Archive for Traduzioni

18 luglio 1817

Oggi è il secondo centenario della morte di Jane Austen.

Per il bicentenario della mia scrittrice preferita ho tradotto due articoli del mio prediletto G.K. Chesterton. Potrebbe sembrare un abbinamento stravagante ma in realtà GKC era un deciso ammiratore di Jane Austen: spesso la menziona, oltre ad averle dedicato espressamente alcuni articoli. Io finora ne ho incontrati tre.

Uno di questi, “The Evolution of Emma”, è un capitolo di The Uses of Diversity, pubblicato in italiano col titolo La serietà non è una virtù, Lindau 2011 (traduttore ignoto al web e io non ho una copia del libro).

Gli altri due, appunto, li ho tradotti io; uno sarà pubblicato a breve nel sito della JASIT – Jane Austen Society of Italy e l’altro… non so ancora. L’avevo offerto per la pubblicazione a una testata online, così che lo potessero leggere tante persone ma in dieci giorni non ho avuto risposta, quindi a mezzanotte considererò decaduta l’offerta.

Gli articoli sono questi due, inserirò i collegamenti appena saranno disponibili:

G.K. Chesterton, Introduzione a Love and Freindship di Jane Austen, 1922

G.K. Chesterton, “Jane Austen e le elezioni politiche”, Illustrated London News, 1 giugno 1929

Intanto però voglio ricordare la seconda nascita della mia beniamina almeno con qualche riga. Sono troppo poco moderna per commemorare le prime nascite (cioè i compleanni) delle persone morte, ma le seconde nascite continuano a sembrarmi importanti.

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Robert Browning

Quest’anno, la sorpresa di Natale l’ho già ricevuta. (Quella terrena, si capisce.) Non so se me ne arriveranno delle altre ma la più bella è la pubblicazione della mia traduzione di Robert Browning di G.K. Chesterton.

Robert Browning è un poeta inglese dell’epoca vittoriana che qui da noi è quasi ignoto, come la gran parte dei suoi colleghi. Non avrei letto – non tanto presto, almeno – il libro che porta il suo nome se un amico non mi avesse chiesto un parere per decidere se pubblicarlo o no. Gli ho fatto una scheda di lettura e mi sono offerta di tradurlo. Finora però non sapevamo ancora se ce l’avremmo fatta a pubblicarlo.

Ma ce l’abbiamo fatta!

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Robert Browning è uno dei primissimi lavori pubblicati da Chesterton (1903, commissionato nel 1901) ed è un saggio biografico e insieme di critica letteraria. Allo stesso tempo non è nessuna delle due cose esattamente.

Chesterton era un genio nell’entrare in contatto con gli autori, perciò non si tratta solo o tanto di notizie sulla vita di un uomo, come in genere si trova nei saggi biografici, o di dissertazioni sulla poesia di un poeta, come in genere si trova nei saggi di letteratura. È piuttosto il racconto dell’amicizia di un uomo con un altro uomo, il quale capita che sia un poeta e anche che sia morto prima che Gilbert nascesse. Ma simili amicizie sono possibili.

Con questo però non voglio dire che siano elucubrazioni per niente interessanti di uno di cui non c’importa niente su un altro che neanche conosciamo. Se non fosse stato interessante, non l’avrei tradotto.

GKC leggeva come si dovrebbe leggere, come io ho imparato da don Giussani e altri hanno imparato da altri maestri, per esempio Leopardi, perché in fin dei conti è un modo antico. Quando me ne sono accorta, ho trovato un fratello maggiore:

Non si legge mai lealmente se, in qualche modo, l’autore dello scritto non è presente e tu, leggendo, è come se gli domandassi: “Cosa vuoi dire? che ragioni hai?”. Non è mai viva lettura se non è potenziale dialogo.
—L. Giussani, Si può (veramente?!) vivere così?

 

Il leggere è un conversare, che si fa con chi scrisse.
—Giacomo Leopardi, in Operette morali, “Detti memorabili di Filippo Ottonieri”

 

Io faccio fatica, specie con certi autori, ma Gilbert aveva questa capacità al massimo grado. A quel tempo, poi, non era il modo normale di leggere. Soprattutto non era il modo normale di leggere Browning, che passava per uno “oscuro” come minimo.

Leggendone in Chesterton, invece, Browning diventa una persona cara come lo era per lui. (Quando sono arrivata a tradurre il punto in cui Browning muore, mi è venuto da piangere come se stesse morendo mio zio. Eppure lo sapevo, che era morto.)

Che a lui fosse caro si capisce sia da ciò che scrive sia da un fatto che nella mia traduzione non troverete, perché è stato eliminato alla prima pubblicazione:[1] nel manoscritto del saggio, cioè la versione che l’autore consegna all’editore, la maggior parte dei versi erano scritti sbagliati, perché GKC citava sempre a memoria. E questi versi li conosceva talmente a memoria da averli modificati: un fenomeno che accade anche a me con i versi della Divina Commedia che conosco a memoria. Il significato rimane lo stesso, il verso è riconoscibile… ma lo modifichi come se fosse una cosa tua. Probabilmente accade lo stesso a tutti quelli che conoscono versi a memoria (o by heart, come dicono gli inglesi) e se li ripetono di quando in quando.

Ecco qua alcune delle mie parti preferite del libro. Ma sono solo alcune, una per capitolo (tranne il capitolo IV, che ne ha due perché parla dell’Italia ed è il mio preferito). Sono in genere più lunghe del solito, perché Chesterton non è tanto uno scrittore da “citazioni citabili”, benché ce ne siano: quel che veramente dà gusto è immergersi nel ragionamento o nell’esposizione che fa e in genere si tratta di più periodi.

Tutto il libro è una gran bella avventura. E siccome è la prima cosa di Chesterton che ho tradotto, mi resterà caro anche per questo.

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Libertà di parola

Non sono mai stata un’ammiratrice di Umberto Eco (che riposi in pace).

Forse è perché non ho letto niente di suo tranne i due romanzi, Il nome della rosa e Il pendolo di Foucault; il primo non l’ho trovato degno di tutti i miracoli che gli si son fatti intorno e il secondo è di una noia mortale – l’unica cosa che mi ricordo, oltre alla noia, è che mi fece scoprire, nei tardi anni Ottanta, l’esistenza di case editrici che puoi pagare per farti pubblicare un libro.

Ma forse è perché anche da un romanzo posso capire qualcosa di chi lo ha scritto, più precisamente del modo con cui guarda il mondo e la realtà.

Comunque sia, quando è morto, vari servizi televisivi hanno mostrato quel famoso pezzetto di video in cui dice che internet è certo una gran cosa ma ha pure dato voce a un sacco di imbecilli. Questa affermazione, a cui applaudire è fin troppo facile, anche per persone intelligenti, mi ha dato fastidio.

A parte che molti di quegli “imbecilli” sono stati educati (da vicino o da lontano) proprio da gente come lui, l’affermazione è irritante se hai un’idea di libertà come caratteristica dell’essere umano in quanto tale, dunque di ogni essere umano, inclusi gli imbecilli.

A me non dà particolarmente fastidio che uno scriva idiozie su internet. Mi seccherebbe moltissimo essere costretta a leggerle, questo sì. Ma non biasimo che ci siano sciocchezze in internet. La loro presenza fa parte della natura del mezzo. Nel momento in cui inventi qualcosa e la metti a disposizione degli altyri, essa è a disposizione di chiunque, buono o cattivo. Gli antichi dicevano che abusum non tollit usum, l’abuso non elimina l’uso: perché una cosa utile può essere usata male ma l’uso sbagliato (abuso) non può eliminare la possibilità per altri di usarla nel modo giusto. Solo che noi ce ne stiamo dimenticando.

La mia posizione, però, era parziale e superficiale.

Come dicevo, se anche penso che ciascuno possa scrivere idiozie come vuole, mi seccherebbe tantissimo essere costretta a leggerle. Forse il professor Eco si era trovato costretto a leggerne tante e aveva sviluppato una particolare antipatia, chissà.

Negli stessi giorni della sua morte, stavo finendo la revisione del Robert Browning di Chesterton, che ho tradotto e che sarà pubblicato tra qualche settimana. Mi è ricapitata sott’occhio proprio allora, guarda il caso, una frase da cui ho capito che la mia posizione era un po’ troppo parziale.

La libertà di parola è un’idea che oggigiorno gode di tutta l’impopolarità di un truismo; e così tendiamo a dimenticare che non è passato molto tempo da quando essa aveva l’assai più concreta impopolarità di cui gode una verità nuova.

L’ingratitudine è senz’altro il principale di tutti i peccati intellettuali dell’uomo. Egli dà per scontati i benefici politici di cui gode così come dà per scontati il cielo e le stagioni. Egli considera la tranquillità di una via cittadina altrettanto immancabile quanto la tranquillità di una radura in un bosco, mentre invece la via è mantenuta tranquilla solo da uno sforzo prolungato simile a quello che tiene viva una battaglia o un duello alla spada. Come dimentichiamo il nostro posto in relazione ai fenomeni naturali, così lo dimentichiamo in relazione ai fenomeni sociali. Dimentichiamo che la terra è un corpo celeste e dimentichiamo che la libertà di parola è un paradosso.

Non è affatto evidente che un istituto come la libertà di parola sia corretto o giusto. Non è naturale né ovvio lasciare che un uomo blateri sciocchezze e abominii che tu ritieni pessimi per l’umanità più di quanto sia naturale e ovvio lasciare che un uomo si metta a far buche sulla pubblica via o infetti mezza città con la febbre tifoide. La teoria che sta dietro alla libertà di parola – e cioè che la verità sia così tanto più ampia e strana e sfaccettata di quanto possiamo sapere, e che è assai meglio ascoltare la versione di ciascuno, costi quel che costi – è una teoria che è stata nel complesso giustificata dall’esperienza ma che rimane una teoria assai audace e perfino assai sorprendente. È davvero una delle grandi scoperte dell’epoca moderna; ma, una volta riconosciuta, è un principio che non tocca solo la politica ma anche la filosofia, l’etica e infine la poesia.

Browning è tutto sommato il primo poeta ad applicare tale principio alla poesia. Egli percepì che se desideriamo narrare la verità a proposito di un dramma umano, dobbiamo raccontarlo non semplicemente come un melodramma in cui il cattivo è cattivo e il comico è comico. Vide che la verità non era stata narrata finché egli non aveva visto nel cattivo il puro e disinteressato gentiluomo che molti cattivi ritengono fermamente di essere, o finché non aveva considerato il comico tanto seriamente quanto i comici sono soliti considerare sé stessi. E in questo Browning è oltre ogni dubbio il fondatore della moderna scuola poetica.

­— G.K. Chesterton, Robert Browning, cap. VII “The Ring and the Book” (il neretto è mio)

 

L’essenza della libertà di parola non è semplicemente che uno sia libero di scrivere o dire idiozie. L’essenza vera della libertà di parola è che ci sia un altro disposto ad ascoltare cordialmente (mettendoci il cuore, cioè) fino in fondo quelle idiozie perché ritiene che in esse ci possa essere della verità.

Io non sono disposta ad ascoltare le idiozie e questo rende la mia posizione in fin dei conti simile a quella di Eco: lui disprezzava gli imbecilli, io disprezzo solo ciò che dicono o scrivono, ma sempre disprezzo è.

 

 

 

 

 

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Spiritualism, spiritismo

Una delle cose più insidiose per chi traduce da una lingua a un’altra – a qualunque livello, dalle scuole medie alla professione – sono i false friends, i falsi amici: parole che somigliano a quelle della nostra lingua madre ma che significano un’altra cosa. Un esempio classico è l’inglese patent, che significa “brevetto”; la patente di guida in inglese è driving license. Un altro è lo spagnolo aceite, che somiglia ad “aceto” ma è “olio”.

Mentre traducevo il Robert Browning di Chesterton, ho incontrato una coppia di f.f. che non avevo mai visto: la coppia spiritualism/spiritismo.

Il fenomeno che nacque negli Stati Uniti nella seconda metà dell’Ottocento e portò a ballare innumerevoli tavolini di qua e di là dell’Oceano, in inglese si chiamò subito e si chiama ancora spiritualism; in seguito nacque il termine spiritism per indicare una parte specifica dello spiritualism. Spiritualism rimane comunque il termine di riferimento generale in inglese.[1]

In italiano invece lo chiamammo subito “spiritismo”. Perché? Probabilmente perché “spiritualismo” era già il nome di qualcos’altro e, siccome si trattava di due cose differenti nel livello, se non proprio nel contenuto di esperienza, usare lo stesso nome avrebbe generato confusione.

spiritualismo

[da spirituale, con -ismo; 1816]

s. m.

* Dottrina filosofica della seconda metà dell’Ottocento che, in opposizione al positivismo e allo scientismo, riafferma la trascendenza divina, il carattere spirituale della conoscenza e, in taluni pensatori, anche della realtà | (est.) Ogni dottrina filosofica che teorizza il primato dello spirito sulla materia: lo spiritualismo di Platone. CONTR. Materialismo.

 

spiritismo

[dall’ingl. spiritism, da spirit ‘spirito’ con -ism ‘-ismo’; 1863]

s. m.

1 Sistema mistico-religioso fondato sull’interpretazione di fenomeni medianici e paranormali rilevati, per la prima volta, ad Hydesville, presso New York, nel XIX sec. | Movimento mondiale che derivò da tale sistema.

2 Ipotesi interpretativa dei fenomeni metapsichici e paranormali | Pratica delle sedute spiritistiche, nelle quali, attraverso il medium, si prende contatto con gli spiriti e si determinano fenomeni paranormali.

 

Per il contenuto di esperienza, in effetti, si potrebbe dire che lo spiritualismo “contiene” anche lo spiritismo, visto che lo spiritismo non è materialistico e lo spiritualismo si oppone appunto al materialismo. Ma questo non vuol dire che sia vero anche il contrario, cioè che i filosofi spiritualisti siano tutti anche spiritisti.

L’italiano è una lingua logica e puntuale; non è un caso che noi abbiamo le due parole “liberalismo” e “liberismo” mentre in inglese ce n’è una sola, liberalism (il che a volte crea effettivamente un bel casino). Non è una mancanza della nostra lingua o della nostra cultura, come tendono a pensare certuni. Al contrario, è una ricchezza. Come tutte le ricchezze, va gestita come si deve, altrimenti diventa esagerazione e ti rovina la vita.

Spiritualismo o spiritismo?

Spiritismo, dunque, quando parliamo di medium, scrittura automatica e tavoli che ballano;

spiritualismo con l’iniziale minuscola se parliamo di Giovanni Gentile e dei suoi consimili (cioè filosofi);

se invece vogliamo parlare del fenomeno religioso che nacque nell’Ottocento (ed esiste tuttora), basato sulla comunicazione con gli spiriti, poiché l’inglese ha Spiritualism con la maiuscola, noi potremmo usare Spiritualismo con la maiuscola. Qui la confusione sarà evitabile solo grazie al contesto, perché anche lo spiritualismo filosofico a volte si indica con la maiuscola. Chesterton, però, nel Robert Browning parla sempre di spiritualism con la minuscola, cioè di spiritismo.

Ho notato che ogni tanto salta fuori, non solo nelle versioni di Chesterton, la traduzione di spiritualism/spiritismo con “spiritualismo”. Chissà, forse dipende dal fatto che la scelta di “spiritismo” per indicare tutti i fenomeni di contatto con l’aldilà è percepita come una scelta derisoria? E potrebbe anche esserlo. Alle scelte derisorie, però, non si rimedia appiccicando al fenomeno un altro nome, magari in maniera antistorica. (A proposito: il termine “cristiano” in origine era derisorio.)

Una volta che una determinata cosa abbia un nome, insomma, potremo anche trovare dei sinonimi collegati alla sua essenza ma non è utile darle nomi che creino confusione. Noi cattolici chiamiamo “Comunione” l’Eucaristia, perché essa ci unisce a Cristo, ma non chiamiamo “eucaristia legale” la comunione dei beni tra due coniugi. D’altra parte, mica vorremo cambiar nome all’Eucaristia e definirla, che so, “condivisione tribale” per il fatto che alcuni la considerano un segno di appartenenza al gruppo, come i tatuaggi che sono appunto tribali?

Questo modo di procedere – assecondare i false friends invece di cercar di capire se l’oggetto o l’esperienza ha già un nome consolidato – sembra una semplificazione e invece complica le cose.

La lingua è un fenomeno arbitrario: vuol dire che non esiste un motivo concreto per cui quella data cosa si debba chiamare “tavolo” anziché “gabinetto”. Questo però non significa che uno si alza la mattina e decide il significato delle parole: provate a dire a mamma/moglie/marito/figli Ti ho lasciato la colazione sul gabinetto e fate caso alla reazione.

Insomma, la lingua è arbitraria ma non è soggettiva, come dice il professor Rigotti.[2] È ciò che intendiamo quando diciamo che le lingue sono convenzioni: le convenzioni implicano sempre che almeno due persone siano d’accordo (in genere più di due) e non che ognuna faccia come vuole. Peccato che oggi questa cosa non sia più capita; anzi, c’è chi lavora attivamente contro di essa e c’è chi ci casca pensando che “tanto è uguale”.

Cambiare nome alle cose così come vien meglio non implica soltanto diventare incapaci di leggere i libri dell’Ottocento e del Novecento, come già siamo diventati incapaci di leggere il latino e il greco – e chissà poi a che dovrebbe servire l’alfabetizzazione in un panorama così?

Sembrerà esagerato ma, alla lunga, vuol dire non riuscire più a capirsi in nessuna occasione:

Ti ho cosato la cosa sul coso.

 

Mini-cronologia

1796. Primo utilizzo noto del termine spiritualism in inglese secondo il Merriam-Webster online, consultato il 16 gennaio 2015

1816. Primo utilizzo noto del termine “spiritualismo” in italiano secondo lo Zingarelli 2008; andando in Google Libri e cercando “spiritualismo” nel XIX secolo, però, ho trovato un libro del 1804 che usa il termine due volte, in ambito religioso, e un altro testo del 1815 che usa il termine come se fosse già noto. Misteri del vocabolario!

1848. Inizio del fenomeno di comunicazione con gli spiriti (pure detto spiritualism) a casa della famiglia Fox, in Hydesville (NY), USA

Ne possiamo dedurre che gli usi precedenti a questo anno fossero filosofici o religiosi e non relativi al contatto con gli spiriti

1856. Primo utilizzo noto del termine spiritism (Merriam-Webster online, consultato il 16 gennaio 2015)

1863. Primo utilizzo noto del termine “spiritismo” (Zingarelli 2008, non ho cercato altrove)

Insomma, visto che gli anglofoni avevano già inventato tutti e due i termini, noi abbiamo scelto di usare quello che creava meno confusione. Qualunque sia stato il motivo, non mi sembra una cattiva idea.

 

[1] Nel Merriam-Webster online, il lemma spiritism non ha definizione ma rimanda a spiritualism 2a.

[2] Rigotti E., Cigada S. (2004), La comunicazione verbale (par. 2.5.2), Apogeo, Milano.

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L’anticattolico attacco ad Halloween

Pagina-indice: H-files

Durante l’anno non sono riuscita a fare quel che avrei voluto, riguardo alle mie ricerche sulla vigilia della festa di Tutti i Santi (questo infatti, e niente altro, significa il termine Halloween in dialetto scozzese).

Ho così deciso di tradurre l’articolo di un giornalista americano che seguo da anni e che avevo citato anche nel post precedente, Scott P. Richert, Catholicism Expert, esperto di cattolicesimo, per il sito About.com

L’articolo che ho tradotto, Halloween, Jack Chick, and Anti-Catholicism. The Anti-Catholic Origins of the Attack on Halloween, è la storia di come qualcuno negli Stati Uniti abbia messo in giro certe fandonie ricorrenti riguardo ad Halloween per motivi di antipapismo e non per uno specchiato amore della verità.  

È un articolo scritto per gli Stati Uniti e ovviamente non risponde alla domanda se in Italia sia il caso o no di festeggiare in qualche modo la vigilia di Tutti i Santi. Ma illustra bene come sono nate e si sono propagate certe idee. 

Ho tradotto questo particolare articolo perché spero che aiuti a riflettere su come a volte affrontiamo ciò che ci fa paura o che non capiamo e anche su come a volte siamo culturalmente succubi di chi sa stimolare le nostre passioni negative. E ho tradotto questo, e non un altro, perché mi fido di chi l’ha scritto.

Le note sono mie. 

About.com è un sito web statunitense che offre consigli e informazioni su moltissimi argomenti, dalle lingue alle arti manuali alle religioni alla moda… Non dico che ci si trovi tutto ma ci si trova molto. Di ogni argomento si occupa un Esperto (Expert), che fino a qualche mese fa si chiamava Guida (Guide). Forse questo mutamento di denominazione è legato al fatto che non si possono più inserire commenti, chissà. Ad ogni modo, il sito rimane molto interessante e validissimo. Io seguo da anni gli esperti di lingua giapponese, di lingua inglese e di cattolicesimo (è interessante vedere le cose con occhi che sono sempre stati al di là dell’oceano!), ma ogni tanto faccio una visitina a quelli di moda e di arti manuali. Il sito è in inglese ma ora ci sono anche articoli in spagnolo (si trovano nella barra in alto, menu MORE…).

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Halloween, Jack Chick e l’anticattolicesimo

Le origini anticattoliche dell’attacco ad Halloween

Di Scott P. Richert

Miti anticattolici

Che pensereste se vi raccontassi che la Chiesa cattolica ha inventato l’Islam, il comunismo e la massoneria per minare la fede dei veri cristiani? Che l’olocausto fu un complotto del Vaticano e Hitler soltanto una pedina di Papa Pio XII? Che i cattolici non adorano Cristo e non venerano la vergine maria ma invece adorano il reincarnato Nimrod, fondatore di Babilonia, e la sua moglie (e madre!) Semiramide?

Che già nel 1980 il Vaticano aveva Leggi il seguito di questo post »

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Il distributismo è ruralismo?

Mia traduzione dell’articolo Is Distributism Agrarianism? di David Cooney, 5 giugno 2014. Anche le note sono mie. 

Versione pdf da scaricare: Cooney, David (2014), Il distributismo è ruralismo_ 

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Il distributismo è ruralismo?

di David Cooney, 

Penso che l’articolo di Peter Blair, Distributism is not Agrarianism, sia un articolo molto importante per continuare la discussione su come risolvere i nostri problemi economici. Vi prego di leggerlo. Vi prego di condividerlo. Se è necessario, vi prego di imparare da ciò che dice.
Se posso avanzare una critica, forse l’autore sbaglia a pensare che la tendenza di certi distributisti a propugnare il ritorno a una società rurale sia dovuto al fatto che costoro «non hanno ancora disimparato a fare affidamento su quei vecchi romantici di Chesterton e Belloc». Mentre Chesterton e Belloc apprezzavano l’importanza dell’agricoltura, i loro scritti mostrano anche con chiarezza l’apprezzamento per la tecnologia ed essi scrissero circa l’applicazione dei principi del distributismo alle nuove tecnologie allora emergenti. Dobbiamo ricordare che l’industrializzazione su larga scala stava appena iniziando, ai loro tempi, e molti Paesi avevano in effetti un’economia principalmente agricola.
Ad ogni modo, leggere i loro scritti non mi ha mai suggerito un rifiuto della tecnologia, ma del modo in cui i capitalisti la stavano monopolizzando. Essi criticavano anche il modo in cui il capitalismo stava trasformando e industrializzando l’agricoltura. Erano gli albori di queste attività. Credo che essi rimpiangessero la perdita delle numerose e diffuse aziende agricole a proprietà familiare, sostituite da quelle industrializzate, più che sostenere che l’economia dovesse essere rurale.
Direi che quello che Chesterton e Belloc auspicavano fosse un adeguato equilibrio di tecnologia e agricoltura entro comunità locali, con una diffusa proprietà privata, allo scopo di rendere tali comunità economicamente efficienti e dinamiche. Belloc ha parlato della proprietà cooperativa di quelle grandi industrie che al tempo non potevano essere attuate su scala più piccola. Parlava anche positivamente dei progressi tecnologici che avevano reso possibile per certe industrie – come la produzione di elettricità – di diventare meno centralizzate di quanto non fossero in precedenza. Non sono espressioni di uno che invoca l’abbandono dei progressi tecnici e il ritorno alle “più semplici” società rurali del passato.
A parte questo, ritengo che l’articolo di Mr Blair sia molto importante. Non si può negare che nei ranghi distributisti ci siano sostenitori del ruralismo. Come gruppo, dovremmo cominciare a discutere con loro sulla base del fatto che uno stile di vita rurale è una via ma non la sola via in cui le persone possono vivere secondo i principi del distributismo.
L’importanza dell’agricoltura in una società distributista
Sostengo da tempo che, perché l’economia di una nazione sia sana e forte, innanzitutto devono essere sane e forti le sue economie locali. Ho anche sostenuto che, perché un’economia locale sia sana e forte, essa deve essere il più autosufficiente possibile. Questa autosufficienza è basata sull’idea che una comunità locale deve essere in grado di produrre quanto più è possibile di ciò che soddisfa i bisogni primari. Questo include senz’altro certe industrie come le costruzioni, il tessile, le arti metallurgiche e molte altre necessarie per produrre alloggi, vestiario e altro. Nel considerare i bisogni primari, tuttavia, non dobbiamo dimenticare uno dei più primari di tutti: il cibo.
È un autogol sostenere la proprietà diffusa dell’industria senza contemporaneamente propugnare la proprietà diffusa dell’agricoltura. È un autogol reclamare supporto per le manifatture e le aziende locali senza contemporaneamente reclamare supporto per gli agricoltori locali. Il punto è che il distributismo moderno deve abbracciare tutte queste cose e tenerle insieme fianco a fianco. Quelli che auspicano un ritorno all’agricoltura non vanno ignorati o respinti ma dovrebbero essere disposti a riconoscere che la tecnologia e la vità cittadina non sono nemici dell’agricoltura o del distributismo; il nemico è l’accentramento della proprietà del capitale produttivo.
Questo significa che, quando spieghiamo che distributismo implica più proprietà, più proprietari, più produttori, stiamo parlando dell’economia tutta intera. L’aumento della proprietà diffusa nell’agricoltura e nell’industria devono accadere fianco a fianco se il distributismo si vuole realizzare. Una può andare più veloce dell’altra ma entrambe devono compiere il viaggio insieme; altrimenti, avremo fallito.
E allora, che aspetto ha una società distributista? Sarà un ritorno agli aratri tirati da cavalli e buoi? Mentre alcuni potrebbero optare per questa possibilità, i più sceglieranno i trattori. Vuol dire che tutti e ciascuno dovremo cominciare a vivere in una fattoria con “tre acri e una mucca”? No. Alcuni potrebbero scegliere di far così, ma i più non lo faranno. Significa abbandonare le città e la tecnologia per tornare a una società principalmente rurale? No.
Distributismo significa che ci sarà più gente che si guadagnerà da vivere con l’agricoltura. Questo perché ogni comunità locale è un mercato locale per i prodotti agricoli. Più è ampia la comunità locale, più ci sarà richiesta di prodotti agricoli e più ci sarà bisogno di persone che li producano. Tuttavia quei prodotti saranno venduti a persone che lavorano nelle città, che producono beni non agricoli, che offrono servizi, che lavorano ai computer eccetera.
Peter Blair ha ragione. Il distributismo non è ruralismo. Il distributismo non si basa su una società che ritorna a un’economia prevalentemente agricola. Il distributismo riguarda la proprietà ampiamente diffusa di tutto il capitale produttivo. Non c’è niente di male nel ruralismo o in una comunità che scelga di essere principalmente rurale, economicamente parlando, ma questo non è un requisito del distributismo. Nel distributismo quella comunità sarebbe vicina a una città in cui la tecnologia sarebbe sviluppata e migliorata. Ognuna sosterrebbe l’altra perché non importa quanto progredita è la tecnologia, la gente ha comunque bisogno di mangiare e una buona tecnologia può migliorare la produzione agricola.

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Il distributismo è cattolico?

Mia traduzione dell’articolo Is Distributism Catholic?, di David Cooney, 19 novembre 2013. Anche le note sono mie. 

Versione pdf:   Cooney, David (2013-2011), Il distributismo è cattolico_

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Il distributismo è cattolico?

di David Cooney, 19 novembre 2013

(Articolo pubblicato in origine in The Distributist Review, 22 maggio 2011)

 

Di quando in quando, lettori di The Distributist Review commentano a proposito del fatto che abbiamo così tanti articoli specificamente correlati agli insegnamenti del magistero cattolico. Sembra esistere un’opinione secondo cui la proposta del distributismo dovrebbe essere basata sul solo argomento economico, senza riferimenti specifici a nessuna specifica religione, altrimenti allontaneremmo i non cattolici. Questo solleva una domanda legittima per chiunque prenda in considerazione il distributismo. Il distributismo è cattolico? La risposta a questa domanda è tanto “sì” quanto “no”. Per essere più chiaro possibile, io sono cattolico, così come la maggior parte di chi scrive su The Distributist Review. Questa non sarà una sorpresa per quelli che abbiano letto più di qualche articolo; alcuni dei nostri articoli però sono stati scritti da non cattolici.

Ad ogni modo, mi sto allontanando dal punto focale, che è dire come mai la risposta alla domanda “il distributismo è cattolico?” è sia “sì” che “no”.

Il motivo per cui il distributismo non è specificamente cattolico

Il distributismo è basato su idee filosofiche. Contrariamente a ciò che molti pensano, la filosofia non è lo stesso che la teologia o la religione. È una disciplina separata anche quando gli argomenti coincidono. Molti dei principi sostenuti dal distributismo si possono ritrovare negli insegnamenti di altre religioni e culture di tutto il mondo.

Molti degli insegnamenti filosofici che sono alla base del distributismo sono nati prima del cristianesimo. Aristotele sosteneva molte delle stesse posizioni del distributismo. Pertanto, queste idee filosofiche non possono definirsi specificamente cattoliche. In più, come non esiste soltanto una certa forma di governo che sia compatibile con il cattolicesimo, allo stesso modo non esiste un solo sistema economico che sia compatibile con il cattolicesimo. È possibile avere un sistema capitalistico che sia compatibile con il cattolicesimo; ma prima dovrebbero essere eliminati molti degli elementi che attualmente sono accettati quale parte del capitalismo a livello mondiale – come l’usura.

Il motivo per cui il distributismo è cattolico

Il distributismo come visione economica definita è nato in seguito agli insegnamento del magistero pontificio. I papi che si occuparono di giustizia economica e sociale scrissero encicliche[1] le quali ispirarono gruppi di cattolici a formare un movimento che tentasse di presentare al grande pubblico questi problemi e delle soluzioni. Questo movimento prese il nome di distributismo o distributivismo (benché i suoi promotori esprimessero il desiderio di un nome migliore). Benché il movimento abbia incluso membri non cattolici fin dall’inizio, le posizioni sostenute dal distributismo sono coerenti con gli insegnamenti della Chiesa cattolica sulla giustizia economica e sociale. In altre parole, il distributismo consiste di posizioni filosofiche riguardo alle strutture economiche e sociali che sono compatibili con la fede cattolica. Non si può separare il distributismo dal magistero cattolico più di quanto si possa separare l’originale Costituzione degli Stati Uniti d’America dagli scritti di John Locke.

Che significa questo per i non cattolici che s’interessano al distributismo?

La vera domanda che i non cattolici devono farsi, quando si interessano al distributismo, è se possono accettare le posizioni filosofiche che sono alla base del distributismo. Non occorre essere cattolico per essere distributista più di quanto occorra essere cattolico per credere che chi può deve aiutare chi è nel bisogno. Il punto è che l’accettazione del distributismo da parte di non cattolici non si basa sul fatto che esso è coerente con il cattolicesimo; si basa sul fatto che il distributismo è una visione economica e sociale sana dal punto di vista filosofico e che funziona. . I cattolici che accettano il distributismo lo fanno per entrambi i motivi.

Forse vi state chiedendo perché, se è così, ci sono così tanti articoli decisamente cattolici su The Distributist Review. La nostra società incoraggia l’errore di pensare che la fede debba restare confinata entro le mura domestiche e nei luoghi di culto, che essa non abbia relazione con l’economia e la politica e che sostanzialmente dovrebbe esser tenuta appartata dalla vita pubblica. Il cattolicesimo insegna, come pure altre fedi, che la fede ha a che fare con tutti gli aspetti della vita. Il capitalismo come è praticato oggi nel mondo accetta prontamente prassi che non sono compatibili con la fede cattolica. Pertanto noi richiamiamo i nostri confratelli cattolici su questo punto. Presentiamo l’insegnamento chiaro e coerente della Chiesa e chiediamo ai nostri confratelli cattolici di confrontare le loro idee con quell’inse­gna­mento. Anche se continuano a rifiutare certi aspetti del distributismo come sistema economico, non possono continuare ad accettare o ignorare gli aspetti del capitalismo che sono incompatibili con la nostra fede. Incoraggiamo i non cattolici a fare lo stesso, ciascuno riguardo alla propria fede, e abbiamo accolto con piacere ogni commento in proposito pubblicato dai nostri lettori.

Crediamo che sarebbe sbagliato, che sarebbe disonesto, nascondere il fatto che il distributismo ha legami con il magistero cattolico. Che scopo avrebbe far questo, nascondere il fatto ai non cattolici? No. Saremo schietti riguardo a questi legami, e ci aspettiamo che ogni non cattolico che accetta le idee del distributismo come compatibili con la propria fede sia schietto al riguardo. Non è qualcosa che si debba tenere nascosto.

Considera le domande che seguono. Sei d’accordo che è fondamentalmente ingiusto che il nostro governo prenda prestiti per salvare enormi banche e aziende “troppo grandi per fallire” e non faccia quasi niente per aiutare i proprietari o dipendenti di piccole aziende, che sono colpito molto più duramente dall’attuale crisi economica?

Sei del parere che il modo in cui tale crisi è stata affrontata dimostra che il nostro governo, indipendentemente dal colore politico, risponde ai richiami delle Grandi Aziende anziché a quelli della popolazione in generale? E questo non accade forse perché queste aziende possono esercitare un controllo sproporzionato sull’economia?

Sei d’accordo che una società in cui la maggior parte del capitale (i mezzi di produzione) sia posseduta da un’ampia parte della popolazione è preferibile a una in cui sia posseduta, e quindi controllata, da una piccola parte della popolazione (quella che possiede le aziende “troppo grandi per fallire”)?

Credi che le famiglie siano economicamente più libere e indipendenti se possiedono (o singolarmente o in maniera cooperativa) il capitale che usano per provvedere ai propri bisogni?

Sei d’accordo che il governo dovrebbe essere decisamente limitato nella sua capacità di interferire con la vita della famiglia, con cose come crescere ed educare i figli?

Sei d’accordo che, anche se i monopoli possono ridurre di molto il costo di produzione, i mezzi per far questo sono spesso a carico della società (salari più bassi, produzione delocalizzata, perdita di lavori sul territorio eccetera), mentre gli alti profitti delle aziende rimangono invariati?

A tuo parere, pensi che sia sbagliato che le aziende licenzino gente che lavora duro solo per assumere manodopera a basso prezzo oltreoceano, in paesi che impiegano bambini e lavoro coatto[2] in condizioni intollerabili?

Sei d’accordo che un gran numero di piccoli produttori dà luogo a un’economia più stabile; che è meglio se interi settori produttivi non sono messi in ginocchio dalla cattiva gestione di poche grandi società; e che non dovremmo dipendere più di tanto da fonti di approvvigionamento lontane per cose di quotidiana necessità come il cibo?

Diresti che, se le grandi aziende si trasformano in oligopoli, è meno verosimile che sentano la pressione della competizione che manterrebbe equi salari e prezzi? Trovi ironico che i sostenitori del capitalismo monopolistico di “libero mercato” stiano sempre a parlare dei benefici della competizione mentre lo scopo delle grandi aziende è quello di eliminare la competizione?

Sei d’accordo che è fondamentalmente sbagliato che le banche mettano le piccole aziende in una condizione di svantaggio facendo loro dei prestiti solo con alti tassi d’interesse mentre offrono tassi bassissimi alle aziende grandi, anche quando praticamente non c’è differenza nel rischio?

Non occorre essere cattolici per essere d’accordo con questi e tanti altri punti del movimento distributista.

Benvenuti!

 

 

[1] La prima di queste è la Rerum novarum, lettera enciclica inviata da Papa Leone XIII nel 1891. L’insieme dei documenti del magistero che da allora in poi si sono occupati specificatamente di questi temi si chiama oggi Dottrina sociale della Chiesa; ma solo il nome è moderno: in effetti la Chiesa si è sempre occupata di giustizia sociale ed economica, anche se non lo faceva in forma di magistero pontificio.

[2] Il lavoro coatto o lavoro forzato – in inglese forced labor, in francese travail forcé – è il lavoro svolto contro la propria volontà sotto la leva di minacce di vario tipo, come la violenza fisica o il ricatto a causa di debiti, e ovviamente al di fuori di qualunque contratto e tutela. L’imposizione di lavoro forzato è un crimine internazionale.

 

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