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… … … Il Papa non ha detto niente sullo ius soli …

Non riesco più a essere né stufa né preoccupata per l’insipienza dei mezzi d’informazione. Ormai ci ho messo una croce. Però, quel che è giusto è giusto.

A sentire i telegiornali, Papa Francesco avrebbe dato il suo avallo allo ius soli cui tanto tengono i nostri “progressisti”, nel messaggio per la prossima Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato.[1] È così? No. Non ha scritto né detto niente del genere. Il messaggio integrale si può leggere qui.

 

Che cosa ha scritto, dunque, sulla cittadinanza?

Nel rispetto del diritto universale ad una nazionalità, questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita. La apolidia in cui talvolta vengono a trovarsi migranti e rifugiati può essere facilmente evitata attraverso «una legislazione sulla cittadinanza conforme ai principi fondamentali del diritto internazionale». 

Dove sarebbe il “sì allo ius soli”?

 

Analizziamo:

* Nel rispetto del diritto universale ad una nazionalità

Si potrà discutere se un tale diritto esista o meno, avendo del tempo da perdere. Se però ammettiamo che esista e ci concentriamo sul resto, possiamo facilmente vedere che il Papa non parla di una particolare nazionalità; dice che ciascuno deve averne una, ma non dice che deve essere quella della nazione in cui nasci (che è ciò che chiamiamo ius soli).

 

* questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita.

In altre parole, appena nasci hai il diritto di sapere chi sei e a quale comunità appartieni, anche dal punto di vista nazionale, e lo devono sapere anche tutti gli altri, perciò devi avere dei documenti. Ma di nuovo non parla di una particolare nazionalità.

A me parrebbe ovvio che prendi la nazionalità dei tuoi genitori, perché è a quella comunità (dalla famiglia alla nazione) che appartieni, non a quella che transitoriamente ti ospita.

Solo che esiste un problema, uno di cui noi comuni cittadini non abbiamo grande sentore: l’apolidia forzata.

 

* La apolidia in cui talvolta vengono a trovarsi migranti e rifugiati

Apolidìa significa non avere alcuna cittadinanza. Per me, fino al film The Terminal, quello di Spielberg del 2004, con Tom Hanks, tratto da una storia vera, gli apolidi si trovavano solo nei vecchi romanzi; bisogna riconoscere che non è proprio un termine o un’esperienza di tutti i giorni. Ed erano volontari o almeno lo sembravano (nei romanzi, dico). Invece la maggior parte degli apolidi non lo sono né lo furono per loro volontà, proprio come Tom Hanks nel film.

Ho scoperto che è una condizione molto diffusa, da molto tempo, e non crea solo disagi amministrativi ma anche psicologici: perché non è affatto bella la sensazione di non appartenere a niente e nessuno, e questo lo so senza bisogno che me lo dicano altri. Un apolide avrebbe disagi e una cattiva qualità della vita (ma forse questo è un argomento da impiegare solo quando si tratta di sopprimere malati) anche se non fosse costretto a vivere per anni in una specie di campo di concentramento, come sono i centri di accoglienza, in Italia e altrove.

Esistono migranti che sono apolidi, o formalmente o per condizioni contingenti, e che dunque non possono dare la propria nazionalità ai loro figli perché non ce l’hanno neanche loro. Per questi casi esiste già in Italia lo ius soli, anche se bisogna riconoscere che è difficile da ottenere. Così, a patto di conoscere questa particolare disposizione di legge, si potrebbe anche pensare che il Papa sia favorevole allo ius soli… ma sarebbe solo favorevole a questo particolare tipo, non a quello “allargato”, quello di cui si discute da mesi, quello a cui vogliono farci pensare i tg.

Tuttavia bisogna ricordare sempre che il Papa non parla solo della o all’Italia. È provinciale voler credere che ogni parola del Romano Pontefice parta e arrivi alla misera politica di casa nostra. Oltre a questo, non è solo il Santo Padre a interessarsi del problema dell’apolidia (e Papa Francesco non è il primo), ma certo quel che dice lui fa più effetto di quel che dice l’UNHCR.

 

* può essere facilmente evitata attraverso «una legislazione sulla cittadinanza conforme ai principi fondamentali del diritto internazionale». 

Le parole tra virgolette sono prese da un documento del 2013. Noi che facevamo nel 2013? Discutevamo dello ius soli? No. Il diritto internazionale obbliga allo ius soli? A naso direi di no, altrimenti non saremmo qui a discuterne. Facciamoci delle domande.

 

Legare le parole del Papa – che sono sempre rivolte a tutti – allo ius soli di cui si discute qui oggi è arbitrario e autoreferenziale, nonché un pochino opportunistico. Ma innanzitutto è falso, perché oggettivamente sta parlando d’altro.

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[1] Notare la distinzione tra i due termini, che non manca mai.

 

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Jane Austen, Love and Freindship

Il titolo va scritto proprio così ed è una commedia veramente divertente.

Oggi la JASIT ha pubblicato l’articolo che avevo annunciato nel post del 18 luglio, dove però non avevo parlato di questo particolare testo. Anche perché già ne parla GKC, che bisogno c’era di me?

E non c’è bisogno nemmeno adesso, perché è uscita l’edizione italiana a stampa delle opere giovanili di Jane Austen, tra cui anche questa. Ecco l’articolo relativo. 

L’articolo di GKC che ho tradotto era proprio l’introduzione a una prima edizione americana degli Juvenilia, cioè le opere giovanili della scrittrice.

In italiano non si usa (o non si usa più? ma neanche il Tommaseo-Bellini lo riporta) juvenilia, anche se è una parola così bellina e chiara. Siccome sono “opere”, si sarebbe tentati – io lo sono senz’altro – di considerare femminile il termine; ma è un neutro plurale e in questi casi mi pare che si debba usare l’articolo maschile.

La lingua inglese impiega vari termini latini che invece l’italiano non ha usato mai. Ricordo ancora la sorpresa di trovare impromptu orchestra (aggettivo+sostantivo: “orchestra improvvisata”) nel primo capitolo di The Lord of the Rings! Ma in realtà l’inglese ha più elementi provenienti dal latino di quanti potremmo immaginare. Qualche anno fa c’è stato il solito manipolo di benpensanti che ha proposto di eliminarli (come da noi l’Istat propose di eliminare i numeri romani dalle pubbliche vie), ma credo che non se ne sia fatto nulla.

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Perché continuo a leggere Chesterton

Ho cominciato a leggere i libri di Chesterton come cominciano quasi tutti qui da noi, vale a dire con i racconti di padre Brown e quelli del Club dei mestieri stravaganti. Facevo l’università e per anni ho continuato a leggere solo le raccolte di padre Brown, senza interessarmi se ci fosse dell’altro.

Qualche anno fa, scopersi che c’era molto altro, tramite un blog che oggi non è più attivo, “OSTERIA VOLANTE: contro il logorio della vita (post)moderna”. A causa di quello lessi appunto il romanzo L’Osteria Volante e poi Le avventure di un uomo vivo, traduzione di Emilio Cecchi, che è anch’esso un romanzo ed è l’unico libro tra i mille che ho letto ad avermi fatto venire le lacrime per il fatto che qualcuno l’avesse scritto – per dire la potenza con cui mi ha colpito.

Da quel blog arrivai anche al blog della Società Chestertoniana Italiana, che si chiama “G. K. Chesterton – Il blog dell’Uomo Vivo” (si può capire che ‘sto uomo vivo è qualcosa d’importante) e lì rimasi particolarmente intrigata dalla Scuola Libera Chesterton e dalla filosofia economica detta “distributismo”.

Così ho continuato a frequentare Chesterton, passando dalla narrativa ai saggi e aggiungendo alla lettura la traduzione. Ho anche conosciuto vari suoi amici, tra cui Hilaire Belloc e i miei consoci della SCI.

Come mai continuo a leggerlo e a tradurlo; o meglio, rispondendo a una domanda espressa (eravamo al XIV Chesterton Day), qual è l’eredità di Chesterton che trattengo, è scritto qua:

L’eredità di Chesterton secondo Umberta Mesina 

 

 

 

 

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A sorpresa?!

Se c’è una cosa che sicuramente la Brexit ha messo in evidenza è l’idiozia sentimentale con cui generalmente si affronta la realtà. Ovviamente l’ha messa in evidenza attraverso le parole usate.

Lasciamo perdere le Borse, che non sono una cosa seria: come diamine fai a fidarti di qualcosa che va in fibrillazione, si esalta o si deprime come una donnetta isterica? Per le Borse l’idiozia sentimentale è la modalità quotidiana, non ci perdo tempo.

Dire però che l’uscita è “a sorpresa”, che è “scioccante” o “inattesa” significa non aver ascoltato nemmeno quei pochi telegiornali che ho ascoltato io e aver voluto credere solo ciò che faceva comodo o che pareva “corretto”.

Dieci giorni fa il Leave era in testa nei sondaggi e poi è andato in testa il Remain per ragioni emotive: quando qualcuno perde la vita per qualcosa, sia pure senza volerlo, l’effetto di trascinamento c’è sempre. Siccome però è un trascinamento basato sulle emozioni, ne consegue che non è affidabile: se il giorno del voto l’emotivo si sveglia con la luna di traverso, a votare non ci va, punto.

Addirittura non è prevedibile neanche l’esito dopo attentati terroristici, che di emozioni ne suscitano senz’altro e che hanno direttamente a che fare con i governi: quelli di Ankara rafforzarono Erdogan ma quelli di Madrid fecero perdere le elezioni al governo uscente, che era sulla via di vincerle; anche se in quel caso credo che abbia avuto gran peso la falsa accusa ai separatisti baschi. Figuriamoci se è prevedibile l’esito in caso di faccende che con i governi direttamente c’entrano poco come questa.

Oltre a questo, è sconcertante sentire come ognuno fomenti le proprie paure, o magari le paure altrui, e argomenti di conseguenza. Lo facevano prima del voto, lo fanno dopo.

Poi ci sono quelli che mettono il carico di zucchero. La nostra epoca è fissata con gli zuccheri, chissà perché. Mi ha colpito molto un giornalista che sta a Londra da vent’anni, con la famiglia, e che ha detto di sentirsi un po’ meno a casa stamattina: mai sentita una cosa tanto stucchevole. Io sono stata capace di non sentirmi a casa perfino a casa mia, però non era certo per motivi di leggi e trattati! Con chi diamine parla, di solito, quello lì?

(Detto questo, il risultato del referendum non è vincolante, è comunque il Parlamento che decide. Vedremo come si comporterà il Paese che si picca d’avere inventato la democrazia rispetto al desiderio della maggioranza assoluta, benché scarna, dei suoi cittadini. Hai visto mai che il dio Quattrino vinca pure stavolta? Perché per chi ha potere è una questione di quattrini, mica di ideali e libertà e vita responsabile.)

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Dionigi: “I peggiori nemici del latino sono i latinisti”

«E sa cosa succede quando si dimentica il significato delle parole?

No.

Si perde di vista la realtà. Non la si conosce più, e si rimane ingannati. Oggi le parole sono state mandate in esilio dai padroni del linguaggio, che non siamo più noi. E non va dimenticato che le rivoluzioni e i colpi di stato si fanno, prima ancora che con le armi, con le parole.

Conoscere le parole aiuta a difendersi.»

Intervista al professor Ivano Dionigi su GrecoLatinoVivo (ripresa da Linkiesta)

Dionigi: “I peggiori nemici del latino sono i latinisti”

 

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Scrivere in tempi bui

Traduzione dell’articolo On Writing in Dark Times di Susannah Black, pubblicato sulla Distributist Review il 12 novembre 2012, poco dopo le elezioni in cui divenne presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

L’articolo non parla di politica, però: parla di perché valga la pena fare qualcosa quando apparentemente quella cosa, qualunque sia, non cambia niente nel modo in cui vanno le cose.

Ovviamente, siccome Susannah Black è una scrittrice, parla di perché valga la pena scrivere (e leggere e cercare di capire). Ma anche del perché valga la pena fare pesche conservate o il giardino o lavorare all’uncinetto – tutte cose che a casa mia, tra l’altro, si fanno da quando esiste. 

(A un certo punto poi cita anche i romanzi di Patrick o’Brian, non potevo non tradurla. L’abbraccerei come una sorella, se capitasse da queste parti.) 

Sarà pubblicato tra qualche tempo anche sulla Distributist Review, ma ho ottenuto il permesso di pubblicarlo qui. 

AGGIORNAMENTO. Qui l’articolo nella Distributist Review

SCRIVERE IN TEMPI BUI

12 novembre 2012

 

In un recentissimo episodio del podcast luterano “Issues, Etc.”, Matt Harrison, intervistando Allan Carson, rifletteva sul significato delle elezioni appena trascorse per i conservatori sociali. Sono certa che siamo stati tutti immersi in questa sorta di pensieri, nell’ultima settimana o giù di lì: Harrison diceva che “anche se non è inevitabile, potremmo aver attraversato una soglia culturale…”.

La maggioranza del popolo americano, ho sentito dire negli ultimi due giorni, a occhi aperti, spassionatamente, sapendo ciò che sceglieva, ha votato in favore della più estremista delle agende sociali antivita e antifamiglia. E per noi è finita, dice la gente: abbiamo perduto la nostra cultura. Ho udito molta disperazione.

Di fronte a una situazione così, che scopo ha scrivere editoriali, scrivere e pubblicare e leggere piccoli saggi sul legame concettuale tra l’aborto e i semi suicidi ogm della Monsanto, per esempio? O sulla possibilità di basare i quartieri pedonali sulla legge naturale?

Questa è la domanda che abbiamo di fronte tutti noi che scriviamo, che facciamo editoriali, che esprimiamo opinioni e disegniamo pagine e le pubblichiamo, che spendiamo il nostro tempo a disporre le frasi in paragrafi o a studiare dove dovrebbe cadere un’interruzione di pagina o quale immagine usare per accompagnare un’idea.

Verso la metà del secolo scorso, Marshall McLuhan coniò il termine “ecologia dei media” per descrivere il fatto che, quando un nuovo mezzo di comunicazione entra in scena, esso cambia la cultura esistente non appena aggiungendosi ad essa ma mutandone la struttura in maniera sostanziale. Una foresta più un lupo è una foresta diversa.

Egli si concentrava sui mezzi di comunicazione – stampa, televisione, radio – e non sulle idee espresse attraverso il mezzo, ma io, mentre mi rigiravo in testa la frase, decisi che la metafora funziona anche per le idee. La conversazione americana senza l’apporto della cultura conservatrice sarebbe una cosa del tutto diversa. Anche solo prendendo parte alla conversazione, anche se le nostre voci non sono forti, anche se ci sentiamo soffocati, noi cambiamo la natura di quella conversazione.

Questo riguarda il versante secolare delle scienze sociali ed è in qualche modo confortante ed è vero. Ma mentre ci pensavo, soppesando la frase “ecologia dei media” in cerca di una metafora che avrebbe cristallizzato la mia idea, mi resi conto che qualcuno l’aveva già trovata; qualcuno aveva creato la metafora giusta duemila anni fa. Il regno dei cieli, ci fece presente Gesù, è come lievito che una donna ha preso e impastato in tre misure di farina, finché sia tutta lievitata.

Allora mi resi conto che la risposta a “Perché scrivere? Perché parlare? Perché leggere? Perché pubblicare?” è che innanzitutto noi non scriviamo e leggiamo e pubblichiamo per “aggiustare” la Città dell’Uomo. Voglio dire, forse le cose in futuro “penderanno dalla nostra parte” e forse le nostre parole avranno avuto qualcosa a che fare con il ripristino del conservatorismo sociale in America. Forse però no.

Ma il fatto è che questo non è mai stato – non avrebbe mai dovuto essere – in nessun modo il nostro principale motivo per scrivere. Perché scrivere, in primo luogo? La risposta è la stessa che bisogna dare a “Perché fare il giardino?”, “Perché far figli?”, “Perché farsi la casa?”. La risposta è: perché siamo chiamati a farlo, siamo chiamati a operare, perché siamo fatti a immagine di un creatore e questo è parte del significato di essere fecondi, avere dominio, essere umanità, risanata in Cristo, come Dio intendeva che fossimo. Quando siamo i migliori esseri umani che riusciamo ad essere, i migliori “operatori”, è allora che facciamo il meglio per la cultura in senso ampio.

Se siamo scrittori, allora scriviamo perché è la nostra parte nel compito umano farlo, scrivere saggi e pubblicarli, così come potremmo fare pesche conservate, lavorare all’uncinetto o installare pannelli solari. Quando siamo in Cristo, e stando in Lui gli offriamo il nostro lavoro, esso dura per l’eternità; penso che diventi parte di quel che troveremo nelle biblioteche e librerie della Nuova Gerusalemme. Non si tratta di “ribaltare l’America”; si tratta di vivere nel Regno adesso, ambasciatori di un’altra città, una luce in un mondo buio. Vivere la vita culturale dell’eternità a partire da adesso.

E dunque lo scoraggiamento a causa delle elezioni è fuori discorso. Non si tratta innanzitutto di attivismo o di politica. Piuttosto, come scrittori e lettori e revisori ed editori e commentatori su Facebook, stiamo operando su due livelli:

  1. Primo, portiamo avanti ciò che Andrew Crouch e Tim Keller, tra molti altri, hanno chiamato il compito culturale ricevuto da Dio. Egli ci ha detto di coltivare, cosa che molti hanno interpretato ampiamente come qualcosa del genere: Andate e fate, prendete i materiali del mondo, combinateli con le vostre idee e il vostro lavoro, create più bellezza e ordine, costruite, fate crescere, scoprite.

Una delle cose che dobbiamo costruire e far crescere (in noi stessi prima che altrove) è una visione vera del mondo, un’accurata Weltanschauung in cui Cristo e noi e lo Stato e i giardini e la storia e i romanzi di Patrick O’Brian e il pane fatto in casa e i vecchi episodi di Rockford Files abbiano ciascuno il suo adeguato posto e significato.

  1. Secondo, stiamo conducendo una campagna per conquistare cuori e menti in territorio nemico, per mostrare alle persone la bellezza di una cultura/economia/società/ sinceramente umanista e perciò che onora Dio, e per motivarle a coinvolgersi con questo. È una specie di diplomazia pubblica per il Regno di Dio, un tentativo che si potrebbe chiamare Radio Terra Libera. E ogni persona che riesce a vedere un po’ di questa bellezza come risultato di un saggio ben scritto rappresenta una grande vittoria. Ogni episodio di godimento del bene ha valore. Niente di tutto questo succederà senza lo Spirito di Dio ma se ci sono state date – come è – menti e parole e il gusto delle idee, siamo responsabili di coltivarle a gloria di Dio, proprio come siamo responsabili di come usiamo i soldi e il tempo.

E il modo di compiere il compito culturale (nell’ambito delle idee concretizzate in scritti o discorsi o dibattiti, in opposizione a quelle concretizzate in giocattoli di legno o cattedrali o cose del genere) e il modo di svolgere la pubblica diplomazia sono praticamente lo stesso, come si può vedere:

Come fare le cose: Edizione del Pubblico Diplomatico

  1. Impara (raccogli il materiale del caso; comincia con il mondo esterno; comincia con quello che è già successo nella storia e con quello di cui di sta dibattendo ora);
  2. Fai qualcosa (scrivi un articolo, organizza una conferenza o una cena, prepara un’antologia);
  3. Mettilo a disposizione (pubblica l’antologia, pubblica l’articolo, invita gente alla cena o alla conferenza e fa’ che si svolga)
  4. Parlane (promuovi un’adeguata vita del prodotto culturale, in cui le persone che se ne potrebbero sentir toccate possano interagire l’una con l’altra, trarne conclusioni e, si spera, sentirsi ispirate a usare il tuo prodotto come materiale per i loro progetti, così il ciclo continua).

Non sto dicendo ovviamente che noi siamo quelli che hanno capito tutto e che dobbiamo solo deporre la nostra saggezza sugli altri. Qualunque cosa vera e buona che abbiamo capito non proviene da noi, ma viene a noi come un dono, tanto per cominciare. E abbiamo tutti ancora moltissimo da imparare. Ma abbiamo, credo, azzannato almeno una particella di verità e abbiamo scoperto che ci ha nutrito.

Così, lo scoraggiamento per la sconfitta elettorale è l’ultima cosa a cui possiamo soccombere adesso. Piuttosto, ora più che mai, mangiamo più verità, restiamo aperti a imparare di più, usiamo la conversazione e l’esplorazione e i saggi e le antologie per rifinire e, se necessario, cambiare le nostre idee e prassi, invitiamo altri alla festa e facciamo tutto con cuori pieni della carità che abbiamo trovato.

Ricordiamo anche altre quattro cose:

  1. Le persone possono essere cristiani agli occhi di Dio anche se non sono d’accordo con noi su… il livello delle tasse o la desiderabilità di un quartiere pedonale o cose del genere;
  2. Condurre le persone a concordare con noi circa le tasse o la piccola proprietà delle aziende non è lo stesso che condurle a Cristo. E non è altrettanto importante;
  3. Assicurarci che abbiamo buone idee non è lo stesso che cercare di riconciliarci con Dio e non è altrettanto importante. La giustificazione attraverso la sola opinione economica non è mai stata argomento di nessuno in nessun momento della storia della Chiesa; e
  4. Scrivere e discutere e così via non è lo stesso di ciò che voi cattolici chiamate “le opere di misericordia corporale”. Non possiamo avere la faccia tosta di scrivere saggi che spieghino alla gente come “sentirsi caldi e sazi” senza, perlomeno qualche volta, decidere di sostenere un’azienda familiare anche se è più costosa o senza offrire del tempo a una mensa per i poveri. E questo promemoria è per me stessa.

E ancora ricordiamo che il Punto Zero del ciclo di produzione culturale accennato prima è pregare. Così questo, nella mia maniera evangelica (perché in effetti sono una furtiva evangelica anglicana tra voi), è ciò con cui vi lascio: il nostro primo compito come lettori e pensatori e scrittori è chiedere a Dio di renderci fecondi, di essere con noi nel nostro operare. Di renderci, veramente, lievito.

 

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Consigli

Ieri, mentre passeggiavo al sole di ottobre, mi venivano in mente gli hobbit nei boschi della Contea e comunque Il Signore degli Anelli è un libro autunnale.

Io: Quale rileggo, italiano o inglese?
Palli: Woof (inglese)

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