Archive for Traduzioni

G.K. Chesterton, Il mondo sta diventando più cupo? (1906)

Chesterton online (in italiano) 

 

Il mondo sta diventando più cupo?

(Is the World Growing Gloomier?)

Illustrated London News, 10 febbraio 1906 (ed. USA)

 

Vedo che quell’elegantissimo ed efficace scrittore che è il signor G. S. Street ha avuto da ridire circa le mie sottolineature natalizie in questo giornale e la mia richiesta di falò.[1] Egli dissente in maniera assai benevola; direi in maniera assai natalizia, se non fosse che certe frasi festive sono aperte all’equivoco. Quel che dice di me posso permettermi di tralasciarlo, perché so che sarà cordiale e fin troppo lusinghiero. Ma quel che dice della razza umana non è lusinghiero per niente. Dice che la razza umana sta diventando meno gioviale. Se intende che tale razza in quest’ultimo brandello decennale di tempo e in quest’unico brandello di Europa è divenuta via via meno gioviale, può essere vero. Può essere vero e potrebbe ben presto essere falso. La scienza moderna può aver bandito la giovialità, come i puritani bandirono la giovialità. Ma i puritani non la bandirono per molto. Una serietà come la serietà puritana, una serietà come la moderna serietà scientifica possono essere annoverate solo tra le fuggevoli e perfino fantastiche scorribande della nostra storia. La solennità puritana fu una delle frivolezze dell’umanità. La solennità scientifica è una delle sue burle, una delle sue serate libere. È una mera pagliacciata, ma invece che dipingere le cose di rosso le dipinge di blu. Simili tragedie accadono solo raramente, e quasi per caso: la tragedia di Milton, che abbandona la poesia per scrivere libelli scurrili; la tragedia di Darwin, che perde il suo amore umano per la musica a causa di un amore inumano per le informazioni. Simili tragedie, dico, avvengono raramente e presto svaniscono. Ma la cosa fissa ed eterna nella vita umana è la commedia. La commedia dell’uomo sopravvive alle tragedie degli uomini.

Prendiamo come eccellente esempio proprio l’espressione contro cui il signor Street protesta. Non gli piace il mio desiderio di vederlo danzare intorno a un falò. Non cercherò di tergiversare sulla questione; non negherò che mi piacerebbe che il signor Street danzasse intorno a un falò. Vederlo che se ne danza all’intorno mi farebbe piangere di commozione. Siccome sarebbe ingiusto verso di lui farlo danzare da solo, raccomanderei caldamente che il signor Arthur Symons, il signor Robert Hichens e specialmente il signor William Archer[2] gli dessero una mano e che facessero il giro insieme. Il signor Archer dopo due o tre giri sarebbe un altro uomo. Mi affretto ad aggiungere che non intendo dire che la trasformazione sarebbe desiderabile; uso la frase nella sua accezione colloquiale. Ma, come dicevo, prendiamo questo caso dei falò. I falò si stanno estinguendo? C’è un declino nei falò, che indichi un declino nella gaiezza? No davvero. Gli uomini primitivi, quando erano felici, accendevano falò. Gli universitari di Oxford e Cambridge, in cappotto e colletto moderni, quando sono felici accendono falò. Niente è più chiaramente radicato e permanente dell’utilizzo comico dei falò. Ma ciò che fu veramente superficiale e fuggevole, ciò che svanì come una moda relativa alle cuffiette da signora, fu l’uso tragico dei falò. Ci fu un tempo, soprattutto dal quindicesimo secolo fino all’inizio del diciassettesimo, in cui la gente cercò di usare i falò seriamente. Li usarono per consumare filosofi eccentrici che non potevano essere convinti a concordare con la comunità. Era un concetto pragmatico; ma la cosa fu abbandonata. Fu uno dei cupi scherzi dell’umanità (come la sociologia moderna) e, siccome era cupo, morì alla svelta; proprio come è morto il maltusianismo. Nel caso che qualcuno fosse in preda all’antica impressione che questo genere morboso di falò sorga solo in connessione con la teologia, varrà la pena sottolineare che esso è stato risuscitato; nel più progressista e moderno dei paesi. Certi americani ogni mettono uomini sul rogo. E gli americani sono peggiori dei morbosi fanatici del quindicesimo secolo; perché i fanatici religiosi arrostivano gli uomini allo scopo dichiarato di unirli in un’unica Chiesa; gli americani arrostiscono gli uomini allo scopo dichiarato di dividerli in due razze. È nella terra di Edison e dei pasti-lampo che Torquemada vive ancora. Laggiù mangiano velocemente, bevono velocemente, viaggiano e fanno affari velocemente. C’è qualcosa che fanno lentamente? Sì, gli uomini li uccidono lentamente. Ma, come dicevo, queste sono le nere frivolezze dell’uomo; e passeranno. Il linciaggio passerà come è passato Smithfield.[3] Se dunque il signor Street intende dire che c’è, o che ci sia da un mezzo secolo o giù di lì, una moda del dolore, ha perfettamente ragione; c’è una moda del dolore e, come è normale in questi casi, relativamente poco dolore e un bel po’ di moda. Spiritualmente e filosoficamente ci siamo messi in nero. Spiritualmente e filosoficamente dismetteremo il nero. Perfino adesso il pessimismo subisce le sue prime sconfitte e già c’è rivolta contro la rivolta.

Ma io penso che il signor Street intenda in realtà molto più di questo. Intende che la razza umana da molto tempo, forse fin dall’inizio, sta diventando sempre meno gioviale. Intende che la razza umana, fin dal principio, è diventata sempre più cupa. Ebbene, riguardo a questa particolare cosa bisogna che sia detto questo, e che sia detto seccamente e con decisione. La razza umana non sta diventando sempre più qualcosa fin dall’inizio. La razza umana non sta diventando sempre meno qualcosa dall’inizio. Se progresso c’è stato, non c’è stato alcun progresso che si possa esprimere semplicemente in termini di una certa tendenza o una certa cosa. Se regresso c’è stato, non c’è stato regresso che si possa chiaramente definire come regresso in un particolare aspetto. Se una qualunque tendenza fosse andata avanti costantemente fin dall’inizio, il mondo non sarebbe vario com’è adesso. Se ogni cosa fosse andata diventando sempre più rossa, a quest’ora sarebbe rossa l’erba. Se ogni cosa fosse andata diventando sempre più verde, a quest’ora sarebbe verde il sangue che abbiamo nelle vene. Se l’intera umanità fosse andata diventando sempre più gioviale, non avremmo in mezzo a noi nessuno con la bella malinconia del signor G. S. Street. E se l’intera umanità fosse andata continuamente diventando (come suggerisce il signor Street) sempre meno gioviale, non esisterebbe in tutto l’insieme dell’umanità un ottimista come me. Mi avrebbero dato la caccia e ammazzato come un lupo molto tempo fa.

Ma quando il signor Street arriva a sviluppare la sua obiezione al mio Natale gioviale, egli mostra inconsapevolmente la totale debolezza della sua posizione; la totale debolezza della posizione di molti dei brillanti membri della modernità tra i quali egli ha un posto. Comincia, come ho detto, dicendo che la razza umana sta diventando meno gioviale. Prosegue sviluppando una difesa veramente toccante di quelli che se ne stanno tristi a Natale. Dice che “se facciamo così, è perché abbiamo ricordi, non perché siamo cinici”. Ma termina chiedendo con tutta la pompa e severità del caso come io possa aspettarmi che le persone che devono prendere gocce d’arsenico dopo colazione per distendere i nervi possano divertirsi a schiantare petardi.[4]

Seriamente, non è sufficiente l’esempio? La razza umana sta diventando meno gioviale. E se chiediamo notizie della razza umana, veniamo indirizzati a un insieme di persone che prendono gocce d’arsenico per distendere i nervi dopo ogni mortale colazione che mangiano. La razza umana prende gocce d’arsenico per distendersi i nervi? L’immagine è alquanto selvaggia e suggestiva. Un’ampissima porzione della razza umana (come nelle nostre grandi città) non ha mai colazioni degne del nome. Sono costretti a tralasciare la colazione, ma speriamo che non tralascino le gocce d’arsenico. E quando usciamo dalla nostra assai sgradevole civiltà, quel rilassamento post-colazione diventa sempre più strano e pittoresco. Il greve contadino del Sussex (e indiscusso rappresentante della razza umana) incespica insonnolito verso la sua colazione, che consiste interamente di birra. Beve prima la birra e poi l’arsenico? O si accontenta dell’arsenico che è già nella birra?[5] Il pastore sulle alture scozzesi non si cura della sua colazione di porridge se non è seguita da una seconda portata di arsenico. Il Re delle Isole dei Cannibali dopo aver mangiato otto Vescovi Coloniali prende un po’ di arsenico, come dice il signor Street, per distendere i nervi.

No: abbandonando i simbolismi, io non penso che la razza umana nell’insieme stia prendendo arsenico dopo colazione. Non penso che la razza umana stia minimamente diventando meno gioviale. Una certa razza di letterati forse sta diventando meno gioviale. Ma nella misura in cui diventano meno gioviali stanno semplicemente diventando meno parte della razza umana. Se c’è una porzione della nostra popolazione che deve prendere arsenico per distendere i nervi, è senz’altro del tutto evidente che una tale porzione sta diventando meno umana. E qualunque altra cosa essa crei – quadri, poesie o opere musicali – non è affatto verosimile che crei una razza. No! L’ultima e più importante lezione di umiltà che noi letterati dell’Europa occidentale dobbiamo imparare è che la razza continuerà ad essere sana anche se noi continuiamo ad essere morbosi. Un tempo era il nostro primo motivo di orgoglio che la nostra saggezza avrebbe salvato il mondo. Adesso è l’ultimo nostro motivo di orgoglio che almeno la nostra follia rovinerà il mondo. Non farà niente del genere. L’umanità sarà così occupata in sempiterno a sparare mortaretti dopo cena che non saprà nemmeno se noi abbiamo preso la nostra medicina dopo colazione.

I petardi sono, in effetti, un simbolo singolarmente perfetto di questa giovialità permanente, di questa festa che va avanti fin dall’inizio del mondo. Perché i petardi, come i falò, sono belli perché c’è in essi un tocco della spaventevole bellezza del fuoco. Sono amati dai bambini e da tutte le persone che sono semplici e disarsenicizzate (che parola gioiosa) perché mettono insieme la promessa del piacere con il debolissimo accenno a catastrofe e terrore. La gloria principale dei petardi non è che contengono motti (non sono ancora vecchio abbastanza da curarmi dei motti), la gloria principale dei petardi non è nemmeno che contengono cappellini colorati o fischietti striduli da far male, benché queste siano cose senza prezzo; la gloria principale dei petardi è che fanno il botto. Un petardo combina le virtù di un gran forziere del tesoro e di una piccola pistola. E anche se si potrebbe dire, e dirlo con verità, che i petardi non sono qualcosa di eterno come i falò, che nel corso del tempo il signor Tom Smith e i suoi collaboratori spariranno come vecchi modelli di cappelli e cappotti, tuttavia anche qui vediamo la verità principale sulla quale ho attirato l’attenzione. Anche qui la commedia dell’umanità è più costante della tragedia dell’umanità. Perché c’è sempre stato un solo tipo di petardo fin da quando ero bambino. E c’è stato ben più che un solo tipo di cannone.

**********

[1] Non ne ho trovato traccia negli articoli dell’Illustrated London News. È possibile che si trovassero nello speciale natalizio che l’ILN pubblicava ogni anno; i numeri speciali però non sono presenti nelle raccolte della Ignatius Press. Nell’edizione normale, l’articolo natalizio di Chesterton nella rubrica settimanale fu “The Neglect of Christmas”, che nell’edizione IP ha la data del 13 gennaio 1906 (perché la IP pubblica l’edizione statunitense, che normalmente era posteriore di due settimane rispetto a quella inglese). In italiano l’articolo è pubblicato sul sito della Società Chestertoniana Italiana col titolo “L’abbandono del Natale”.

[2] [Nota dell’edizione Ignatius Press] Arthur William Symons (1865-1945) fu poeta, traduttore, critico ed editore; furono pubblicati molti volumi dei suoi versi e saggi critici. Nel 1908 soffrì di un crollo nervoso da cui non si riprese mai del tutto. Robert Smythe Hichens (1864-1950) era il critico musicale della rivista The World. Fu anche autore di saggi macabri e romanzi drammatici (spesso ambientati nel deserto). William Archer (1856-1924) fu critico teatrale e giornalista. Era considerato moralista, anticlericale e violentemente nazionalista.

[3] [Nota dell’edizione Ignatius Press] Riferimento a un’area di Londra utilizzata come luogo di esecuzioni capitali, soprattutto i roghi dei martiri protestanti durante il regno della regina Maria.

[4] Gli aggeggi di cui si parla qui (crackers) sono dei giocattoli natalizi, non sono i petardi come li intendiamo noi (firecrackers). Questi giocattoli sono fatti di un tubo di cartone avvolto da una carta colorata chiusa a somiglianza di una grossa caramella. Quando si tirano le estremità della “caramella”, il cilindro si spezza in due con un piccolo schianto (crack, il nome viene da qui). Nel cilindro si trovano piccole sorprese, come cappellini colorati di carta o altro, e bigliettini. Tom Smith, più avanti, è il nome della persona che si pensa abbia inventato questi giocattoli. Siccome a chi ha i nervi deboli un cracker dà fastidio come un firecracker – e siccome, soprattutto, per noi i cracker sono un’altra cosa – non mi è parso utile mantenere il nome.

[5] All’inizio del Novecento, in Inghilterra ci furono molti casi di avvelenamento accidentale da arsenico e si scoprì che il veleno proveniva dalla birra, come risultato di un’adulterazione del malto utilizzato per produrre birra su larga scala. Tale adulterazione era legale, per abbassare i costi, e ovviamente non era previsto che desse luogo ad avvelenamenti ma era anche una sofisticazione: come sarebbe fare il vino con lo zucchero anziché con l’uva! In Parlamento ci furono tentativi di riformare le leggi relative e tornare alla “birra pura”, cioè quella tradizionale, e all’inizio del 1906 era in discussione alla Camera dei Comuni un Pure Beer Bill. Alla discussione partecipò anche Hilaire Belloc, che era allora deputato liberale per Salford South ed era favorevole al Bill.

 

Questa traduzione appartiene
alla Società Chestertoniana Italiana 

Commenti disabilitati

G.K. Chesterton, Il Natale e l’arte di vendere (1935)

Chesterton online (in italiano)

 

Il Natale e l’arte di vendere

(Christmas and Salesmanship)

Illustrated London News, 28 dicembre 1935

 

Provo un cupo e malinconico piacere nel ricordare agli scribacchini e sgobboni  prezzolati che mi sono compagni nel terribile mestiere del giornalismo che il Natale appena finito dovrebbe continuare per il resto dei dodici giorni. Dovrebbe terminare nella Dodicesima Notte, in occasione della quale Shakespeare in persona ci ha assicurato che dovremmo star lì a fare Quel che ci Pare.[1]

Invece una delle cose più bizzarre riguardo al nostro tempo scombinato è che tutti abbiamo sentito tanto parlare del Natale appena prima che arrivasse e, dopo che è arrivato, all’improvviso non ne sentiamo più dir niente. Il mio mestiere, la tragica gilda che ho già menzionato, è ammaestrato a cominciare a profetizzare il Natale in un qualche momento verso l’inizio dell’autunno; e le profezie in proposito sono come profezie sull’Età dell’Oro e il Giorno del Giudizio combinati insieme. Chiunque scrive di che glorioso Natale avremo. Nessuno, o pressoché nessuno, scrive mai a proposito del Natale che abbiamo appena avuto.

Intendo fare di me stesso un’esasperante eccezione in proposito. Ho intenzione di invocare un più lungo periodo nel quale scoprire che cosa realmente s’intendesse con il Natale; e una più piena riflessione su ciò che abbiamo realmente trovato. C’è un numero infinito di leggende, perfino leggende moderne, su ciò che accade prima di Natale; si tratti della preparazione dell’albero di Natale, che si dice risalga solo ai tempi del marito tedesco della regina Vittoria, o della vasta popolazione di Babbi Natale che oramai affollano i negozi quasi allo stesso ritmo dei clienti. Ma non c’è nessuna leggenda moderna su ciò che avviene subito dopo Natale; a parte una tetra battuta circa l’indigestione e l’arrivo del dottore. E tanto più, allora, sono spinto a inviare a tutti un saluto post-natalizio o, se fossi abbastanza operoso, un biglietto post-natalizio; e in verità c’è una folla pusillanime che se la cava ripiegando sui biglietti per l’Anno Nuovo. Ma vorrei esaminare questo problema degli usi e festeggiamenti del dopo-Natale un po’ più attentamente.

È di certo un segno distintivo di una comunità commerciale che essa faccia pubblicità in tal modo durante l’Avvento. Tutto l’obiettivo di un simile sistema è di consegnare merci. Una volta che siano state consegnate, c’è un silenzio di tomba; quantomeno come assenza di qualunque esplosione di gioia per la creazione di cose nuove; un relativo silenzio circa le stelle del mattino che cantano insieme o le grida dei figli di Dio.[2] In altre parole, una volta consegnati i beni, non è del tutto certo che qualcuno li abbia esaminati e abbia visto che sono buoni.[3] E l’immensa importanza dell’annuncio diffuso ovunque diminuisce la corrispondente importanza dell’apprezzamento. So che nel caso del commercio ci sono a volte delle prove di apprezzamento. So che nobildonne e attrici (spero che questo sia l’ordine corretto di precedenza) scrivono testimonianze del loro piacere nel consumare un qualche tipo di sapone; e che intellettuali di primo piano sono pescati a dichiarare che praticamente sarebbero stati dei mezzi scemi se non fosse stato per qualche particolare allenamento della mente. Ma prendendo i moderni annunci e avvisi pubblicitari e attestazioni nell’insieme, non c’è paragone tra il volume delle promesse e il volume degli apprezzamenti. Tutti conoscono gli annunci, ma pochi potrebbero citare gli apprezzamenti. Questo è tanto più ovvio nel caso del Natale, perché il Natale è tuttora giustamente considerato una festa per i bambini. È forse naturale che dire a un ragazzino che a breve avrà delle caramelle sia più esplicito ed esplicativo del ragazzino stesso quando sta effettivamente mangiando le caramelle; quando è rimpinzato e incollato alla sedia dalle caramelle; e non è dell’umore adatto per simboleggiare la gratitudine altro che con l’ingordigia. Non gli chiederemmo neanche un lirico grido che possa diventare un inno di ringraziamento; tanto meno un brano di prosa perfetta in cui analizzi le sue impressioni. I bambini andrebbero visti e non sentiti.  In altre parole, vengono per comprare caramelle, non per elogiarle. Purché non si producano rumori eccessivi nella masticazione dei dolciumi, dispenseremo la gioventù da qualunque lungo esercizio retorico in forma di rendimento di grazie. E una certa quota di questa sproporzione naturale tra eccitazione dell’attesa e ringraziamento bisogna consentirla a tutti i giovani. La triste agonia che tanti ragazzini devono stare attraversando in questo momento, allo scopo di scrivere tre righe di ringraziamento alla nonna che gli ha dato le caramelle, di per sé non è una riflessione sulle caramelle. La gratitudine, essendo quasi il più grande dei doveri umani, è anche quasi il più difficile. E se persone adulte non pensano praticamente mai ad essere grate per il sole e la luna e i loro stessi corpi e anime, è facile scusare una persona immatura se trova difficile dirti grazie per un sacchetto di dolci. Soltanto, dicevo, una volta fatte tutte queste concessioni, c’è ancora una sproporzione tra le promesse di qualunque festa simbolica tanto grande e lo strano adempimento della promessa. E ciò è connesso con una certa consuetudine commerciale di certe persone che promettono tutto o di tutto, così che le altre persone sviluppano una tendenza a non ringraziarle per niente. C’è una specie di silenzio circa l’assorbimento di molte cose moderne, in confronto alle alte grida che ne hanno annunciato l’arrivo.

Non so fare a meno di sospettare che ci sia, in questo, un problemino riguardo a ciò che è chiamato entusiasticamente l’Arte delle Vendite. Non dico che vendere non possa essere un’arte; non dico neanche che sia diventata troppo artefatta. Tuttavia non sono i suoi nemici ma i suoi amici ad alludere di continuo che essa non significa far comprare alle persone ciò che non vogliono. Una transazione di tal genere spiegherebbe in pieno i gioiosi schiamazzi dei negoziati d’apertura in confronto al silenzio successivo. È un trionfo per il venditore quando fa comprendere al cliente di aver avuto bisogno da tempo di uno spazzolino elettrico o di una matita automatica, dei quali mai prima aveva sentito parlare. Ma non è sempre un trionfo per il cliente quando questi in seguito si mette ad esaminare giustamente e seriamente quelle cose. E a me pare che la nostra civiltà sia in qualche misura andata fuori posto, proprio nel punto esatto di questa congiunzione tra un’offerta accanita e zelante e una domanda piuttosto debole e tentennante. C’è una tale carica di elogio e raccomandazione, da un lato, e una tale mancanza di reazione, sia di elogio sia di protesta, dall’altro, che dubito che il consumatore stia fornendo allo Stato una critica abbastanza costruttiva.

Dopotutto, il fondamento originale di ogni commercio è stato che le idee provenivano dal consumatore; e che questi era ben certo di ciò che voleva consumare. I sogni e le visioni del consumatore erano poi concretizzati e, per così dire, incarnati, nelle arti e nei mestieri che li soddisfacevano. Naturalmente, artisti e artigiani facevano nel dettaglio cose che il consumatore non poteva fare da sé; ma il consumatore faceva qualcosa non nel dettaglio ma nel disegno. In un certo senso, lui era l’architetto e loro i costruttori. Se però l’architetto deve ritrovarsi al riparo di tutt’altro tipo di edificio e sentirsi dire che quello è ciò che veramente voleva senza saperlo, allora non gli si sta dando un alloggio ma un sepolcro.

Il mio unico punto al momento è che, in fin dei conti, egli è ora piuttosto silenzioso nella sua tomba. So che c’è una gran difficoltà a organizzare qualsivoglia espressione da parte di coloro che hanno veramente avuto ciò che gli piaceva; principalmente perché ciò implicherebbe l’allarmante alternativa che si esprimano su ciò che non gli è piaciuto. Suppongo che non ci sia mai stato un annuncio pubblicitario veramente convincente per il sapone Smith o una testimonianza davvero convincente per il tè Tomkinson. Perché l’unica affermazione veramente entusiasmante riguardo al sapone Smith sarebbe che è molto meglio del sapone Brown; e il solo encomio totalmente convincente  del tè Tomkinson sarebbe una testimonianza che dicesse “Che sollievo è stato dopo il sapore assolutamente schifoso del tè Wilkinson”. E questo è vietato da ogni usanza commerciale; e immagino che lo sia perfino dalle leggi vigenti. Non dico neanche per un momento che sarebbe facile ottenere un vero resoconto del ricevimento di cose buone, specialmente quando sono buone davvero; e se il mondo moderno fosse di quell’umore, immagino che ci sarebbe un più lungo periodo di apprezzamento, e forse perfino qualche festività finale di ringraziamento dopo la festività del Natale. I Puritani in America inventarono il Giorno del Ringraziamento per evitare il Giorno di Natale.[4] Sarebbe una vera riconciliazione anglo-americana combinarli insieme; e avere un Giorno del Ringraziamento per il tacchino che abbiamo mangiato a Natale.

… … …  

[1] Il titolo intero della commedia di Shakespeare “la dodicesima notte” è The Twelfth Night, or What You Will, cioè “La Dodicesima Notte, o Quel che Volete Voi”, intendendo che nella storia ciascuno può vedere ciò che gli pare.

[2] Una citazione del libro di Giobbe, capitolo 38, verso 7.

[3] In inglese “buono” si dice good, al singolare e al plurale; “merci” si dice goods, cioè “beni” (che noi usiamo come termine economico o legale o in espressioni particolari come “beni di prima necessità”, ma in genere non usiamo come termine colloquiale).

[4] I Puritani storici, come i Padri Pellegrini che nel 1620 arrivarono in America con la Mayflower, non celebravano il Natale. In Inghilterra lo abolirono come festa nazionale, attraverso il Parlamento, dal 1645 al 1660, ma nel New England, oltre a non celebrarlo, lo misero proprio fuorilegge, dal 1659 fino agli anni Ottanta dello stesso secolo. Anche quando il Natale smise di essere fuorilegge, comunque, i puritani d’America continuarono a non celebrarlo. Per ulteriori informazioni, “When Americans banned Christmas”, The Week, December 20, 2011.

… … … 

Questa traduzione appartiene
alla Società Chestertoniana Italiana 

Commenti disabilitati

G.K. Chesterton, L’elettore e le due voci (1912)

Chesterton online (in italiano)

I grassetti sono miei, così come la traduzione. 

 

L’elettore e le due voci

(The Voter and the Two Voices)

A Miscellany of Men, 1912

 

Il vero male del nostro sistema partitico è di solito espresso nella maniera sbagliata. Fu espresso nella maniera sbagliata da lord Rosebery quando disse che esso impediva agli uomini migliori di dedicarsi alla politica e che incoraggiava uno scontro fanatico. Dubito che gli uomini migliori si dedicherebbero mai alla politica. Gli uomini migliori si dedicano a maiali e bambini e cose del genere. E quanto allo scontro fanatico nella politica dei partiti, vorrei tanto che ce ne fosse di più. Il vero pericolo dei due partiti con le loro due politiche è che essi limitano indebitamente la prospettiva del cittadino comune. Lo rendono sterile anziché creativo, perché non gli è mai consentito di far niente altro che scegliere tra l’una e l’altra di due politiche già esistenti. Non abbiamo vera democrazia quando la decisione dipende dal popolo. Avremo vera democrazia quando il problema dipenderà dal popolo. L’uomo comune deciderà non soltanto come votare, ma anche su che cosa votare.

È questo che comporta una certa debolezza in molte attuali aspirazioni ad estendere il suffragio; voglio dire che, a parte ogni questione di giustizia astratta, non è la piccolezza o l’ampiezza del suffragio ad essere oggi la difficoltà della democrazia. Non è la quantità di elettori, ma la qualità di ciò su cui votano. Una certa alternativa viene messa loro davanti dai potenti casati e dalla classe politica superiore. Due strade si aprono per loro; ma devono imboccare o l’una o l’altra. Non possono avere quello che preferiscono, ma solo scegliere tra quello che c’è.

Per seguire il processo nella pratica, possiamo porlo come segue. Se è permesso giudicare in base alla frequenza con cui suonano alla sua porta, le Suffragette vogliono far qualcosa al signor Asquith.[1] Non ho idea di che cosa. Diciamo, per la nostra discussione, che vogliano pitturarlo di verde. Supporremo che sia per quel semplice motivo che esse cercano continuamente d’incontrarlo in privato; sembra adeguato quanto qualunque altro scopo che io possa immaginare per un simile incontro. Ora, è possibile che il governo del momento possa dedicarsi a una concreta politica di tinteggiatura in verde del signor Asquith; che possa dare a tale riforma un posto di rilievo nel programma di governo. Allora il partito d’opposizione adotterebbe un’altra politica: non una che lasci in pace il signor Asquith (questo sarebbe considerato pericolosamente rivoluzionario) ma una linea d’azione alternativa, come per esempio tinteggiarlo di rosso. Dopodiché entrambe le parti si fionderebbero sulla gente, entrambe griderebbero di appellarsi ora al Cesare della Democrazia. Un’aria cupa e drammatica di conflitto e di vera crisi spirerebbe da ambo le parti; volerebbero frecce di satira e balenerebbero spade d’eloquenza. I Verdi direbbero che Socialisti e liberi-amatori vorrebbero per forza dipingere il signor Asquith di rosso; vorrebbero dipingerci tutto il paese, di rosso. I Socialisti replicherebbero indignati che il socialismo è il contrario del disordine e che essi vogliono dipingere il signor Asquith di rosso solo perché così ricorderebbe le rosse cassette postali tanto emblematiche del controllo statale. I Verdi negherebbero con passione l’accusa che tanto spesso è rivolta loro dai Rossi; negherebbero di desiderare che il signor Asquith sia verde per rendersi invisibile sulle panche verdi della Camera dei Comuni, al modo che certi animali prendono il colore dell’ambiente circostante quando sono spaventati. Ci sarebbero scaramucce per strada, forse, e abbondanza di nastri, bandiere e spillette, per entrambi i colori. Una folla canterebbe “Keep the Red Flag Flying” e l’altra “The Wearing of the Green”.[2] Ma una volta fatto l’ultimo sforzo e giunto il momento finale, quando le due folle stessero aspettando nell’oscurità fuori dall’edificio pubblico per sentir proclamare l’esito del voto, allora entrambe le parti allo stesso modo direbbero che adesso è a favore della democrazia fare esattamente ciò che si è scelto di fare. Che l’Inghilterra stessa, alzando la testa in tremenda solitudine e libertà, deve parlare e pronunciare il giudizio.

Eppure questo potrebbe non essere perfettamente vero. L’Inghilterra stessa, alzando la testa in tremenda solitudine e libertà, potrebbe in realtà desiderare che il signor Asquith fosse tinto di celeste. La democrazia d’Inghilterra in astratto, se le fosse stato consentito di costruirsi una linea di condotta politica, avrebbe potuto desiderare che fosse nero a pallini rosa. Avrebbe addirittura potuto apprezzarlo così com’è. Ma un poderoso apparato di ricchezza, potere e roba stampata ha reso loro impossibile nella pratica avanzare queste altre proposte, anche se le avessero preferite davvero. Nessun candidato si presenterà nell’interesse dei pallini; perché i candidati comunemente devono tirar fuori il denaro o dalle proprie tasche o da quelle del partito; e in simili circoli i pallini non si portano. Nessun uomo nella posizione sociale di un ministro del governo, forse, si dedicherà alla teoria del signor Asquith celeste; pertanto essa non può essere una misura del governo, pertanto non può passare. Quasi tutti i grandi quotidiani, insieme pomposi e frivoli, dogmaticamente dichiareranno giorno dopo giorno, finché uno quasi ci crederà, che il rosso e il verde sono i soli due colori della tavolozza. L’Observer dirà:  “Nessuno che conosca la solida struttura della politica o gli enfatici principii primi di un popolo imperiale può supporre per un momento che possa esistere un qualsivoglia compromesso raggiungibile in questa questione; o compiamo il nostro palese destino razziale e coroniamo l’edificio dei secoli con l’augusta figura di un Premier Verde o abbandoniamo il nostro retaggio, infrangiamo la nostra promessa all’Impero, ci gettiamo nell’anarchia estrema e lasciamo che la fiammante demoniaca immagine di un Premier Rosso si libri sul nostro disfacimento e sul nostro destino”. Il Daily Mail direbbe: “Non c’è via di mezzo in questa faccenda: o rosso o verde. Desideriamo vedere ogni inglese onesto con un colore o con l’altro”. Allora qualche burlone della stampa popolare metterebbe in evidenza l’affermazione con un gioco di parole e direbbe che al Daily Mail piace che i suoi lettori siano verdi e che il giornale sia letto.[3] Ma nessuno oserebbe neanche sussurrare che esiste qualcosa come il giallo.

Per gli scopi di pura logica è più comprensibile discutere servendosi di esempi sciocchi che di esempi sensati: questo perché gli esempi sciocchi sono semplici. Ma potrei offrire molti casi seri e concreti del genere di cosa a cui mi riferisco. Durante l’ultimo periodo della guerra boera,[4] entrambi i partiti insistevano costantemente in ogni discorso e opuscolo che l’annessione era inevitabile e che era solo questione di vedere se l’avrebbero fatta i Liberali o i Conservatori. Non era per niente inevitabile; sarebbe stato facilissimo far la pace con i Boeri come le nazioni cristiane fanno comunemente la pace con i nemici che hanno sottomesso. Personalmente ritengo che per noi sarebbe stato meglio nel senso più egoistico, meglio per le nostre tasche e per il nostro prestigio, se non avessimo effettuato l’annessione; ma è questione di opinioni. Quel che è chiaro è che non era inevitabile; non era, come si disse, l’unica strada possibile; c’era una quantità di altre strade; c’era una quantità di altri colori sulla tavolozza. Ancora, nella discussione riguardo al socialismo, viene pian piano fatta entrare nell’opinione pubblica l’idea che dobbiamo scegliere tra il socialismo e una qualche cosa orribile che essi chiamano individualismo. Non so che significhi, ma sembra significare che chiunque tiri fuori una prugna dal budino debba adottare la filosofia morale del giovane Horner [5] e dire quant’è un bravo ragazzo per essersi servito.

Viene tranquillamente dato per certo che i soli due tipi di società possibili sono un tipo di società collettivista e la società attuale che esiste in questo momento e che è piuttosto simile a un vivace mucchio di letame. È del tutto superfluo dire che io preferirei il socialismo all’attuale stato di cose. Che preferirei l’anarchia all’attuale stato di cose. Ma semplicemente non è un dato di fatto che il collettivismo sia il solo altro modello possibile per un ordine più equo. Un collettivista ha tutto il diritto di ritenerlo l’unico modello sano; ma non è l’unico modello plausibile o possibile. Potremmo avere la proprietà contadina; potremmo avere il compromesso di Henry George; potremmo avere un gran numero di piccolissimi comuni; potremmo avere la cooperazione; potremmo avere il comunismo anarchico; potremmo avere cento cose. Non sto dicendo che qualcuna tra queste sia giusta, anche se non riesco a immaginare come una qualunque possa essere peggiore dell’attuale manicomio sociale, coi suoi ricchi straricchi e i suoi poveri torturati; ma dico che è una prova dell’alternativa ristretta e inamidata offerta alla coscienza civica il fatto che la coscienza civica non è, generalmente, consapevole di queste altre possibilità. La coscienza civica non è libera o vigile abbastanza per sentire di avere il mondo intero davanti a sé. Ci sono almeno dieci soluzioni al problema dell’educazione, e nessuno sa che cosa gli inglesi vogliano davvero. Perché agli inglesi è consentito soltanto votare sulle due che al momento sono offerte dal capo del governo e dal capo dell’opposizione. Ci sono dieci soluzioni al problema dell’alcolismo; e nessuno sa quale la democrazia voglia; perché alla democrazia è consentito solo litigare su un Licensing Bill[6] alla volta.

Così la situazione è a questo punto: la democrazia ha il diritto di rispondere alle domande, ma non ha il diritto di farne. È ancora l’aristocrazia politica a fare le domande. E non saremo irragionevolmente cinici se supponiamo che l’aristocrazia politica starà sempre ben attenta a quali domande fare. E se il pericoloso confortevole autoincensamento dell’Inghilterra moderna continuerà ancora un po’, ci sarà meno valore democratico in un’elezione inglese che nei saturnali degli schiavi dell’antica Roma. Perché la classe al potere sceglierà due linee di azione, entrambe prive di pericoli per sé, e poi darà alla democrazia la soddisfazione di scegliere una linea o l’altra. Il signore prenderà due cose talmente simili che sarebbe indifferente scegliere l’una o l’altra; e poi come grande burla consentirà agli schiavi di scegliere.

… … …

[1] Herbert Henry Asquith, liberale, Primo Ministro dal 1908 al 1916 e un oppositore del suffragio femminile per quasi tutta la sua carriera politica.

[2] Rispettivamente, l’inno del partito laburista e  una ballata sulla repressione della ribellione irlandese del 1798, molto famosa in tutto il diciannovesimo secolo. Il primo avrei potuto tradurlo con “Bandiera Rossa” (anche se non è la stessa canzone che conosciamo noi) ma per la seconda non avevo in mente niente, così ho preferito lasciarli come sono.

[3] Il gioco di parole è (solo in inglese) tra red, rosso, e read, participio passato del verbo to read, leggere, che si pronunciano allo stesso modo.

[4] La seconda guerra boera (1899-1902), alla quale Chesterton si oppose insieme a pochi altri giornalisti e intellettuali.

[5] Protagonista di una canzoncina per bambini: Little Jack Horner / Sat in the corner, / Eating a Christmas pie; / He put in his thumb, / And pulled out a plum, / And said “What a good boy am I”! (Il piccolo Jack Horner / sedeva in un cantuccio / mangiando una tortina di Natale; / c’infilò un pollice / e pescò una prugna / e disse: “Che bravo ragazzo che sono!”).

[6] Un’allusione al progetto di legge sulle licenze per la vendita di alcolici (Licensing Bill) che proprio H.H. Asquith aveva presentato al parlamento nel 1908. Il progetto di legge fu respinto dalla Camera dei Lord.

… … … 

Questa traduzione appartiene
alla Società Chestertoniana Italiana 

Commenti disabilitati

G.K. Chesterton, L’abbandono del Natale

Per cominciare l’Avvento ricordandosi come mai certe cose sono come sono. 

  

G.K. Chesterton

L’abbandono del Natale

The Illustrated London News, 13 gennaio 1906

(data dell’edizione americana, che normalmente appariva due settimane dopo quella inglese)

 

Tutto ciò che è veramente degno di essere amato può essere odiato; e senza dubbio esistono persone che odiano il Natale. Non è difficile suddividerli a grandi linee secondo il motivo che hanno per far così. Ci sono, per esempio, quelli che odiano ciò che chiamano cattivo gusto e che in effetti è l’umanità.  Ci sono quelli che odiano fare i buffoni, preferendo recitare lo stesso ruolo con uno spirito di maggior serietà. Ci sono quelli che non possono star seduti per la durata di un pasto perché hanno quell’assurdo nervosismo americano che l’autore biblico profetizzò quando scrisse (prefigurandosi la vita del ricco yankee): «Non c’è pace per i malvagi». Ci sono quelli che hanno obiezioni contro gli Waits;[1] e non so davvero immaginare perché. Ci sono quelli che odiano il cristianesimo e chiamano questo loro odio un amore onnicomprensivo per tutte le religioni. Ci sono quelli (altrettanto non-cristiani nel loro sentimento di base) che odiano il paganesimo. Essi si rammaricano della qualità pagana della grande festività cristiana; il che semplicemente equivale a rammaricarsi del fatto che il cristianesimo abbia risposto ai preesistenti desideri del genere umano. Ci sono alcuni che non possono o non vogliono mangiare tacchino e salsicce. Ovviamente, se ciò è solo parte di una privata necessità fisiologica, essa può comunque lasciare l’animo in una sana disposizione natalizia. Se invece è parte di una filosofia, allora è parte di una filosofia con cui non sono d’accordo. Io mi attengo a una posizione teorica semplice rispetto al vegetariano e all’astemio: posso rispettare la cosa come regime dietetico, ma non come religione. Finché l’uomo di astiene per bassi motivi posso simpatizzare con lui di cuore. È quando si astiene per nobili motivi che lo considero un eretico.

Ci sono dunque queste persone che detestano il Natale e senza dubbio sono molto numerose.  Ma se anche fossero la maggioranza, sono comunque sostanzialmente matte. Sicuramente il Natale dev’essere delizioso per l’uomo normale; a patto di riuscire a trovarlo. Non devo certo sottolineare per i lettori di questo giornale un fatto filosofico così alfabetico come il fatto che “normale” non significa semplicemente “comune”. Se ci fossero solo quattro uomini al mondo, se uno avesse il naso rotto, un altro avesse perduto un occhio, se il terzo avesse la testa pelata e il quarto una gamba di legno, tutto ciò non cambierebbe minimamente il fatto che l’uomo normale, dal quale in un modo o nell’altro ciascuno di loro si discosta, è un uomo con due occhi, due gambe, capelli naturali e il naso integro. È lo stesso per la normalità mentale o morale. Se mettessimo intorno a un tavolo quattro dei più osannati filosofi d’Europa, troveremmo senz’altro che ognuno di loro ha la sua piccola anormalità. Non dico che il filosofo moderno abbia il naso rotto; benché, se ci fosse un po’ di spirito e di coraggio nel popolino moderno, ne otterrebbe uno abbastanza alla svelta. Diciamo che ha una lussazione mentale, che è rotto il suo naso spirituale, e che una simile critica si può muovere a ciascuno degli altri tre. Uno di loro (diciamo) potrebbe avere una costituzione tale da non poter vedere della carta assorbente senza scoppiare in lacrime. Il secondo (il Profeta della Volontà di Potenza) avrebbe per costituzione una gran paura dei conigli. Un terzo sarebbe in attesa continua di una scimmia a nove teste. Il quarto starebbe aspettando il Superuomo. Ma proprio perché queste loro follie sono differenti esse lasciano intatta l’idea della sanità fondamentale da cui tutti loro si discostano. L’uomo che è folle circa la carta assorbente è sano riguardo ai conigli. L’uomo che crede in una scimmia a nove teste non è così pazzo da credere nel Superuomo. Se anche non ci fossero al mondo altri uomini che questi quattro, ancora esisterebbe come idea l’Uomo Normale di cui ognuno di essi è una variazione o piuttosto una violazione. Ma io sono piuttosto incline a pensare che l’Uomo Normale esista davvero in senso fisico e localizzabile. Nascosto in una qualche bizzarra soffitta per sfuggire alla furia del popolaccio (le cui facce avvampate riempiono la strada sottostante come un mare), barricato contro la follia della mera maggioranza degli uomini, da qualche parte vive l’uomo il cui nome  è Uomo. Dovunque egli sia, è del tutto sé stesso e l’equilibrio della sua mente è una musica. E dovunque egli sia, sta mangiando plum-pudding.

Camminando per le vie, riconosco di poter comprendere che una persona sensata si senta un po’ annoiata, o perlomeno un po’ sconcertata, dalle manifestazioni esteriori del Natale: le vetrine dei negozi zeppe di fasci e fasci di cartoline natalizie inappropriate o di giocattoli per bambini che solo dei folli potrebbero realizzare e solo dei milionari comperare. Un tizio, scrivendo contro il Natale, si è spinto fino a dire che i negozianti sostengono il giorno di Natale solo per i loro scopi commerciali. Non sono sicuro se abbia anche detto che sono stati i negozianti a inventare il giorno di Natale. Forse pensava che i negozianti abbiano inventato il cristianesimo. È un’immagine curiosa, il concilio segreto tra il venditore di formaggi, il pollivendolo e il negoziante di giocattoli allo scopo di delineare una teologia che convertisse l’Europa intera e vendere così i loro prodotti. Gli oppositori del cristianesimo crederebbero a qualunque cosa tranne che al cristianesimo. Che i commercianti abbiano ideato il Natale è concepibile più o meno quanto l’idea che i pasticcieri abbiano  ideato i bambini. È tanto sensato quanto dire che le modiste hanno inventato le donne. E tuttavia, come ho detto, posso capire che uno trovi le comuni manifestazioni del Natale incomprensibili o fastidiose. Specialmente le cartoline natalizie  a volte raggiungono il più piatto e trito livello di grossolanità o convenzionalità. Ma questo succede soltanto perché lasciamo il simbolismo del Natale così tanto nelle mani automatiche di gente prezzolata. Non è perché ci sentiamo troppo natalizi, ma perché non ci sentiamo natalizi abbastanza. Tutte queste spassose celebrazioni umane sono, sotto questo profilo, nella medesima posizione: finché sono godute, sono godibili; è solo quando vengono sottoposte a critiche grette che diventano prosaiche e irritanti. Ciò che le rende una seccatura generale non è la credenza popolare in esse, è una popolare non-credenza in esse.  Gli avversari del rito lo attaccano sostenendo che è diventato esteriore e vuoto. Ed è così. Ma un rito diventa esteriore e vuoto solo quando gli uomini non sono abbastanza rituali.

Per esempio, possiamo osservare con reverenza una sfilza di cartoline natalizie e scoprire che esse si basano principalmente su giochi di parole straordinariamente tortuosi e sgraziati; giochi di parole che nessun buffone plausibilmente umano potrebbe aver generato in maniera giocosa o come battute di spirito. Una, diciamo, farà bella mostra della semplice e inconfondibile immagine di un cappello. Annessa a questo sarà la brillante legenda “Wishing t(hat) you may have a happy Christmas”. La parola hat – lo dico per tema che l’ironia, di primo acchito, sia troppo sottile – è contenuta nella parola that e isolata da essa tramite parentesi.[2] O magari vedremo qualche altro simbolo. Potremmo vedere, diciamo, una realistica immagine di cravatta o foulard con la spiegazione che l’ideatore vi augura un Anno Nuovo in-tie-ramente felice.[3] Ebbene, ciò che voglio sottolineare riguardo a questo tipo di battute di spirito non è che siano battute fiacche ma che psicologicamente e per loro natura non sono battute affatto. Nessuno pensa che siano battute di spirito. Il tizio che le ha realizzate non è scoppiato a ridere; e questa è una prova. Niente è più penoso (non c’è nemmeno bisogno di dirlo) della trita obiezione verso colui che ride delle proprie battute. Se uno non può ridere delle battute proprie, dovrebbe ridere per le battute di chi? Un architetto non può pregare nella sua cattedrale? Non può (se è un artista degno di questo nome) essere intimorito dalla sua cattedrale?  Ma, come dicevo, questi giochi di parole da cartolina non sono battute; non è che sono battute fiacche. Nessun uomo mai venne alla luce, nessun uomo, per quanto rozzo, smodato, volgare, mezzo scemo, parzialmente folle, nessun uomo è mai esistito che abbia provato a trasformare la parola that nella parola hat come una spiritosaggine da conversazione. Non c’è niente di vivace, niente di allegro in una facezia del genere; è piuttosto un tetro sforzo di sottigliezza intellettuale. Le persone contente fanno battute fiacche ma non una battuta così. Nessuno lo direbbe per quanto contento fosse. Nessuno lo direbbe per quanto sbronzo fosse. Non proviene, e non può provenire, dai sinceri festaioli del Natale, per quanto ignoranti o sciocchi o insensibili possano essere. È fin troppo evidente che proviene dalla mente meccanica di persone la cui sola occupazione è aggiungere insopportabili scherzi a immagini senza senso. In breve, la leggerezza non proviene da persone leggere. Non viene da quelli a cui è concesso un giorno di vacanza. Troppo smaccatamente viene da quelli a cui non è concesso un giorno di vacanza. Viene da quei laboriosi disgraziati per i quali Natale non è Natale. Non è un prodotto dell’osservanza dello spirito natalizio, ma un prodotto della sua inosservanza.

Riguardo a chi senz’altro afferma, chiaro e tondo, che la scemenza o la pesantezza di simili battute prive di sentimento e d’intelligenza è solo un esempio della stupidità e ignoranza della gente comune, non saprei che cosa dir loro se non raccomandare che si tolgano l’ovatta dalle orecchie. Chiunque possa davvero credere che le classi inferiori siano stupide quando si tratta di umorismo non deve aver mai visto un omnibus, tanto meno esserci salito. Chiunque possa parlare di “educare” il senso dell’umorismo dei poveri dev’essere una di quelle rare persone così risolute (o così munifiche) da non aver mai avuto un alterco con un vetturino. L’arguzia delle classi lavoratrici non solo è incommensurabilmente superiore agli scherzi indigeribili delle cartoline natalizie; è molto superiore, come letteratura, all’arguzia delle classi colte. Se dunque qualcuno mi dice che “wishing you an en-tie-erly happy Christmas” viene messo sulle cartoline perché è il solo tipo di divertimento che la gente ordinaria sa comprendere, mi dice qualcosa che semplicemente io so essere falso. Tanto varrebbe che mi dicesse che la cravatta viene messa nell’immagine  perché è la sola cosa che indossano. No: la vera ragione di questa stupidità di Natale sta, come ho detto, nell’abbandono del Natale. Se la gente ordinaria producesse le sue proprie battute per divertirsi, sarebbero delle buone battute. Siccome sono fatte da gente pagata per compiacere la gente ordinaria, sono fiacche. Spesso è un errore rivolgersi agli specialisti; ma è sempre un errore rivolgersi a loro per il buonumore.

La verità, penso, in questa e in altre faccende è che la vita pubblica è effettivamente più stupida della vita privata. Il paese è pieno zeppo di circoli di dibattito in cui il livello dei discorsi è molto più brillante e stimolante che nella Camera dei Comuni. In ogni strada ci sono perlomeno due o tre persone che raccontano ai bambini fiabe improvvisate assai migliori della melma di imitazioni sentimentali che riempie così tante riviste. E la grande celebrazione pubblica del Natale, come appare nelle battute, nei canti e nelle immagini, è di gran lunga inferiore a quel che sta accadendo dietro alla più vicina porta d’ingresso.

_________________________

[1] Gli Waits di cui parla Chesterton erano gruppi amatoriali che nei giorni di Natale andavano in giro cantando carols.

[2] In inglese hat significa cappello.

[3] Cravatta in inglese è tie. In inglese la parola usata è en-tie-erly, che si legge come entirely, interamente, completamente.

 

Commenti disabilitati

G.K. Chesterton, L’Osteria Volante, capitolo I

Persone diverse traducono in maniera diversa; e tanto più a settant’anni e passa di distanza. Ho tradotto il primo capitolo del romanzo The Flying Inn (L’osteria Volante) di GKC perché si potesse vedere, volendo, la differenza con le versioni precedenti, in particolare quella di Gian Dàuli.

 

Gilbert Keith Chesterton

L’Osteria Volante

(The Flying Inn, Penguin edition, 1958)

 

Capitolo I.
Una predica sulle osterie

 

Il mare era di un pallido verdegrigio e il pomeriggio era già sfiorato dal tocco incantato della sera mentre una giovane donna dai capelli scuri, vestita di un abito increspato color rame del genere artistico, passeggiava piuttosto svogliata sul lungomare di Pebblewick-on-Sea, trascinandosi dietro un parasole e guardando lontano verso l’orizzonte.  Aveva una ragione per guardare istintivamente verso l’orizzonte del mare, una ragione che molte giovani donne hanno avuto nella storia del mondo. Ma non c’erano vele in vista.

Sulla spiaggia sotto il lungomare c’era una distesa di piccoli assembramenti intorno ai vari oratori della spiaggia, che fossero negri o socialisti o ecclesiastici o pagliacci. Qui c’era un tizio che faceva non si sa bene cosa con delle scatole di carta; e i villeggianti restavano a osservarlo per ore nella speranza di scoprire prima o poi che cosa ci facesse. Poco distante c’era un tale in cappello a cilindro con una Bibbia colossale e una moglie minuscola, che gli stava vicino in silenzio mentre lui agitando il pugno chiuso combatteva l’eresia del sublapsarismo milniano[1] così diffusa nelle stazioni termali alla moda. Non era facile seguirlo, tanto era su di giri; ma ogni tanto rispuntavano le parole “i nostri amici sublapsarii” insieme a una sorta di sogghigno stridulo. Accanto c’era un giovanotto che parlava di non si sa che (e lui lo sapeva meno di tutti) ma che evidentemente puntava, per conquistare il favore del pubblico, soprattutto sull’anello di carote che gli circondava il cappello. Aveva davanti a sé più denaro di tutti gli altri. Poi c’erano i negri. E dopo, un servizio religioso per bambini tenuto da un uomo col collo lungo che batteva il tempo con una paletta di legno. Ancora più avanti c’era un ateo, rabbioso da non credere, che ogni tanto puntava il dito contro la funzione per bambini e parlava delle cose più belle della Natura che venivano corrotte tramite i segreti dell’Inquisizione Spagnola – ad opera dell’uomo con la paletta, naturalmente. L’ateo (che indossava una coccarda rossa) era assai sprezzante anche verso il proprio pubblico. “Ipocriti!”, diceva; e quelli gli gettavano soldi. “Gonzi e codardi!” e loro gli buttavano ancor più soldi. Ma tra l’ateo e la funzione dei bambini c’era un omino d’aspetto gufesco con un fez rosso, che agitava blandamente un grande ombrello informe di tela verde. Il suo viso era bruno e rugoso come una noce, il naso era del tipo che associamo alla Giudea, la barba invece era quella specie di cuneo nero che associamo alla Persia. La giovane donna non l’aveva mai visto prima; era un esemplare nuovo nel ormai familiare museo di svitati e ciarlatani. La giovane era una di quelle persone in cui un vero senso dell’umorismo sempre viene a cozzo con una certa tendenza del temperamento alla noia o malinconia; indugiò un momento, e si chinò sulla ringhiera per ascoltare.

Leggi il seguito di questo post »

Commenti disabilitati

Jane Austen, Love and Freindship

Il titolo va scritto proprio così ed è una commedia veramente divertente.

Oggi la JASIT ha pubblicato l’articolo che avevo annunciato nel post del 18 luglio, dove però non avevo parlato di questo particolare testo. Anche perché già ne parla GKC, che bisogno c’era di me?

E non c’è bisogno nemmeno adesso, perché è uscita l’edizione italiana a stampa delle opere giovanili di Jane Austen, tra cui anche questa. Ecco l’articolo relativo. 

L’articolo di GKC che ho tradotto era proprio l’introduzione a una prima edizione americana degli Juvenilia, cioè le opere giovanili della scrittrice.

In italiano non si usa (o non si usa più? ma neanche il Tommaseo-Bellini lo riporta) juvenilia, anche se è una parola così bellina e chiara. Siccome sono “opere”, si sarebbe tentati – io lo sono senz’altro – di considerare femminile il termine; ma è un neutro plurale e in questi casi mi pare che si debba usare l’articolo maschile.

La lingua inglese impiega vari termini latini che invece l’italiano non ha usato mai. Ricordo ancora la sorpresa di trovare impromptu orchestra (aggettivo+sostantivo: “orchestra improvvisata”) nel primo capitolo di The Lord of the Rings! Ma in realtà l’inglese ha più elementi provenienti dal latino di quanti potremmo immaginare. Qualche anno fa c’è stato il solito manipolo di benpensanti che ha proposto di eliminarli (come da noi l’Istat propose di eliminare i numeri romani dalle pubbliche vie), ma credo che non se ne sia fatto nulla.

Commenti disabilitati

18 luglio 1817

Oggi è il secondo centenario della morte di Jane Austen.

Per il bicentenario della mia scrittrice preferita ho tradotto due articoli del mio prediletto G.K. Chesterton. Potrebbe sembrare un abbinamento stravagante ma in realtà GKC era un deciso ammiratore di Jane Austen: spesso la menziona, oltre ad averle dedicato espressamente alcuni articoli. Io finora ne ho incontrati tre.

Uno di questi, “The Evolution of Emma”, è un capitolo di The Uses of Diversity, pubblicato in italiano col titolo La serietà non è una virtù, Lindau 2011 (traduttore ignoto al web e io non ho una copia del libro).

Gli altri due, appunto, li ho tradotti io; uno sarà pubblicato a breve nel sito della JASIT – Jane Austen Society of Italy e l’altro… non so ancora. L’avevo offerto per la pubblicazione a una testata online, così che lo potessero leggere tante persone ma in dieci giorni non ho avuto risposta, quindi a mezzanotte considererò decaduta l’offerta.

Gli articoli sono questi due, inserirò i collegamenti appena saranno disponibili:

G.K. Chesterton, Introduzione a Love and Freindship di Jane Austen, 1922

G.K. Chesterton, “Jane Austen e le elezioni politiche”, Illustrated London News, 1 giugno 1929

Intanto però voglio ricordare la seconda nascita della mia beniamina almeno con qualche riga. Sono troppo poco moderna per commemorare le prime nascite (cioè i compleanni) delle persone morte, ma le seconde nascite continuano a sembrarmi importanti.

Commenti disabilitati

Older Posts »
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: