Archive for Traduzioni

G.K. Chesterton, L’abbandono del Natale

Per cominciare l’Avvento ricordandosi come mai certe cose sono come sono. 

  

G.K. Chesterton

L’abbandono del Natale

The Illustrated London News, 13 gennaio 1906

(data dell’edizione americana, che normalmente appariva due settimane dopo quella inglese)

 

Tutto ciò che è veramente degno di essere amato può essere odiato; e senza dubbio esistono persone che odiano il Natale. Non è difficile suddividerli a grandi linee secondo il motivo che hanno per far così. Ci sono, per esempio, quelli che odiano ciò che chiamano cattivo gusto e che in effetti è l’umanità.  Ci sono quelli che odiano fare i buffoni, preferendo recitare lo stesso ruolo con uno spirito di maggior serietà. Ci sono quelli che non possono star seduti per la durata di un pasto perché hanno quell’assurdo nervosismo americano che l’autore biblico profetizzò quando scrisse (prefigurandosi la vita del ricco yankee): «Non c’è pace per i malvagi». Ci sono quelli che hanno obiezioni contro gli Waits;[1] e non so davvero immaginare perché. Ci sono quelli che odiano il cristianesimo e chiamano questo loro odio un amore onnicomprensivo per tutte le religioni. Ci sono quelli (altrettanto non-cristiani nel loro sentimento di base) che odiano il paganesimo. Essi si rammaricano della qualità pagana della grande festività cristiana; il che semplicemente equivale a rammaricarsi del fatto che il cristianesimo abbia risposto ai preesistenti desideri del genere umano. Ci sono alcuni che non possono o non vogliono mangiare tacchino e salsicce. Ovviamente, se ciò è solo parte di una privata necessità fisiologica, essa può comunque lasciare l’animo in una sana disposizione natalizia. Se invece è parte di una filosofia, allora è parte di una filosofia con cui non sono d’accordo. Io mi attengo a una posizione teorica semplice rispetto al vegetariano e all’astemio: posso rispettare la cosa come regime dietetico, ma non come religione. Finché l’uomo di astiene per bassi motivi posso simpatizzare con lui di cuore. È quando si astiene per nobili motivi che lo considero un eretico.

Ci sono dunque queste persone che detestano il Natale e senza dubbio sono molto numerose.  Ma se anche fossero la maggioranza, sono comunque sostanzialmente matte. Sicuramente il Natale dev’essere delizioso per l’uomo normale; a patto di riuscire a trovarlo. Non devo certo sottolineare per i lettori di questo giornale un fatto filosofico così alfabetico come il fatto che “normale” non significa semplicemente “comune”. Se ci fossero solo quattro uomini al mondo, se uno avesse il naso rotto, un altro avesse perduto un occhio, se il terzo avesse la testa pelata e il quarto una gamba di legno, tutto ciò non cambierebbe minimamente il fatto che l’uomo normale, dal quale in un modo o nell’altro ciascuno di loro si discosta, è un uomo con due occhi, due gambe, capelli naturali e il naso integro. È lo stesso per la normalità mentale o morale. Se mettessimo intorno a un tavolo quattro dei più osannati filosofi d’Europa, troveremmo senz’altro che ognuno di loro ha la sua piccola anormalità. Non dico che il filosofo moderno abbia il naso rotto; benché, se ci fosse un po’ di spirito e di coraggio nel popolino moderno, ne otterrebbe uno abbastanza alla svelta. Diciamo che ha una lussazione mentale, che è rotto il suo naso spirituale, e che una simile critica si può muovere a ciascuno degli altri tre. Uno di loro (diciamo) potrebbe avere una costituzione tale da non poter vedere della carta assorbente senza scoppiare in lacrime. Il secondo (il Profeta della Volontà di Potenza) avrebbe per costituzione una gran paura dei conigli. Un terzo sarebbe in attesa continua di una scimmia a nove teste. Il quarto starebbe aspettando il Superuomo. Ma proprio perché queste loro follie sono differenti esse lasciano intatta l’idea della sanità fondamentale da cui tutti loro si discostano. L’uomo che è folle circa la carta assorbente è sano riguardo ai conigli. L’uomo che crede in una scimmia a nove teste non è così pazzo da credere nel Superuomo. Se anche non ci fossero al mondo altri uomini che questi quattro, ancora esisterebbe come idea l’Uomo Normale di cui ognuno di essi è una variazione o piuttosto una violazione. Ma io sono piuttosto incline a pensare che l’Uomo Normale esista davvero in senso fisico e localizzabile. Nascosto in una qualche bizzarra soffitta per sfuggire alla furia del popolaccio (le cui facce avvampate riempiono la strada sottostante come un mare), barricato contro la follia della mera maggioranza degli uomini, da qualche parte vive l’uomo il cui nome  è Uomo. Dovunque egli sia, è del tutto sé stesso e l’equilibrio della sua mente è una musica. E dovunque egli sia, sta mangiando plum-pudding.

Camminando per le vie, riconosco di poter comprendere che una persona sensata si senta un po’ annoiata, o perlomeno un po’ sconcertata, dalle manifestazioni esteriori del Natale: le vetrine dei negozi zeppe di fasci e fasci di cartoline natalizie inappropriate o di giocattoli per bambini che solo dei folli potrebbero realizzare e solo dei milionari comperare. Un tizio, scrivendo contro il Natale, si è spinto fino a dire che i negozianti sostengono il giorno di Natale solo per i loro scopi commerciali. Non sono sicuro se abbia anche detto che sono stati i negozianti a inventare il giorno di Natale. Forse pensava che i negozianti abbiano inventato il cristianesimo. È un’immagine curiosa, il concilio segreto tra il venditore di formaggi, il pollivendolo e il negoziante di giocattoli allo scopo di delineare una teologia che convertisse l’Europa intera e vendere così i loro prodotti. Gli oppositori del cristianesimo crederebbero a qualunque cosa tranne che al cristianesimo. Che i commercianti abbiano ideato il Natale è concepibile più o meno quanto l’idea che i pasticcieri abbiano  ideato i bambini. È tanto sensato quanto dire che le modiste hanno inventato le donne. E tuttavia, come ho detto, posso capire che uno trovi le comuni manifestazioni del Natale incomprensibili o fastidiose. Specialmente le cartoline natalizie  a volte raggiungono il più piatto e trito livello di grossolanità o convenzionalità. Ma questo succede soltanto perché lasciamo il simbolismo del Natale così tanto nelle mani automatiche di gente prezzolata. Non è perché ci sentiamo troppo natalizi, ma perché non ci sentiamo natalizi abbastanza. Tutte queste spassose celebrazioni umane sono, sotto questo profilo, nella medesima posizione: finché sono godute, sono godibili; è solo quando vengono sottoposte a critiche grette che diventano prosaiche e irritanti. Ciò che le rende una seccatura generale non è la credenza popolare in esse, è una popolare non-credenza in esse.  Gli avversari del rito lo attaccano sostenendo che è diventato esteriore e vuoto. Ed è così. Ma un rito diventa esteriore e vuoto solo quando gli uomini non sono abbastanza rituali.

Per esempio, possiamo osservare con reverenza una sfilza di cartoline natalizie e scoprire che esse si basano principalmente su giochi di parole straordinariamente tortuosi e sgraziati; giochi di parole che nessun buffone plausibilmente umano potrebbe aver generato in maniera giocosa o come battute di spirito. Una, diciamo, farà bella mostra della semplice e inconfondibile immagine di un cappello. Annessa a questo sarà la brillante legenda “Wishing t(hat) you may have a happy Christmas”. La parola hat – lo dico per tema che l’ironia, di primo acchito, sia troppo sottile – è contenuta nella parola that e isolata da essa tramite parentesi.[2] O magari vedremo qualche altro simbolo. Potremmo vedere, diciamo, una realistica immagine di cravatta o foulard con la spiegazione che l’ideatore vi augura un Anno Nuovo in-tie-ramente felice.[3] Ebbene, ciò che voglio sottolineare riguardo a questo tipo di battute di spirito non è che siano battute fiacche ma che psicologicamente e per loro natura non sono battute affatto. Nessuno pensa che siano battute di spirito. Il tizio che le ha realizzate non è scoppiato a ridere; e questa è una prova. Niente è più penoso (non c’è nemmeno bisogno di dirlo) della trita obiezione verso colui che ride delle proprie battute. Se uno non può ridere delle battute proprie, dovrebbe ridere per le battute di chi? Un architetto non può pregare nella sua cattedrale? Non può (se è un artista degno di questo nome) essere intimorito dalla sua cattedrale?  Ma, come dicevo, questi giochi di parole da cartolina non sono battute; non è che sono battute fiacche. Nessun uomo mai venne alla luce, nessun uomo, per quanto rozzo, smodato, volgare, mezzo scemo, parzialmente folle, nessun uomo è mai esistito che abbia provato a trasformare la parola that nella parola hat come una spiritosaggine da conversazione. Non c’è niente di vivace, niente di allegro in una facezia del genere; è piuttosto un tetro sforzo di sottigliezza intellettuale. Le persone contente fanno battute fiacche ma non una battuta così. Nessuno lo direbbe per quanto contento fosse. Nessuno lo direbbe per quanto sbronzo fosse. Non proviene, e non può provenire, dai sinceri festaioli del Natale, per quanto ignoranti o sciocchi o insensibili possano essere. È fin troppo evidente che proviene dalla mente meccanica di persone la cui sola occupazione è aggiungere insopportabili scherzi a immagini senza senso. In breve, la leggerezza non proviene da persone leggere. Non viene da quelli a cui è concesso un giorno di vacanza. Troppo smaccatamente viene da quelli a cui non è concesso un giorno di vacanza. Viene da quei laboriosi disgraziati per i quali Natale non è Natale. Non è un prodotto dell’osservanza dello spirito natalizio, ma un prodotto della sua inosservanza.

Riguardo a chi senz’altro afferma, chiaro e tondo, che la scemenza o la pesantezza di simili battute prive di sentimento e d’intelligenza è solo un esempio della stupidità e ignoranza della gente comune, non saprei che cosa dir loro se non raccomandare che si tolgano l’ovatta dalle orecchie. Chiunque possa davvero credere che le classi inferiori siano stupide quando si tratta di umorismo non deve aver mai visto un omnibus, tanto meno esserci salito. Chiunque possa parlare di “educare” il senso dell’umorismo dei poveri dev’essere una di quelle rare persone così risolute (o così munifiche) da non aver mai avuto un alterco con un vetturino. L’arguzia delle classi lavoratrici non solo è incommensurabilmente superiore agli scherzi indigeribili delle cartoline natalizie; è molto superiore, come letteratura, all’arguzia delle classi colte. Se dunque qualcuno mi dice che “wishing you an en-tie-erly happy Christmas” viene messo sulle cartoline perché è il solo tipo di divertimento che la gente ordinaria sa comprendere, mi dice qualcosa che semplicemente io so essere falso. Tanto varrebbe che mi dicesse che la cravatta viene messa nell’immagine  perché è la sola cosa che indossano. No: la vera ragione di questa stupidità di Natale sta, come ho detto, nell’abbandono del Natale. Se la gente ordinaria producesse le sue proprie battute per divertirsi, sarebbero delle buone battute. Siccome sono fatte da gente pagata per compiacere la gente ordinaria, sono fiacche. Spesso è un errore rivolgersi agli specialisti; ma è sempre un errore rivolgersi a loro per il buonumore.

La verità, penso, in questa e in altre faccende è che la vita pubblica è effettivamente più stupida della vita privata. Il paese è pieno zeppo di circoli di dibattito in cui il livello dei discorsi è molto più brillante e stimolante che nella Camera dei Comuni. In ogni strada ci sono perlomeno due o tre persone che raccontano ai bambini fiabe improvvisate assai migliori della melma di imitazioni sentimentali che riempie così tante riviste. E la grande celebrazione pubblica del Natale, come appare nelle battute, nei canti e nelle immagini, è di gran lunga inferiore a quel che sta accadendo dietro alla più vicina porta d’ingresso.

_________________________

[1] Gli Waits di cui parla Chesterton erano gruppi amatoriali che nei giorni di Natale andavano in giro cantando carols.

[2] In inglese hat significa cappello.

[3] Cravatta in inglese è tie. In inglese la parola usata è en-tie-erly, che si legge come entirely, interamente, completamente.

 

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G.K. Chesterton, L’Osteria Volante, capitolo I

Persone diverse traducono in maniera diversa; e tanto più a settant’anni e passa di distanza. Ho tradotto il primo capitolo del romanzo The Flying Inn (L’osteria Volante) di GKC perché si potesse vedere, volendo, la differenza con le versioni precedenti, in particolare quella di Gian Dàuli.

 

Gilbert Keith Chesterton

L’Osteria Volante

(The Flying Inn, Penguin edition, 1958)

 

Capitolo I.
Una predica sulle osterie

 

Il mare era di un pallido verdegrigio e il pomeriggio era già sfiorato dal tocco incantato della sera mentre una giovane donna dai capelli scuri, vestita di un abito increspato color rame del genere artistico, passeggiava piuttosto svogliata sul lungomare di Pebblewick-on-Sea, trascinandosi dietro un parasole e guardando lontano verso l’orizzonte.  Aveva una ragione per guardare istintivamente verso l’orizzonte del mare, una ragione che molte giovani donne hanno avuto nella storia del mondo. Ma non c’erano vele in vista.

Sulla spiaggia sotto il lungomare c’era una distesa di piccoli assembramenti intorno ai vari oratori della spiaggia, che fossero negri o socialisti o ecclesiastici o pagliacci. Qui c’era un tizio che faceva non si sa bene cosa con delle scatole di carta; e i villeggianti restavano a osservarlo per ore nella speranza di scoprire prima o poi che cosa ci facesse. Poco distante c’era un tale in cappello a cilindro con una Bibbia colossale e una moglie minuscola, che gli stava vicino in silenzio mentre lui agitando il pugno chiuso combatteva l’eresia del sublapsarismo milniano[1] così diffusa nelle stazioni termali alla moda. Non era facile seguirlo, tanto era su di giri; ma ogni tanto rispuntavano le parole “i nostri amici sublapsarii” insieme a una sorta di sogghigno stridulo. Accanto c’era un giovanotto che parlava di non si sa che (e lui lo sapeva meno di tutti) ma che evidentemente puntava, per conquistare il favore del pubblico, soprattutto sull’anello di carote che gli circondava il cappello. Aveva davanti a sé più denaro di tutti gli altri. Poi c’erano i negri. E dopo, un servizio religioso per bambini tenuto da un uomo col collo lungo che batteva il tempo con una paletta di legno. Ancora più avanti c’era un ateo, rabbioso da non credere, che ogni tanto puntava il dito contro la funzione per bambini e parlava delle cose più belle della Natura che venivano corrotte tramite i segreti dell’Inquisizione Spagnola – ad opera dell’uomo con la paletta, naturalmente. L’ateo (che indossava una coccarda rossa) era assai sprezzante anche verso il proprio pubblico. “Ipocriti!”, diceva; e quelli gli gettavano soldi. “Gonzi e codardi!” e loro gli buttavano ancor più soldi. Ma tra l’ateo e la funzione dei bambini c’era un omino d’aspetto gufesco con un fez rosso, che agitava blandamente un grande ombrello informe di tela verde. Il suo viso era bruno e rugoso come una noce, il naso era del tipo che associamo alla Giudea, la barba invece era quella specie di cuneo nero che associamo alla Persia. La giovane donna non l’aveva mai visto prima; era un esemplare nuovo nel ormai familiare museo di svitati e ciarlatani. La giovane era una di quelle persone in cui un vero senso dell’umorismo sempre viene a cozzo con una certa tendenza del temperamento alla noia o malinconia; indugiò un momento, e si chinò sulla ringhiera per ascoltare.

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Jane Austen, Love and Freindship

Il titolo va scritto proprio così ed è una commedia veramente divertente.

Oggi la JASIT ha pubblicato l’articolo che avevo annunciato nel post del 18 luglio, dove però non avevo parlato di questo particolare testo. Anche perché già ne parla GKC, che bisogno c’era di me?

E non c’è bisogno nemmeno adesso, perché è uscita l’edizione italiana a stampa delle opere giovanili di Jane Austen, tra cui anche questa. Ecco l’articolo relativo. 

L’articolo di GKC che ho tradotto era proprio l’introduzione a una prima edizione americana degli Juvenilia, cioè le opere giovanili della scrittrice.

In italiano non si usa (o non si usa più? ma neanche il Tommaseo-Bellini lo riporta) juvenilia, anche se è una parola così bellina e chiara. Siccome sono “opere”, si sarebbe tentati – io lo sono senz’altro – di considerare femminile il termine; ma è un neutro plurale e in questi casi mi pare che si debba usare l’articolo maschile.

La lingua inglese impiega vari termini latini che invece l’italiano non ha usato mai. Ricordo ancora la sorpresa di trovare impromptu orchestra (aggettivo+sostantivo: “orchestra improvvisata”) nel primo capitolo di The Lord of the Rings! Ma in realtà l’inglese ha più elementi provenienti dal latino di quanti potremmo immaginare. Qualche anno fa c’è stato il solito manipolo di benpensanti che ha proposto di eliminarli (come da noi l’Istat propose di eliminare i numeri romani dalle pubbliche vie), ma credo che non se ne sia fatto nulla.

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18 luglio 1817

Oggi è il secondo centenario della morte di Jane Austen.

Per il bicentenario della mia scrittrice preferita ho tradotto due articoli del mio prediletto G.K. Chesterton. Potrebbe sembrare un abbinamento stravagante ma in realtà GKC era un deciso ammiratore di Jane Austen: spesso la menziona, oltre ad averle dedicato espressamente alcuni articoli. Io finora ne ho incontrati tre.

Uno di questi, “The Evolution of Emma”, è un capitolo di The Uses of Diversity, pubblicato in italiano col titolo La serietà non è una virtù, Lindau 2011 (traduttore ignoto al web e io non ho una copia del libro).

Gli altri due, appunto, li ho tradotti io; uno sarà pubblicato a breve nel sito della JASIT – Jane Austen Society of Italy e l’altro… non so ancora. L’avevo offerto per la pubblicazione a una testata online, così che lo potessero leggere tante persone ma in dieci giorni non ho avuto risposta, quindi a mezzanotte considererò decaduta l’offerta.

Gli articoli sono questi due, inserirò i collegamenti appena saranno disponibili:

G.K. Chesterton, Introduzione a Love and Freindship di Jane Austen, 1922

G.K. Chesterton, “Jane Austen e le elezioni politiche”, Illustrated London News, 1 giugno 1929

Intanto però voglio ricordare la seconda nascita della mia beniamina almeno con qualche riga. Sono troppo poco moderna per commemorare le prime nascite (cioè i compleanni) delle persone morte, ma le seconde nascite continuano a sembrarmi importanti.

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Robert Browning

Quest’anno, la sorpresa di Natale l’ho già ricevuta. (Quella terrena, si capisce.) Non so se me ne arriveranno delle altre ma la più bella è la pubblicazione della mia traduzione di Robert Browning di G.K. Chesterton.

Robert Browning è un poeta inglese dell’epoca vittoriana che qui da noi è quasi ignoto, come la gran parte dei suoi colleghi. Non avrei letto – non tanto presto, almeno – il libro che porta il suo nome se un amico non mi avesse chiesto un parere per decidere se pubblicarlo o no. Gli ho fatto una scheda di lettura e mi sono offerta di tradurlo. Finora però non sapevamo ancora se ce l’avremmo fatta a pubblicarlo.

Ma ce l’abbiamo fatta!

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Robert Browning è uno dei primissimi lavori pubblicati da Chesterton (1903, commissionato nel 1901) ed è un saggio biografico e insieme di critica letteraria. Allo stesso tempo non è nessuna delle due cose esattamente.

Chesterton era un genio nell’entrare in contatto con gli autori, perciò non si tratta solo o tanto di notizie sulla vita di un uomo, come in genere si trova nei saggi biografici, o di dissertazioni sulla poesia di un poeta, come in genere si trova nei saggi di letteratura. È piuttosto il racconto dell’amicizia di un uomo con un altro uomo, il quale capita che sia un poeta e anche che sia morto prima che Gilbert nascesse. Ma simili amicizie sono possibili.

Con questo però non voglio dire che siano elucubrazioni per niente interessanti di uno di cui non c’importa niente su un altro che neanche conosciamo. Se non fosse stato interessante, non l’avrei tradotto.

GKC leggeva come si dovrebbe leggere, come io ho imparato da don Giussani e altri hanno imparato da altri maestri, per esempio Leopardi, perché in fin dei conti è un modo antico. Quando me ne sono accorta, ho trovato un fratello maggiore:

Non si legge mai lealmente se, in qualche modo, l’autore dello scritto non è presente e tu, leggendo, è come se gli domandassi: “Cosa vuoi dire? che ragioni hai?”. Non è mai viva lettura se non è potenziale dialogo.
—L. Giussani, Si può (veramente?!) vivere così?

 

Il leggere è un conversare, che si fa con chi scrisse.
—Giacomo Leopardi, in Operette morali, “Detti memorabili di Filippo Ottonieri”

 

Io faccio fatica, specie con certi autori, ma Gilbert aveva questa capacità al massimo grado. A quel tempo, poi, non era il modo normale di leggere. Soprattutto non era il modo normale di leggere Browning, che passava per uno “oscuro” come minimo.

Leggendone in Chesterton, invece, Browning diventa una persona cara come lo era per lui. (Quando sono arrivata a tradurre il punto in cui Browning muore, mi è venuto da piangere come se stesse morendo mio zio. Eppure lo sapevo, che era morto.)

Che a lui fosse caro si capisce sia da ciò che scrive sia da un fatto che nella mia traduzione non troverete, perché è stato eliminato alla prima pubblicazione:[1] nel manoscritto del saggio, cioè la versione che l’autore consegna all’editore, la maggior parte dei versi erano scritti sbagliati, perché GKC citava sempre a memoria. E questi versi li conosceva talmente a memoria da averli modificati: un fenomeno che accade anche a me con i versi della Divina Commedia che conosco a memoria. Il significato rimane lo stesso, il verso è riconoscibile… ma lo modifichi come se fosse una cosa tua. Probabilmente accade lo stesso a tutti quelli che conoscono versi a memoria (o by heart, come dicono gli inglesi) e se li ripetono di quando in quando.

Ecco qua alcune delle mie parti preferite del libro. Ma sono solo alcune, una per capitolo (tranne il capitolo IV, che ne ha due perché parla dell’Italia ed è il mio preferito). Sono in genere più lunghe del solito, perché Chesterton non è tanto uno scrittore da “citazioni citabili”, benché ce ne siano: quel che veramente dà gusto è immergersi nel ragionamento o nell’esposizione che fa e in genere si tratta di più periodi.

Tutto il libro è una gran bella avventura. E siccome è la prima cosa di Chesterton che ho tradotto, mi resterà caro anche per questo.

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Libertà di parola

Non sono mai stata un’ammiratrice di Umberto Eco (che riposi in pace).

Forse è perché non ho letto niente di suo tranne i due romanzi, Il nome della rosa e Il pendolo di Foucault; il primo non l’ho trovato degno di tutti i miracoli che gli si son fatti intorno e il secondo è di una noia mortale – l’unica cosa che mi ricordo, oltre alla noia, è che mi fece scoprire, nei tardi anni Ottanta, l’esistenza di case editrici che puoi pagare per farti pubblicare un libro.

Ma forse è perché anche da un romanzo posso capire qualcosa di chi lo ha scritto, più precisamente del modo con cui guarda il mondo e la realtà.

Comunque sia, quando è morto, vari servizi televisivi hanno mostrato quel famoso pezzetto di video in cui dice che internet è certo una gran cosa ma ha pure dato voce a un sacco di imbecilli. Questa affermazione, a cui applaudire è fin troppo facile, anche per persone intelligenti, mi ha dato fastidio.

A parte che molti di quegli “imbecilli” sono stati educati (da vicino o da lontano) proprio da gente come lui, l’affermazione è irritante se hai un’idea di libertà come caratteristica dell’essere umano in quanto tale, dunque di ogni essere umano, inclusi gli imbecilli.

A me non dà particolarmente fastidio che uno scriva idiozie su internet. Mi seccherebbe moltissimo essere costretta a leggerle, questo sì. Ma non biasimo che ci siano sciocchezze in internet. La loro presenza fa parte della natura del mezzo. Nel momento in cui inventi qualcosa e la metti a disposizione degli altyri, essa è a disposizione di chiunque, buono o cattivo. Gli antichi dicevano che abusum non tollit usum, l’abuso non elimina l’uso: perché una cosa utile può essere usata male ma l’uso sbagliato (abuso) non può eliminare la possibilità per altri di usarla nel modo giusto. Solo che noi ce ne stiamo dimenticando.

La mia posizione, però, era parziale e superficiale.

Come dicevo, se anche penso che ciascuno possa scrivere idiozie come vuole, mi seccherebbe tantissimo essere costretta a leggerle. Forse il professor Eco si era trovato costretto a leggerne tante e aveva sviluppato una particolare antipatia, chissà.

Negli stessi giorni della sua morte, stavo finendo la revisione del Robert Browning di Chesterton, che ho tradotto e che sarà pubblicato tra qualche settimana. Mi è ricapitata sott’occhio proprio allora, guarda il caso, una frase da cui ho capito che la mia posizione era un po’ troppo parziale.

La libertà di parola è un’idea che oggigiorno gode di tutta l’impopolarità di un truismo; e così tendiamo a dimenticare che non è passato molto tempo da quando essa aveva l’assai più concreta impopolarità di cui gode una verità nuova.

L’ingratitudine è senz’altro il principale di tutti i peccati intellettuali dell’uomo. Egli dà per scontati i benefici politici di cui gode così come dà per scontati il cielo e le stagioni. Egli considera la tranquillità di una via cittadina altrettanto immancabile quanto la tranquillità di una radura in un bosco, mentre invece la via è mantenuta tranquilla solo da uno sforzo prolungato simile a quello che tiene viva una battaglia o un duello alla spada. Come dimentichiamo il nostro posto in relazione ai fenomeni naturali, così lo dimentichiamo in relazione ai fenomeni sociali. Dimentichiamo che la terra è un corpo celeste e dimentichiamo che la libertà di parola è un paradosso.

Non è affatto evidente che un istituto come la libertà di parola sia corretto o giusto. Non è naturale né ovvio lasciare che un uomo blateri sciocchezze e abominii che tu ritieni pessimi per l’umanità più di quanto sia naturale e ovvio lasciare che un uomo si metta a far buche sulla pubblica via o infetti mezza città con la febbre tifoide. La teoria che sta dietro alla libertà di parola – e cioè che la verità sia così tanto più ampia e strana e sfaccettata di quanto possiamo sapere, e che è assai meglio ascoltare la versione di ciascuno, costi quel che costi – è una teoria che è stata nel complesso giustificata dall’esperienza ma che rimane una teoria assai audace e perfino assai sorprendente. È davvero una delle grandi scoperte dell’epoca moderna; ma, una volta riconosciuta, è un principio che non tocca solo la politica ma anche la filosofia, l’etica e infine la poesia.

Browning è tutto sommato il primo poeta ad applicare tale principio alla poesia. Egli percepì che se desideriamo narrare la verità a proposito di un dramma umano, dobbiamo raccontarlo non semplicemente come un melodramma in cui il cattivo è cattivo e il comico è comico. Vide che la verità non era stata narrata finché egli non aveva visto nel cattivo il puro e disinteressato gentiluomo che molti cattivi ritengono fermamente di essere, o finché non aveva considerato il comico tanto seriamente quanto i comici sono soliti considerare sé stessi. E in questo Browning è oltre ogni dubbio il fondatore della moderna scuola poetica.

­— G.K. Chesterton, Robert Browning, cap. VII “The Ring and the Book” (il neretto è mio)

 

L’essenza della libertà di parola non è semplicemente che uno sia libero di scrivere o dire idiozie. L’essenza vera della libertà di parola è che ci sia un altro disposto ad ascoltare cordialmente (mettendoci il cuore, cioè) fino in fondo quelle idiozie perché ritiene che in esse ci possa essere della verità.

Io non sono disposta ad ascoltare le idiozie e questo rende la mia posizione in fin dei conti simile a quella di Eco: lui disprezzava gli imbecilli, io disprezzo solo ciò che dicono o scrivono, ma sempre disprezzo è.

 

 

 

 

 

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Spiritualism, spiritismo

Una delle cose più insidiose per chi traduce da una lingua a un’altra – a qualunque livello, dalle scuole medie alla professione – sono i false friends, i falsi amici: parole che somigliano a quelle della nostra lingua madre ma che significano un’altra cosa. Un esempio classico è l’inglese patent, che significa “brevetto”; la patente di guida in inglese è driving license. Un altro è lo spagnolo aceite, che somiglia ad “aceto” ma è “olio”.

Mentre traducevo il Robert Browning di Chesterton, ho incontrato una coppia di f.f. che non avevo mai visto: la coppia spiritualism/spiritismo.

Il fenomeno che nacque negli Stati Uniti nella seconda metà dell’Ottocento e portò a ballare innumerevoli tavolini di qua e di là dell’Oceano, in inglese si chiamò subito e si chiama ancora spiritualism; in seguito nacque il termine spiritism per indicare una parte specifica dello spiritualism. Spiritualism rimane comunque il termine di riferimento generale in inglese.[1]

In italiano invece lo chiamammo subito “spiritismo”. Perché? Probabilmente perché “spiritualismo” era già il nome di qualcos’altro e, siccome si trattava di due cose differenti nel livello, se non proprio nel contenuto di esperienza, usare lo stesso nome avrebbe generato confusione.

spiritualismo

[da spirituale, con -ismo; 1816]

s. m.

* Dottrina filosofica della seconda metà dell’Ottocento che, in opposizione al positivismo e allo scientismo, riafferma la trascendenza divina, il carattere spirituale della conoscenza e, in taluni pensatori, anche della realtà | (est.) Ogni dottrina filosofica che teorizza il primato dello spirito sulla materia: lo spiritualismo di Platone. CONTR. Materialismo.

 

spiritismo

[dall’ingl. spiritism, da spirit ‘spirito’ con -ism ‘-ismo’; 1863]

s. m.

1 Sistema mistico-religioso fondato sull’interpretazione di fenomeni medianici e paranormali rilevati, per la prima volta, ad Hydesville, presso New York, nel XIX sec. | Movimento mondiale che derivò da tale sistema.

2 Ipotesi interpretativa dei fenomeni metapsichici e paranormali | Pratica delle sedute spiritistiche, nelle quali, attraverso il medium, si prende contatto con gli spiriti e si determinano fenomeni paranormali.

 

Per il contenuto di esperienza, in effetti, si potrebbe dire che lo spiritualismo “contiene” anche lo spiritismo, visto che lo spiritismo non è materialistico e lo spiritualismo si oppone appunto al materialismo. Ma questo non vuol dire che sia vero anche il contrario, cioè che i filosofi spiritualisti siano tutti anche spiritisti.

L’italiano è una lingua logica e puntuale; non è un caso che noi abbiamo le due parole “liberalismo” e “liberismo” mentre in inglese ce n’è una sola, liberalism (il che a volte crea effettivamente un bel casino). Non è una mancanza della nostra lingua o della nostra cultura, come tendono a pensare certuni. Al contrario, è una ricchezza. Come tutte le ricchezze, va gestita come si deve, altrimenti diventa esagerazione e ti rovina la vita.

Spiritualismo o spiritismo?

Spiritismo, dunque, quando parliamo di medium, scrittura automatica e tavoli che ballano;

spiritualismo con l’iniziale minuscola se parliamo di Giovanni Gentile e dei suoi consimili (cioè filosofi);

se invece vogliamo parlare del fenomeno religioso che nacque nell’Ottocento (ed esiste tuttora), basato sulla comunicazione con gli spiriti, poiché l’inglese ha Spiritualism con la maiuscola, noi potremmo usare Spiritualismo con la maiuscola. Qui la confusione sarà evitabile solo grazie al contesto, perché anche lo spiritualismo filosofico a volte si indica con la maiuscola. Chesterton, però, nel Robert Browning parla sempre di spiritualism con la minuscola, cioè di spiritismo.

Ho notato che ogni tanto salta fuori, non solo nelle versioni di Chesterton, la traduzione di spiritualism/spiritismo con “spiritualismo”. Chissà, forse dipende dal fatto che la scelta di “spiritismo” per indicare tutti i fenomeni di contatto con l’aldilà è percepita come una scelta derisoria? E potrebbe anche esserlo. Alle scelte derisorie, però, non si rimedia appiccicando al fenomeno un altro nome, magari in maniera antistorica. (A proposito: il termine “cristiano” in origine era derisorio.)

Una volta che una determinata cosa abbia un nome, insomma, potremo anche trovare dei sinonimi collegati alla sua essenza ma non è utile darle nomi che creino confusione. Noi cattolici chiamiamo “Comunione” l’Eucaristia, perché essa ci unisce a Cristo, ma non chiamiamo “eucaristia legale” la comunione dei beni tra due coniugi. D’altra parte, mica vorremo cambiar nome all’Eucaristia e definirla, che so, “condivisione tribale” per il fatto che alcuni la considerano un segno di appartenenza al gruppo, come i tatuaggi che sono appunto tribali?

Questo modo di procedere – assecondare i false friends invece di cercar di capire se l’oggetto o l’esperienza ha già un nome consolidato – sembra una semplificazione e invece complica le cose.

La lingua è un fenomeno arbitrario: vuol dire che non esiste un motivo concreto per cui quella data cosa si debba chiamare “tavolo” anziché “gabinetto”. Questo però non significa che uno si alza la mattina e decide il significato delle parole: provate a dire a mamma/moglie/marito/figli Ti ho lasciato la colazione sul gabinetto e fate caso alla reazione.

Insomma, la lingua è arbitraria ma non è soggettiva, come dice il professor Rigotti.[2] È ciò che intendiamo quando diciamo che le lingue sono convenzioni: le convenzioni implicano sempre che almeno due persone siano d’accordo (in genere più di due) e non che ognuna faccia come vuole. Peccato che oggi questa cosa non sia più capita; anzi, c’è chi lavora attivamente contro di essa e c’è chi ci casca pensando che “tanto è uguale”.

Cambiare nome alle cose così come vien meglio non implica soltanto diventare incapaci di leggere i libri dell’Ottocento e del Novecento, come già siamo diventati incapaci di leggere il latino e il greco – e chissà poi a che dovrebbe servire l’alfabetizzazione in un panorama così?

Sembrerà esagerato ma, alla lunga, vuol dire non riuscire più a capirsi in nessuna occasione:

Ti ho cosato la cosa sul coso.

 

Mini-cronologia

1796. Primo utilizzo noto del termine spiritualism in inglese secondo il Merriam-Webster online, consultato il 16 gennaio 2015

1816. Primo utilizzo noto del termine “spiritualismo” in italiano secondo lo Zingarelli 2008; andando in Google Libri e cercando “spiritualismo” nel XIX secolo, però, ho trovato un libro del 1804 che usa il termine due volte, in ambito religioso, e un altro testo del 1815 che usa il termine come se fosse già noto. Misteri del vocabolario!

1848. Inizio del fenomeno di comunicazione con gli spiriti (pure detto spiritualism) a casa della famiglia Fox, in Hydesville (NY), USA

Ne possiamo dedurre che gli usi precedenti a questo anno fossero filosofici o religiosi e non relativi al contatto con gli spiriti

1856. Primo utilizzo noto del termine spiritism (Merriam-Webster online, consultato il 16 gennaio 2015)

1863. Primo utilizzo noto del termine “spiritismo” (Zingarelli 2008, non ho cercato altrove)

Insomma, visto che gli anglofoni avevano già inventato tutti e due i termini, noi abbiamo scelto di usare quello che creava meno confusione. Qualunque sia stato il motivo, non mi sembra una cattiva idea.

 

[1] Nel Merriam-Webster online, il lemma spiritism non ha definizione ma rimanda a spiritualism 2a.

[2] Rigotti E., Cigada S. (2004), La comunicazione verbale (par. 2.5.2), Apogeo, Milano.

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