vera del presepio) o perché la Chiesa era meglio prima del Concilio Vaticano II (che è un atteggiamento un po’ protestante e un po’ da supermercato, entrambi della serie “faccio come mi garba”)?

Questa è chiaramente una domanda a cui ciascuno deve rispondere per sé e non posso certo rispondere io al posto suo. Se trovo un presepio in giro fuori dal Tempo di Natale, preferisco pensare che il suo autore voglia tenersi davanti agli occhi il mistero dell’Incarnazione. Come avere un quadro appeso alla parete, insomma. L’anno scorso feci un presepio-collage con mio nipote e l’ho tenuto appeso davanti alla scrivania per tutto l’anno. Per la verità, c’è ancora.

 

Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti

Direttorio su pietà popolare e liturgia. Principi e orientamenti

Città del Vaticano 2002

Nel tempo di Natale

106. Nel tempo di Natale la Chiesa celebra il mistero della manifestazione del Signore: la sua umile nascita a Betlemme, annunciata ai pastori, primizia dell’Israele che accoglie il Salvatore; l’epifania ai Magi, «giunti da Oriente» (Mt 2, 1), primizia dei gentili, che nel neonato Gesù riconoscono e adorano il Cristo Messia; la teofania presso il fiume Giordano, in cui Gesù è proclamato dal Padre «figlio prediletto» (Mt 3, 17) e inaugura pubblicamente il suo ministero messianico; il segno compiuto a Cana con il quale Gesù «manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (Gv 2, 11).

107. Nel tempo natalizio, oltre a queste celebrazioni che ne danno il senso primordiale, ne ricorrono altre che hanno stretto rapporto con il mistero della manifestazione del Signore: il martirio dei Santi Innocenti (28 dicembre), il cui sangue fu versato a causa dell’odio verso Gesù e del rifiuto della sua signoria da parte di Erode; la memoria del Nome di Gesù, il 3 gennaio; la festa della Santa Famiglia (domenica fra l’ottava), in cui viene celebrato il santo nucleo familiare nel quale «Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2, 52); la solennità del 1° gennaio, memoria intensa della maternità divina, verginale e salvifica di Maria; e, se pure fuori dai limiti del tempo natalizio, la festa della Presentazione del Signore (2 febbraio), celebrazione dell’incontro del Messia con il suo popolo, rappresentato da Simeone e Anna, e momento della profezia messianica di Simeone.

108. Gran parte del ricco e complesso mistero della manifestazione del Signore trova ampia eco ed espressioni proprie nella pietà popolare. Essa è particolarmente attenta agli avvenimenti dell’infanzia del Salvatore, nei quali si è manifestato il suo amore per noi. La pietà popolare infatti coglie intuitivamente:

– il valore della “spiritualità del dono”, propria del Natale: «è nato per noi un bambino, un figlio ci è stato donato» (cf. Is 9, 5), dono che è espressione dell’infinito amore di Dio, che «ha tanto amato il mondo da donare il suo unico Figlio» (Gv 3, 16);

– il messaggio di solidarietà che l’evento del Natale porta con sé: solidarietà con l’uomo peccatore, per cui, in Gesù, Dio si è fatto uomo «per noi uomini e per la nostra salvezza»;[118] solidarietà con i poveri, perché il Figlio di Dio «da ricco che era si e fatto povero» per arricchire noi «per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8, 9);

– il valore sacro della vita e l’evento mirabile che si compie in ogni parto di donna, poiché attraverso il parto di Maria il Verbo della vita è venuto tra gli uomini e si è fatto visibile (cf. 1 Gv 1, 2);

– il valore della gioia e della pace messianica, a cui aspirano profondamente gli uomini di ogni tempo: gli Angeli annunciano ai pastori che è nato il Salvatore del mondo, il «Principe della pace» (Is 9, 5), e formulano l’augurio di «pace in terra agli uomini che Dio ama» (Lc 2, 14);

– il clima di semplicità e di povertà, di umiltà e di fiducia in Dio, che avvolge gli avvenimenti della nascita del bambino Gesù.

La pietà popolare, appunto perché intuisce i valori insiti nel mistero del Natale, è chiamata a cooperare alla salvaguardia della memoria della manifestazione del Signore, sì che la forte tradizione religiosa connessa con il Natale non divenga terreno per operazioni di consumismo e per infiltrazioni di neopaganesimo.

La Notte di Natale

109. Nello spazio di tempo che va dai I Vespri del Natale alla celebrazione eucaristica della mezzanotte, insieme alla tradizione dei canti natalizi, che sono tra i più potenti veicoli del messaggio di gioia e di pace del Natale, la pietà popolare propone alcune sue espressioni di preghiera, diverse da paese a paese, che è opportuno valorizzare e, se è il caso, armonizzare con le celebrazioni stesse della Liturgia. Tali sono ad esempio:

– lo svolgersi di “presepi viventi” e l’inaugurazione del presepio domestico, che può dare luogo a un momento di preghiera di tutta la famiglia: preghiera che comprenda la lettura del racconto lucano  della nascita di Gesù, in cui risuonino i canti tipici del Natale e si levi la supplica e la lode, soprattutto dei bambini, protagonisti di questo incontro familiare;

– l’inaugurazione dell’albero di Natale. Essa si presta pure a istituire un momento simile di preghiera familiare. Infatti, a prescindere dalle sue origini storiche, l’albero di Natale è oggi un simbolo fortemente evocativo, assai diffuso negli ambienti cristiani; evoca sia l’albero della vita piantato al centro dell’Eden (cf. Gn 2, 9), sia l’albero della croce, ed assume quindi un significato cristologico: Cristo è il vero albero della vita, nato dalla nostra stirpe, dalla vergine terra santa Maria, albero sempre verde, fecondo di frutti. L’ornamentazione cristiana dell’albero, secondo gli evangelizzatori dei paesi nordici, consiste in mele e ostie sospese ai rami. Si possono aggiungere dei “doni”; tuttavia, tra i doni posti sotto l’albero di Natale non dovrà mancare il dono per i poveri: essi fanno parte di ogni famiglia cristiana;

– la cena di Natale. La famiglia cristiana che ogni giorno, secondo la tradizione, benedice la mensa e ringrazia il Signore per il dono del cibo, compirà questo gesto con maggiore intensità ed attenzione nella cena di Natale, in cui si manifestano con tutta la loro forza la saldezza e la gioia dei vincoli familiari;

110. La Chiesa auspica che i fedeli partecipino la notte del 24 dicembre possibilmente all’Ufficio delle letture, come preparazione immediata alla celebrazione dell’Eucaristia di mezzanotte.[119] Ove ciò non avvenga, ispirandosi ad esso, potrà essere opportuno disporre una veglia fatta di canti, letture, elementi della pietà popolare.

111. Nella Messa di mezzanotte, di grande significato liturgico e di forte ascendente popolare potranno essere valorizzati:

– all’inizio della Messa, il canto dell’annuncio della nascita del Signore, nella formula del Martirologio Romano;

– la preghiera dei fedeli dovrà assumere un carattere veramente universale, espresso anche, ove ciò sia pertinente, attraverso il segno della pluralità delle lingue; e nella presentazione dei doni all’offertorio vi sarà sempre un concreto ricordo dei poveri;

– al termine della celebrazione potrà aver luogo il bacio dei fedeli all’immagine del Bambino Gesù e la collocazione di essa nel presepio allestito in chiesa o nelle adiacenze.

La festa della Santa Famiglia

112. La festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe (Domenica fra l’ottava del Natale) offre un ambito celebrativo adatto per lo svolgimento di alcuni riti o momenti di preghiera propri della famiglia cristiana.

Il ricordo di Giuseppe, di Maria e del fanciullo Gesù che si recano a Gerusalemme, come ogni osservante famiglia ebrea, per compiere i riti della Pasqua (cf. Lc 2, 41-42), incoraggerà l’accoglimento della proposta pastorale che, in quel giorno, tutta la famiglia riunita partecipi alla celebrazione dell’Eucaristia. E saranno pure significativi, in tale festività, la rinnovazione dell’affidamento della compagine familiare al patrocinio della santa Famiglia di Nazaret,[120] la benedizione dei figli, prevista nel Rituale,[121] e, ove se ne dia l’occasione, il rinnovo degli impegni assunti dagli sposi, ora genitori, nel giorno del matrimonio, nonché lo scambio delle promesse sponsali con cui i fidanzati formalizzano il progetto di costituire una nuova famiglia.[122]

Ma al di là del giorno della festa, i fedeli amano ricorrere alla Famiglia di Nazaret in molte circostanze della vita: volentieri si iscrivono all’Associazione della Santa Famiglia per configurare il proprio nucleo familiare sul modello della Famiglia nazaretana[123] e rivolgono ad essa frequenti giaculatorie con cui affidano se stessi al suo patrocinio e ne richiedono l’assistenza nell’ora della morte.[124]

La festa dei Santi Innocenti

113. Fin dal VI secolo, la Chiesa celebra il 28 dicembre la memoria dei bambini uccisi a causa di Gesù dal cieco furore di Erode (cf. Mt 2, 16-17). La tradizione liturgica li chiama i “Santi Innocenti” e li qualifica come martiri. Lungo i secoli nell’arte, nella poesia, nella pietà popolare sentimenti di tenerezza e di simpatia hanno avvolto la memoria di questo «tenero gregge di agnelli immolati»; [125] a tali sentimenti si è sempre accompagnato un moto di indignazione per la violenza con cui essi furono strappati dalle braccia delle loro madri e consegnati alla morte.

Ai nostri giorni i bambini subiscono ancora innumerevoli forme di violenza, che attentano alla loro vita, dignità, moralità e diritto all’educazione. È da tener presente in quel giorno l’innumerevole schiera di bambini non ancora nati e precocemente trucidati con la copertura delle leggi che permettono l’aborto, che è un crimine abominevole. Attenta ai problemi concreti, la pietà popolare, in non pochi luoghi, ha dato vita a manifestazioni cultuali e a forme di carità quali l’assistenza alle madri incinte, l’adozione di bambini, la promozione della loro istruzione.

Il 31 dicembre

114. Dalla pietà popolare provengono alcuni pii esercizi che caratterizzano il 31 dicembre. Nella maggior parte dei paesi dell’Occidente in tale giorno si celebra la fine dell’anno civile. La ricorrenza induce i fedeli a riflettere sul “mistero del tempo” che corre veloce e inesorabile. Ciò suscita nel loro animo un duplice sentimento: di pentimento e di rammarico per le colpe commesse e per le occasioni di grazia perdute lungo l’anno che volge al termine; di gratitudine per i benefici ricevuti da Dio.

Questo duplice atteggiamento ha dato origine rispettivamente a due pii esercizi: all’esposizione prolungata del Santissimo Sacramento, che offre spazio alle comunità religiose e ai fedeli per momenti di preghiera prevalentemente silenziosa; al canto del Te Deum, come espressione comunitaria di lode e di ringraziamento per i benefici ottenuti da Dio nel corso dell’anno che sta per finire.[126]

In alcuni luoghi, soprattutto in comunità monastiche e in associazioni laicali di forte impegno eucaristico, la notte del 31 dicembre ha luogo una veglia di preghiera che si conclude abitualmente con la celebrazione dell’Eucaristia. Tale veglia è da incoraggiare, e deve essere celebrata in armonia con i contenuti liturgici dell’Ottava del Natale e vissuta non solo come giustificata reazione alla dissipata spensieratezza con cui la società vive il momento del passaggio da un anno all’altro, ma anche come vigile offerta al Signore delle primizie del nuovo anno.

La solennità della santa Madre di Dio

115. Il 1° gennaio, Ottava del Natale, la Chiesa celebra la solennità della beata Vergine Maria, Madre di Dio. La maternità divina e verginale di Maria costituisce un singolare evento salvifico: per la Vergine fu premessa e causa della sua gloria straordinaria; per noi è sorgente di grazia e di salvezza, perché «per mezzo di lei abbiamo ricevuto l’Autore della vita».[127]

La solennità del 1° gennaio, eminentemente mariana, offre uno spazio particolarmente adatto per un incontro della pietà liturgica con la pietà popolare: la prima celebra quell’evento con i moduli che le sono propri; la seconda, se debitamente educata, non mancherà di dare vita a espressioni di lode e di felicitazione alla Vergine per la nascita del suo Figlio divino, e di approfondire il contenuto di tante formule di preghiera, a cominciare da quella tanto cara ai fedeli: «Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori».

116. In Occidente il 1° gennaio è un giorno augurale: l’inizio dell’anno civile. I fedeli sono anch’essi coinvolti nel clima festoso del Capo d’anno e scambiano con tutti gli auguri di “buon anno”. Ma essi  devono saper dare a tale consuetudine un senso cristiano e farne quasi un’espressione di pietà. I fedeli infatti sanno che l’“anno nuovo” è posto sotto la signoria di Cristo e perciò, scambiandosi gli auguri, lo pongono anch’essi, implicitamente o esplicitamente, sotto il dominio di Cristo, a cui appartengono i giorni e i secoli eterni (cf. Ap 1, 8; 22, 13). [128] A questa consapevolezza si riallaccia la consuetudine molto diffusa di cantare, il 1° gennaio, l’inno Veni, creator Spiritus, perché lo Spirito del Signore diriga i pensieri e le azioni dei singoli fedeli e delle comunità cristiane durante il corso dell’anno.

[129] 117. Tra gli auguri che uomini e donne si scambiano il 1° gennaio emerge quello della pace. L’“augurio della pace” ha profonde radici bibliche, cristologiche, natalizie; il “bene della pace” è sommamente invocato dagli uomini di ogni tempo, che pure attentano ad esso frequentemente, nel modo più violento e distruttore: la guerra. La Sede Apostolica, partecipe delle aspirazioni profonde dei popoli, fin dal 1967, ha indetto per il 1° gennaio la celebrazione della “Giornata mondiale della pace”. La pietà popolare non è rimasta insensibile a questa iniziativa della Sede Apostolica e, nella luce del neonato Principe della pace, fa di questo giorno un momento intenso di preghiera per la pace, di educazione alla pace e ai valori con essa indissolubilmente congiunti, quali la libertà, la solidarietà e la fratellanza, la dignità della persona umana, il rispetto della natura, il diritto al lavoro, e la sacralità della vita, di denuncia di situazioni ingiuste, che turbano le coscienze e minacciano la pace.

La solennità dell’Epifania del Signore

118. Attorno alla solennità dell’Epifania, di antichissima origine e di ricchissimo contenuto, sono sorte e si sono sviluppate molte tradizioni e genuine espressioni di pietà popolare. Tra esse si possono ricordare:

– il solenne annuncio della Pasqua e delle principali feste dell’anno; il suo ripristino, in atto in diversi luoghi, va opportunamente favorito; esso infatti aiuta i fedeli a scoprire il collegamento tra l’Epifania e la Pasqua e l’orientamento di tutte le feste verso la massima solennità cristiana;

– lo scambio dei “doni dell’Epifania”; tale consuetudine affonda le sue radici nell’episodio evangelico dei doni offerti dai Magi al bambino Gesù (cf. Mt 2, 11) e, più radicalmente, nel dono fatto da Dio Padre all’umanità con la nascita tra noi dell’Emanuele (cf. Is 7, 14; 9, 6; Mt 1, 23). È auspicabile pertanto che lo scambio dei doni in occasione dell’Epifania mantenga una caratterizzazione religiosa, mostri cioè la sua motivazione ultima nel ricordo del racconto evangelico: ciò aiuterà a fare del dono un’espressione anche di pietà cristiana e a sottrarlo da elementi condizionanti di lusso, di sfarzo, di sperpero, estranei alle sue origini;

– la benedizione delle case, sulle cui porte vengono segnate la croce del Signore, la cifra dell’anno appena iniziato, le lettere iniziali dei tradizionali nomi dei santi Magi (c+m+b), spiegate anche come abbreviazione di “Christus mansionem benedicat”, scritte con gesso benedetto; tali gesti, compiuti da cortei di bambini accompagnati da adulti, esprimono l’invocazione della benedizione di Cristo per intercessione dei santi Magi e insieme sono occasione per raccogliere offerte da devolvere a scopi caritativi e missionari;

– le iniziative di solidarietà in favore di uomini e donne che, come i Magi, provengono da regioni lontane; nei loro confronti, siano essi cristiani o non, la pietà popolare assume un atteggiamento di accogliente comprensione e di fattiva solidarietà;

– l’aiuto all’evangelizzazione dei popoli; la forte caratterizzazione missionaria dell’Epifania è stata colta dalla pietà popolare, per cui, in quel giorno fioriscono iniziative in favore delle missioni, in particolare quelle legate all’“Opera missionaria della Santa Infanzia” istituita dalla Sede Apostolica;

– l’assegnazione dei Santi Patroni; in non poche comunità religiose e confraternite vige la consuetudine di assegnare ai singoli membri un Santo, sotto il cui patrocinio porre l’anno appena iniziato.

La festa del Battesimo del Signore

119. Strettamente collegati all’evento salvifico dell’Epifania del Signore sono i misteri del Battesimo di Gesù e della sua manifestazione alle nozze di Cana.

La festa del Battesimo del Signore chiude il Tempo natalizio. Essa, rivalutata solo in tempi recenti, non ha dato origine a particolari espressioni della pietà popolare. Tuttavia, affinché i fedeli siano sensibili a tutto ciò che riguarda il Battesimo e la memoria della loro nascita come figli di Dio, essa può costituire un momento opportuno per efficaci iniziative, quali: l’adozione del Rito dell’aspersione domenicale con l’acqua benedetta in tutte le messe che si celebrano con concorso di popolo; la concentrazione della predicazione omiletica e della catechesi sui temi e sui simboli battesimali.

La festa della Presentazione del Signore

120. Fino al 1969 l’antica festa del 2 febbraio, di origine orientale,[130] recava in Occidente il titolo di «purificazione della beata Vergine Maria» e chiudeva, nel quarantesimo giorno dopo il Natale, il ciclo natalizio. Tale festa ha avuto sempre una forte caratterizzazione popolare. I fedeli infatti:

– partecipano volentieri alla processione commemorativa dell’ingresso di Gesù nel Tempio e del suo incontro anzitutto con Dio Padre, nella cui dimora entra per la prima volta, poi con Simeone ed Anna. Tale processione, che in Occidente aveva sostituito cortei pagani di impronta licenziosa ed era di indole penitenziale, successivamente fu caratterizzata dalla benedizione delle candele, portate accese nella processione in onore di Cristo «luce per illuminare le genti» (Lc 2, 32);

– sono sensibili al gesto compiuto dalla Vergine Maria, che presenta il suo Figlio al Tempio e si sottomette, secondo il precetto della Legge di Mosè (cf. Lv 12, 1-8), al rito della purificazione; nella pietà popolare l’episodio della purificazione era visto come manifestazione dell’umiltà della Vergine, per cui il 2 febbraio era spesso ritenuto festa di coloro che nella Chiesa compiono servizi umili.

121. La pietà popolare è sensibile all’evento, provvido e misterioso, della concezione e della nascita di una vita nuova. In particolare le madri cristiane avvertono il legame esistente, nonostante le notevoli differenze – la concezione e il parto di Maria sono fatti unici –, tra la maternità della Vergine, la purissima, madre del Capo del Corpo mistico, e la loro maternità: sono infatti madri anch’esse secondo il piano di Dio, avendo generato le future membra di quello stesso Corpo mistico. Da questa intuizione e da una certa mimesis del rito compiuto da Maria (cf. Lc 2, 22-24) era derivato il rito della purificazione della puerpera, di cui alcuni elementi riflettevano una visione negativa dei fatti connessi con il parto.

Nel rinnovato Rituale Romanum è prevista la benedizione di una madre sia prima del parto[131] sia dopo il parto,[132] quest’ultima solo nel caso che la puerpera non abbia potuto partecipare al battesimo del figlio. È tuttavia ottima cosa che le madri e i congiunti, chiedendo tali benedizioni, si adeguino alle prospettive della preghiera della Chiesa: comunione di fede e di carità nella preghiera perché si compia felicemente il tempo dell’attesa (benedizione prima del parto) e per ringraziare Dio del dono ricevuto (benedizione dopo il parto).

122. In alcune Chiese locali la valorizzazione di elementi insiti nel racconto evangelico della festa della Presentazione del Signore (Lc 2, 22-40), quali l’obbedienza di Giuseppe e di Maria alla Legge del Signore, la povertà dei santi sposi, la condizione verginale della Madre di Gesù hanno suggerito di fare del 2 febbraio anche la festa di coloro che sono dedicati al servizio del Signore e dei fratelli nelle varie forme di vita consacrata.

123. La festa del 2 febbraio conserva un carattere popolare. È tuttavia necessario che sia pienamente rispondente al genuino senso della festa. Non sarebbe giusto che la pietà popolare, celebrando la Presentazione del Signore, ne trascurasse il precipuo oggetto cristologico, per soffermarsi quasi esclusivamente sugli aspetti mariologici; il fatto che essa debba «essere considerata […] come memoria congiunta del Figlio e della Madre»[133] non favorisce una simile possibile inversione di prospettiva; la candela, conservata nelle case, deve essere per i fedeli un segno di Cristo “luce del mondo”, e quindi motivo per una espressione di fede.

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Cose che facciamo perché le facevano i pagani

Se uno venisse a dirci che mangiamo il pane o beviamo vino e birra “perché lo facevano i pagani”, avremmo subito l’impressione di avere davanti uno strampalato. Forse non riusciremmo a dire su due piedi come mai ci sembri strampalato ma di sicuro avremmo un’impressione del genere.

Ci parrebbe un’affermazione ridicola e avremmo perfettamente ragione, perché non c’è un rapporto di causa-effetto tra il loro mangiare e bere e il nostro: è questa mancanza che ci fa percepire il ridicolo. Loro erano uomini e noi siamo uomini, perciò ci piace il pane, ci piace il vino, ci piace la birra, ci piacciono l’arrosto e le ciliegie, ci piace stare al caldo in inverno e al fresco in estate, come piaceva anche a loro. Siamo uomini come loro erano uomini e questo non è un rapporto di causa-effetto, è un rapporto di fratellanza.

Sfortunatamente questo sano senso del ridicolo scompare quando si tratta di feste e ricorrenze religiose: molti ingoiano senza colpo ferire, e magari diffondono, l’idea che i cristiani celebrino il Natale “perché i pagani avevano le feste d’inverno”, che a Natale si facciano regali “perché i Romani antichi si facevano le strenne”, che si usi decorare le pareti con vischio e agrifoglio “perché lo facevano i pagani”, senza accorgersi che, nel migliore dei casi, queste sono ipotesi, nel peggiore sono bubbole. Come metodo, nell’insieme, sono sbagliate e basta.

La faccenda del vischio e dell’agrifoglio, per fare un esempio, è una bubbola: come il pane piace a noi e piaceva ai nostri antenati pagani, allo stesso modo l’agrifoglio che piaceva ai nostri antenati pagani piace anche a noi. Avete mai visto un agrifoglio con le bacche rosse ricoperte di rugiada? Verrebbe voglia di abbracciarlo, se non avesse tutte quelle spine.

Penso che sia evidente a chiunque che:

a) usare fronde e fiori come decorazione è un istinto estetico diffuso in tutta l’umanità di oggi come di ieri: nella tomba di Tutankhamon furono trovate le ghirlande di fiori che erano state lasciate lì prima di chiudere il sepolcro per sempre;

b) l’agrifoglio si usa dove c’è: che volete che usassero in Inghilterra per decorare le stanze, le palme da datteri? Questo vale per ogni tipo di pianta, a meno che uno non abbia denari da buttar via facendo venire piante esotiche da fuori.

Così, il fatto che si usi l’agrifoglio come decorazione è semplicemente l’illustrazione del fatto che a noi piacciono le cose belle come piacevano ai nostri antenati. Sicuramente i primi cristiani di Albione avranno continuato a decorare le pareti con l’agrifoglio perché così facevano i loro nonni pagani, ma questo non crea un rapporto di causa-effetto come quello che qualcuno pretenderebbe di propinarci. Non avevano motivo di respingere una cosa bella e innocua ma avevano un altro motivo per farla.

Quelle decorazioni non sono innanzitutto simboli; e comunque i simboli variano con la cultura, perciò il simbolismo che darei io cristiana a qualcosa non è lo stesso che potevano dare i miei antenati Lidii o Etruschi o Romani. Ma non si tratta di simboli, si tratta innanzitutto dell’ammirazione per una cosa bella. Siccome è bella, poi può diventare un simbolo; non accade il contrario, che siccome è un simbolo allora la troviamo bella. Rimane l’oggetto bello, cambia il motivo per cui lo si usa, cambia il simbolo che gli attribuiamo. Cristo è venuto a compiere tutto ciò che c’è nell’uomo, tutto il desiderio di bellezza, di giustizia, di felicità, di amore, ed è per questo che i primi cristiani poterono conservare tante usanze dei pagani, uguali o trasformate: perché in esse vedevano un desiderio che Dio era venuto in persona a soddisfare mentre di male non c’era niente. I sacrifici umani e di animali non li conservarono, infatti.

(Che poi esista effettivamente nell’umanità un attaccamento tenace alle superstizioni, anche molto antiche, è un altro paio di maniche: la maggior parte di quelli che direbbero di non credere in Dio o nella Presenza reale di Gesù nell’ostia “perché non è possibile”, sono quelli che a fine anno si attaccano a riviste e tv per sentire l’oroscopo, che non comincerebbero a fare un lavoro di martedì, che credono nell’efficacia degli amuleti e così via. È un fenomeno che ho osservato di persona, con superstizioni vecchie e nuove. Ma anche in questo caso il rapporto non è di causa-effetto)

C’è però una cosa che veramente facciamo,
qui in Occidente,
perché la facevano i pagani.

Una cosa per la quale non c’è alcun altro motivo, né simbolico né reale, se non che la facevano i pagani.

Nessuno lo dice mai, ma esiste ed è sotto gli occhi di tutti tutti tutti, anche non occidentali.

È il capodanno al primo di gennaio.

Celebrare il capodanno in sé è una delle cose che ci accomuna ai nostri antenati in quanto uomini. Dovunque ci sia un ciclo di stagioni è esistito, esiste ed esisterà un capodanno. Il capodanno come festa è semplicemente il riconoscimento che il tempo ha un andamento ciclico che non decidiamo noi ma che abbiamo trovato bell’e fatto. Anche se roviniamo l’atmosfera e gli oceani con le nostre porcherie, l’andamento ciclico rimane.

Che dire della data, però?

Molte culture festeggiano o festeggiavano il capodanno in coincidenza dei raccolti principali come il grano, altre in coincidenza di particolari eventi astronomici, come i solstizi, o in virtù di origini leggendarie, come nel capodanno cinese. Il primo di gennaio che data è? Non è una data astronomica, perché il solstizio d’inverno è il 21 dicembre. Non è una data agricola. Non ha origini leggendarie.

Perché accidenti mai festeggiamo il capodanno il primo di gennaio?

Perché lo facevano gli antichi Romani.

Ed è proprio un “perché” letterale!

La data del primo gennaio, che è una data romana, fu volutamente ripresa e imposta come capodanno dopo la “rinascita” della romanità, vale a dire dopo il Rinascimento; in certi casi, perfino un paio di secoli dopo. Ve lo racconterò il prossimo anno.

Il capodanno occidentale è una delle feste che veramente si celebrano oggi perché lo facevano i pagani.

Guarda il caso, però, non è una festività cristiana né religiosa di alcun genere.

Buon anno nuovo.

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Natale – primo giorno

Auguri di un felicissimo Natale
per tutti e dodici i giorni

 

Gloria ‘n cielo e pace ‘n terra: nat’è ‘l nostro salvatore!

Nat’è Cristo glorïoso,
l’alto Dïo maravellioso:
fact’è hom desideroso
lo benigno creatore!

Gloria ‘n cielo e pace ‘n terra: nat’è ‘l nostro salvatore!

De la vergene sovrana,
lucente stella dïana,
de li erranti tramontana,
puer nato de la fiore.

Gloria ‘n cielo e pace ‘n terra: nat’è ‘l nostro salvatore!

Pace ‘n terra sia cantata,

gloria ‘n ciel desiderata;
la donçella consecrata
parturit’à ‘l Salvatore!

Gloria ‘n cielo e pace ‘n terra: nat’è ‘l nostro salvatore!

Nel presepe era beato
quei ke in celo è contemplato,
dai santi desiderato
reguardando el suo splendore.

Gloria ‘n cielo e pace ‘n terra: nat’è ‘l nostro salvatore!

Parturito l’à cum canto
pien de lo Spiritu santo:
de li bracia li fe’ manto
cum grandissimo fervore.

Gloria ‘n cielo e pace ‘n terra: nat’è ‘l nostro salvatore!

Poi la madre glorïosa,
stella clara e luminosa,
l’alto sol, desiderosa,
lactava cum gran dolçore.

Gloria ‘n cielo e pace ‘n terra: nat’è ‘l nostro salvatore!

(Qui si trova anche la trascrizione della musica)

.

Vai al 
secondo giorno di Natale 

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L’anticattolico attacco ad Halloween

Pagina-indice: H-files

Durante l’anno non sono riuscita a fare quel che avrei voluto, riguardo alle mie ricerche sulla vigilia della festa di Tutti i Santi (questo infatti, e niente altro, significa il termine Halloween in dialetto scozzese).

Ho così deciso di tradurre l’articolo di un giornalista americano che seguo da anni e che avevo citato anche nel post precedente, Scott P. Richert, Catholicism Expert, esperto di cattolicesimo, per il sito About.com

L’articolo che ho tradotto, Halloween, Jack Chick, and Anti-Catholicism. The Anti-Catholic Origins of the Attack on Halloween, è la storia di come qualcuno negli Stati Uniti abbia messo in giro certe fandonie ricorrenti riguardo ad Halloween per motivi di antipapismo e non per uno specchiato amore della verità.  

È un articolo scritto per gli Stati Uniti e ovviamente non risponde alla domanda se in Italia sia il caso o no di festeggiare in qualche modo la vigilia di Tutti i Santi. Ma illustra bene come sono nate e si sono propagate certe idee. 

Ho tradotto questo particolare articolo perché spero che aiuti a riflettere su come a volte affrontiamo ciò che ci fa paura o che non capiamo e anche su come a volte siamo culturalmente succubi di chi sa stimolare le nostre passioni negative. E ho tradotto questo, e non un altro, perché mi fido di chi l’ha scritto.

Le note sono mie. 

About.com è un sito web statunitense che offre consigli e informazioni su moltissimi argomenti, dalle lingue alle arti manuali alle religioni alla moda… Non dico che ci si trovi tutto ma ci si trova molto. Di ogni argomento si occupa un Esperto (Expert), che fino a qualche mese fa si chiamava Guida (Guide). Forse questo mutamento di denominazione è legato al fatto che non si possono più inserire commenti, chissà. Ad ogni modo, il sito rimane molto interessante e validissimo. Io seguo da anni gli esperti di lingua giapponese, di lingua inglese e di cattolicesimo (è interessante vedere le cose con occhi che sono sempre stati al di là dell’oceano!), ma ogni tanto faccio una visitina a quelli di moda e di arti manuali. Il sito è in inglese ma ora ci sono anche articoli in spagnolo (si trovano nella barra in alto, menu MORE…).

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Halloween, Jack Chick e l’anticattolicesimo

Le origini anticattoliche dell’attacco ad Halloween

Di Scott P. Richert

Miti anticattolici

Che pensereste se vi raccontassi che la Chiesa cattolica ha inventato l’Islam, il comunismo e la massoneria per minare la fede dei veri cristiani? Che l’olocausto fu un complotto del Vaticano e Hitler soltanto una pedina di Papa Pio XII? Che i cattolici non adorano Cristo e non venerano la vergine maria ma invece adorano il reincarnato Nimrod, fondatore di Babilonia, e la sua moglie (e madre!) Semiramide?

Che già nel 1980 il Vaticano aveva Leggi il seguito di questo post »

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27 gennaio, Giorno della Memoria

(Non mi piace “giornata”)

Siamo tutti figli di Dio, anche gli assassini.

Comunque sia nato, se oggi il Giorno della Memoria serve a piangere solo sugli ebrei, di ieri o dell’altroieri, non serve a niente.

Se ci mettiamo dentro anche robe come le foibe, i gulag di Stalin, l’Armenia, Mosul, Timor Est, Tel Aviv e il nostro muso nello specchio, allora sì che è Memoria.

Sessantacinque anni fa, il 27 gennaio 1945, venivano aperti i cancelli del campo di concentramento nazista della città polacca di Oświęcim, nota con il nome tedesco di Auschwitz, e vennero liberati i pochi superstiti. Tale evento e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono al mondo l’orrore di crimini di inaudita efferatezza, commessi nei campi di sterminio creati dalla Germania nazista.

Oggi, si celebra il “Giorno della memoria”, in ricordo di tutte le vittime di quei crimini, specialmente dell’annientamento pianificato degli Ebrei, e in onore di quanti, a rischio della propria vita, hanno protetto i perseguitati, opponendosi alla follia omicida. Con animo commosso pensiamo alle innumerevoli vittime di un cieco odio razziale e religioso, che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte in quei luoghi aberranti e disumani.

La memoria di tali fatti, in particolare del dramma della Shoah che ha colpito il popolo ebraico, susciti un sempre più convinto rispetto della dignità di ogni persona, perché tutti gli uomini si percepiscano una sola grande famiglia. Dio onnipotente illumini i cuori e le menti, affinché non si ripetano più tali tragedie!

Benedetto XVI, Udienza generale, mercoledì, 27 gennaio 2010

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