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G.K. Chesterton, L’abbandono del Natale

Per cominciare l’Avvento ricordandosi come mai certe cose sono come sono. 

  

G.K. Chesterton

L’abbandono del Natale

The Illustrated London News, 13 gennaio 1906

(data dell’edizione americana, che normalmente appariva due settimane dopo quella inglese)

 

Tutto ciò che è veramente degno di essere amato può essere odiato; e senza dubbio esistono persone che odiano il Natale. Non è difficile suddividerli a grandi linee secondo il motivo che hanno per far così. Ci sono, per esempio, quelli che odiano ciò che chiamano cattivo gusto e che in effetti è l’umanità.  Ci sono quelli che odiano fare i buffoni, preferendo recitare lo stesso ruolo con uno spirito di maggior serietà. Ci sono quelli che non possono star seduti per la durata di un pasto perché hanno quell’assurdo nervosismo americano che l’autore biblico profetizzò quando scrisse (prefigurandosi la vita del ricco yankee): «Non c’è pace per i malvagi». Ci sono quelli che hanno obiezioni contro gli Waits;[1] e non so davvero immaginare perché. Ci sono quelli che odiano il cristianesimo e chiamano questo loro odio un amore onnicomprensivo per tutte le religioni. Ci sono quelli (altrettanto non-cristiani nel loro sentimento di base) che odiano il paganesimo. Essi si rammaricano della qualità pagana della grande festività cristiana; il che semplicemente equivale a rammaricarsi del fatto che il cristianesimo abbia risposto ai preesistenti desideri del genere umano. Ci sono alcuni che non possono o non vogliono mangiare tacchino e salsicce. Ovviamente, se ciò è solo parte di una privata necessità fisiologica, essa può comunque lasciare l’animo in una sana disposizione natalizia. Se invece è parte di una filosofia, allora è parte di una filosofia con cui non sono d’accordo. Io mi attengo a una posizione teorica semplice rispetto al vegetariano e all’astemio: posso rispettare la cosa come regime dietetico, ma non come religione. Finché l’uomo di astiene per bassi motivi posso simpatizzare con lui di cuore. È quando si astiene per nobili motivi che lo considero un eretico.

Ci sono dunque queste persone che detestano il Natale e senza dubbio sono molto numerose.  Ma se anche fossero la maggioranza, sono comunque sostanzialmente matte. Sicuramente il Natale dev’essere delizioso per l’uomo normale; a patto di riuscire a trovarlo. Non devo certo sottolineare per i lettori di questo giornale un fatto filosofico così alfabetico come il fatto che “normale” non significa semplicemente “comune”. Se ci fossero solo quattro uomini al mondo, se uno avesse il naso rotto, un altro avesse perduto un occhio, se il terzo avesse la testa pelata e il quarto una gamba di legno, tutto ciò non cambierebbe minimamente il fatto che l’uomo normale, dal quale in un modo o nell’altro ciascuno di loro si discosta, è un uomo con due occhi, due gambe, capelli naturali e il naso integro. È lo stesso per la normalità mentale o morale. Se mettessimo intorno a un tavolo quattro dei più osannati filosofi d’Europa, troveremmo senz’altro che ognuno di loro ha la sua piccola anormalità. Non dico che il filosofo moderno abbia il naso rotto; benché, se ci fosse un po’ di spirito e di coraggio nel popolino moderno, ne otterrebbe uno abbastanza alla svelta. Diciamo che ha una lussazione mentale, che è rotto il suo naso spirituale, e che una simile critica si può muovere a ciascuno degli altri tre. Uno di loro (diciamo) potrebbe avere una costituzione tale da non poter vedere della carta assorbente senza scoppiare in lacrime. Il secondo (il Profeta della Volontà di Potenza) avrebbe per costituzione una gran paura dei conigli. Un terzo sarebbe in attesa continua di una scimmia a nove teste. Il quarto starebbe aspettando il Superuomo. Ma proprio perché queste loro follie sono differenti esse lasciano intatta l’idea della sanità fondamentale da cui tutti loro si discostano. L’uomo che è folle circa la carta assorbente è sano riguardo ai conigli. L’uomo che crede in una scimmia a nove teste non è così pazzo da credere nel Superuomo. Se anche non ci fossero al mondo altri uomini che questi quattro, ancora esisterebbe come idea l’Uomo Normale di cui ognuno di essi è una variazione o piuttosto una violazione. Ma io sono piuttosto incline a pensare che l’Uomo Normale esista davvero in senso fisico e localizzabile. Nascosto in una qualche bizzarra soffitta per sfuggire alla furia del popolaccio (le cui facce avvampate riempiono la strada sottostante come un mare), barricato contro la follia della mera maggioranza degli uomini, da qualche parte vive l’uomo il cui nome  è Uomo. Dovunque egli sia, è del tutto sé stesso e l’equilibrio della sua mente è una musica. E dovunque egli sia, sta mangiando plum-pudding.

Camminando per le vie, riconosco di poter comprendere che una persona sensata si senta un po’ annoiata, o perlomeno un po’ sconcertata, dalle manifestazioni esteriori del Natale: le vetrine dei negozi zeppe di fasci e fasci di cartoline natalizie inappropriate o di giocattoli per bambini che solo dei folli potrebbero realizzare e solo dei milionari comperare. Un tizio, scrivendo contro il Natale, si è spinto fino a dire che i negozianti sostengono il giorno di Natale solo per i loro scopi commerciali. Non sono sicuro se abbia anche detto che sono stati i negozianti a inventare il giorno di Natale. Forse pensava che i negozianti abbiano inventato il cristianesimo. È un’immagine curiosa, il concilio segreto tra il venditore di formaggi, il pollivendolo e il negoziante di giocattoli allo scopo di delineare una teologia che convertisse l’Europa intera e vendere così i loro prodotti. Gli oppositori del cristianesimo crederebbero a qualunque cosa tranne che al cristianesimo. Che i commercianti abbiano ideato il Natale è concepibile più o meno quanto l’idea che i pasticcieri abbiano  ideato i bambini. È tanto sensato quanto dire che le modiste hanno inventato le donne. E tuttavia, come ho detto, posso capire che uno trovi le comuni manifestazioni del Natale incomprensibili o fastidiose. Specialmente le cartoline natalizie  a volte raggiungono il più piatto e trito livello di grossolanità o convenzionalità. Ma questo succede soltanto perché lasciamo il simbolismo del Natale così tanto nelle mani automatiche di gente prezzolata. Non è perché ci sentiamo troppo natalizi, ma perché non ci sentiamo natalizi abbastanza. Tutte queste spassose celebrazioni umane sono, sotto questo profilo, nella medesima posizione: finché sono godute, sono godibili; è solo quando vengono sottoposte a critiche grette che diventano prosaiche e irritanti. Ciò che le rende una seccatura generale non è la credenza popolare in esse, è una popolare non-credenza in esse.  Gli avversari del rito lo attaccano sostenendo che è diventato esteriore e vuoto. Ed è così. Ma un rito diventa esteriore e vuoto solo quando gli uomini non sono abbastanza rituali.

Per esempio, possiamo osservare con reverenza una sfilza di cartoline natalizie e scoprire che esse si basano principalmente su giochi di parole straordinariamente tortuosi e sgraziati; giochi di parole che nessun buffone plausibilmente umano potrebbe aver generato in maniera giocosa o come battute di spirito. Una, diciamo, farà bella mostra della semplice e inconfondibile immagine di un cappello. Annessa a questo sarà la brillante legenda “Wishing t(hat) you may have a happy Christmas”. La parola hat – lo dico per tema che l’ironia, di primo acchito, sia troppo sottile – è contenuta nella parola that e isolata da essa tramite parentesi.[2] O magari vedremo qualche altro simbolo. Potremmo vedere, diciamo, una realistica immagine di cravatta o foulard con la spiegazione che l’ideatore vi augura un Anno Nuovo in-tie-ramente felice.[3] Ebbene, ciò che voglio sottolineare riguardo a questo tipo di battute di spirito non è che siano battute fiacche ma che psicologicamente e per loro natura non sono battute affatto. Nessuno pensa che siano battute di spirito. Il tizio che le ha realizzate non è scoppiato a ridere; e questa è una prova. Niente è più penoso (non c’è nemmeno bisogno di dirlo) della trita obiezione verso colui che ride delle proprie battute. Se uno non può ridere delle battute proprie, dovrebbe ridere per le battute di chi? Un architetto non può pregare nella sua cattedrale? Non può (se è un artista degno di questo nome) essere intimorito dalla sua cattedrale?  Ma, come dicevo, questi giochi di parole da cartolina non sono battute; non è che sono battute fiacche. Nessun uomo mai venne alla luce, nessun uomo, per quanto rozzo, smodato, volgare, mezzo scemo, parzialmente folle, nessun uomo è mai esistito che abbia provato a trasformare la parola that nella parola hat come una spiritosaggine da conversazione. Non c’è niente di vivace, niente di allegro in una facezia del genere; è piuttosto un tetro sforzo di sottigliezza intellettuale. Le persone contente fanno battute fiacche ma non una battuta così. Nessuno lo direbbe per quanto contento fosse. Nessuno lo direbbe per quanto sbronzo fosse. Non proviene, e non può provenire, dai sinceri festaioli del Natale, per quanto ignoranti o sciocchi o insensibili possano essere. È fin troppo evidente che proviene dalla mente meccanica di persone la cui sola occupazione è aggiungere insopportabili scherzi a immagini senza senso. In breve, la leggerezza non proviene da persone leggere. Non viene da quelli a cui è concesso un giorno di vacanza. Troppo smaccatamente viene da quelli a cui non è concesso un giorno di vacanza. Viene da quei laboriosi disgraziati per i quali Natale non è Natale. Non è un prodotto dell’osservanza dello spirito natalizio, ma un prodotto della sua inosservanza.

Riguardo a chi senz’altro afferma, chiaro e tondo, che la scemenza o la pesantezza di simili battute prive di sentimento e d’intelligenza è solo un esempio della stupidità e ignoranza della gente comune, non saprei che cosa dir loro se non raccomandare che si tolgano l’ovatta dalle orecchie. Chiunque possa davvero credere che le classi inferiori siano stupide quando si tratta di umorismo non deve aver mai visto un omnibus, tanto meno esserci salito. Chiunque possa parlare di “educare” il senso dell’umorismo dei poveri dev’essere una di quelle rare persone così risolute (o così munifiche) da non aver mai avuto un alterco con un vetturino. L’arguzia delle classi lavoratrici non solo è incommensurabilmente superiore agli scherzi indigeribili delle cartoline natalizie; è molto superiore, come letteratura, all’arguzia delle classi colte. Se dunque qualcuno mi dice che “wishing you an en-tie-erly happy Christmas” viene messo sulle cartoline perché è il solo tipo di divertimento che la gente ordinaria sa comprendere, mi dice qualcosa che semplicemente io so essere falso. Tanto varrebbe che mi dicesse che la cravatta viene messa nell’immagine  perché è la sola cosa che indossano. No: la vera ragione di questa stupidità di Natale sta, come ho detto, nell’abbandono del Natale. Se la gente ordinaria producesse le sue proprie battute per divertirsi, sarebbero delle buone battute. Siccome sono fatte da gente pagata per compiacere la gente ordinaria, sono fiacche. Spesso è un errore rivolgersi agli specialisti; ma è sempre un errore rivolgersi a loro per il buonumore.

La verità, penso, in questa e in altre faccende è che la vita pubblica è effettivamente più stupida della vita privata. Il paese è pieno zeppo di circoli di dibattito in cui il livello dei discorsi è molto più brillante e stimolante che nella Camera dei Comuni. In ogni strada ci sono perlomeno due o tre persone che raccontano ai bambini fiabe improvvisate assai migliori della melma di imitazioni sentimentali che riempie così tante riviste. E la grande celebrazione pubblica del Natale, come appare nelle battute, nei canti e nelle immagini, è di gran lunga inferiore a quel che sta accadendo dietro alla più vicina porta d’ingresso.

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[1] Gli Waits di cui parla Chesterton erano gruppi amatoriali che nei giorni di Natale andavano in giro cantando carols.

[2] In inglese hat significa cappello.

[3] Cravatta in inglese è tie. In inglese la parola usata è en-tie-erly, che si legge come entirely, interamente, completamente.

 

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G.K. Chesterton, L’Osteria Volante, capitolo I

Persone diverse traducono in maniera diversa; e tanto più a settant’anni e passa di distanza. Ho tradotto il primo capitolo del romanzo The Flying Inn (L’osteria Volante) di GKC perché si potesse vedere, volendo, la differenza con le versioni precedenti, in particolare quella di Gian Dàuli.

 

Gilbert Keith Chesterton

L’Osteria Volante

(The Flying Inn, Penguin edition, 1958)

 

Capitolo I.
Una predica sulle osterie

 

Il mare era di un pallido verdegrigio e il pomeriggio era già sfiorato dal tocco incantato della sera mentre una giovane donna dai capelli scuri, vestita di un abito increspato color rame del genere artistico, passeggiava piuttosto svogliata sul lungomare di Pebblewick-on-Sea, trascinandosi dietro un parasole e guardando lontano verso l’orizzonte.  Aveva una ragione per guardare istintivamente verso l’orizzonte del mare, una ragione che molte giovani donne hanno avuto nella storia del mondo. Ma non c’erano vele in vista.

Sulla spiaggia sotto il lungomare c’era una distesa di piccoli assembramenti intorno ai vari oratori della spiaggia, che fossero negri o socialisti o ecclesiastici o pagliacci. Qui c’era un tizio che faceva non si sa bene cosa con delle scatole di carta; e i villeggianti restavano a osservarlo per ore nella speranza di scoprire prima o poi che cosa ci facesse. Poco distante c’era un tale in cappello a cilindro con una Bibbia colossale e una moglie minuscola, che gli stava vicino in silenzio mentre lui agitando il pugno chiuso combatteva l’eresia del sublapsarismo milniano[1] così diffusa nelle stazioni termali alla moda. Non era facile seguirlo, tanto era su di giri; ma ogni tanto rispuntavano le parole “i nostri amici sublapsarii” insieme a una sorta di sogghigno stridulo. Accanto c’era un giovanotto che parlava di non si sa che (e lui lo sapeva meno di tutti) ma che evidentemente puntava, per conquistare il favore del pubblico, soprattutto sull’anello di carote che gli circondava il cappello. Aveva davanti a sé più denaro di tutti gli altri. Poi c’erano i negri. E dopo, un servizio religioso per bambini tenuto da un uomo col collo lungo che batteva il tempo con una paletta di legno. Ancora più avanti c’era un ateo, rabbioso da non credere, che ogni tanto puntava il dito contro la funzione per bambini e parlava delle cose più belle della Natura che venivano corrotte tramite i segreti dell’Inquisizione Spagnola – ad opera dell’uomo con la paletta, naturalmente. L’ateo (che indossava una coccarda rossa) era assai sprezzante anche verso il proprio pubblico. “Ipocriti!”, diceva; e quelli gli gettavano soldi. “Gonzi e codardi!” e loro gli buttavano ancor più soldi. Ma tra l’ateo e la funzione dei bambini c’era un omino d’aspetto gufesco con un fez rosso, che agitava blandamente un grande ombrello informe di tela verde. Il suo viso era bruno e rugoso come una noce, il naso era del tipo che associamo alla Giudea, la barba invece era quella specie di cuneo nero che associamo alla Persia. La giovane donna non l’aveva mai visto prima; era un esemplare nuovo nel ormai familiare museo di svitati e ciarlatani. La giovane era una di quelle persone in cui un vero senso dell’umorismo sempre viene a cozzo con una certa tendenza del temperamento alla noia o malinconia; indugiò un momento, e si chinò sulla ringhiera per ascoltare.

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… … … Il Papa non ha detto niente sullo ius soli …

Non riesco più a essere né stufa né preoccupata per l’insipienza dei mezzi d’informazione. Ormai ci ho messo una croce. Però, quel che è giusto è giusto.

A sentire i telegiornali, Papa Francesco avrebbe dato il suo avallo allo ius soli cui tanto tengono i nostri “progressisti”, nel messaggio per la prossima Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato.[1] È così? No. Non ha scritto né detto niente del genere. Il messaggio integrale si può leggere qui.

 

Che cosa ha scritto, dunque, sulla cittadinanza?

Nel rispetto del diritto universale ad una nazionalità, questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita. La apolidia in cui talvolta vengono a trovarsi migranti e rifugiati può essere facilmente evitata attraverso «una legislazione sulla cittadinanza conforme ai principi fondamentali del diritto internazionale». 

Dove sarebbe il “sì allo ius soli”?

 

Analizziamo:

* Nel rispetto del diritto universale ad una nazionalità

Si potrà discutere se un tale diritto esista o meno, avendo del tempo da perdere. Se però ammettiamo che esista e ci concentriamo sul resto, possiamo facilmente vedere che il Papa non parla di una particolare nazionalità; dice che ciascuno deve averne una, ma non dice che deve essere quella della nazione in cui nasci (che è ciò che chiamiamo ius soli).

 

* questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita.

In altre parole, appena nasci hai il diritto di sapere chi sei e a quale comunità appartieni, anche dal punto di vista nazionale, e lo devono sapere anche tutti gli altri, perciò devi avere dei documenti. Ma di nuovo non parla di una particolare nazionalità.

A me parrebbe ovvio che prendi la nazionalità dei tuoi genitori, perché è a quella comunità (dalla famiglia alla nazione) che appartieni, non a quella che transitoriamente ti ospita.

Solo che esiste un problema, uno di cui noi comuni cittadini non abbiamo grande sentore: l’apolidia forzata.

 

* La apolidia in cui talvolta vengono a trovarsi migranti e rifugiati

Apolidìa significa non avere alcuna cittadinanza. Per me, fino al film The Terminal, quello di Spielberg del 2004, con Tom Hanks, tratto da una storia vera, gli apolidi si trovavano solo nei vecchi romanzi; bisogna riconoscere che non è proprio un termine o un’esperienza di tutti i giorni. Ed erano volontari o almeno lo sembravano (nei romanzi, dico). Invece la maggior parte degli apolidi non lo sono né lo furono per loro volontà, proprio come Tom Hanks nel film.

Ho scoperto che è una condizione molto diffusa, da molto tempo, e non crea solo disagi amministrativi ma anche psicologici: perché non è affatto bella la sensazione di non appartenere a niente e nessuno, e questo lo so senza bisogno che me lo dicano altri. Un apolide avrebbe disagi e una cattiva qualità della vita (ma forse questo è un argomento da impiegare solo quando si tratta di sopprimere malati) anche se non fosse costretto a vivere per anni in una specie di campo di concentramento, come sono i centri di accoglienza, in Italia e altrove.

Esistono migranti che sono apolidi, o formalmente o per condizioni contingenti, e che dunque non possono dare la propria nazionalità ai loro figli perché non ce l’hanno neanche loro. Per questi casi esiste già in Italia lo ius soli, anche se bisogna riconoscere che è difficile da ottenere. Così, a patto di conoscere questa particolare disposizione di legge, si potrebbe anche pensare che il Papa sia favorevole allo ius soli… ma sarebbe solo favorevole a questo particolare tipo, non a quello “allargato”, quello di cui si discute da mesi, quello a cui vogliono farci pensare i tg.

Tuttavia bisogna ricordare sempre che il Papa non parla solo della o all’Italia. È provinciale voler credere che ogni parola del Romano Pontefice parta e arrivi alla misera politica di casa nostra. Oltre a questo, non è solo il Santo Padre a interessarsi del problema dell’apolidia (e Papa Francesco non è il primo), ma certo quel che dice lui fa più effetto di quel che dice l’UNHCR.

 

* può essere facilmente evitata attraverso «una legislazione sulla cittadinanza conforme ai principi fondamentali del diritto internazionale». 

Le parole tra virgolette sono prese da un documento del 2013. Noi che facevamo nel 2013? Discutevamo dello ius soli? No. Il diritto internazionale obbliga allo ius soli? A naso direi di no, altrimenti non saremmo qui a discuterne. Facciamoci delle domande.

 

Legare le parole del Papa – che sono sempre rivolte a tutti – allo ius soli di cui si discute qui oggi è arbitrario e autoreferenziale, nonché un pochino opportunistico. Ma innanzitutto è falso, perché oggettivamente sta parlando d’altro.

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[1] Notare la distinzione tra i due termini, che non manca mai.

 

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Jane Austen, Love and Freindship

Il titolo va scritto proprio così ed è una commedia veramente divertente.

Oggi la JASIT ha pubblicato l’articolo che avevo annunciato nel post del 18 luglio, dove però non avevo parlato di questo particolare testo. Anche perché già ne parla GKC, che bisogno c’era di me?

E non c’è bisogno nemmeno adesso, perché è uscita l’edizione italiana a stampa delle opere giovanili di Jane Austen, tra cui anche questa. Ecco l’articolo relativo. 

L’articolo di GKC che ho tradotto era proprio l’introduzione a una prima edizione americana degli Juvenilia, cioè le opere giovanili della scrittrice.

In italiano non si usa (o non si usa più? ma neanche il Tommaseo-Bellini lo riporta) juvenilia, anche se è una parola così bellina e chiara. Siccome sono “opere”, si sarebbe tentati – io lo sono senz’altro – di considerare femminile il termine; ma è un neutro plurale e in questi casi mi pare che si debba usare l’articolo maschile.

La lingua inglese impiega vari termini latini che invece l’italiano non ha usato mai. Ricordo ancora la sorpresa di trovare impromptu orchestra (aggettivo+sostantivo: “orchestra improvvisata”) nel primo capitolo di The Lord of the Rings! Ma in realtà l’inglese ha più elementi provenienti dal latino di quanti potremmo immaginare. Qualche anno fa c’è stato il solito manipolo di benpensanti che ha proposto di eliminarli (come da noi l’Istat propose di eliminare i numeri romani dalle pubbliche vie), ma credo che non se ne sia fatto nulla.

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18 luglio 1817

Oggi è il secondo centenario della morte di Jane Austen.

Per il bicentenario della mia scrittrice preferita ho tradotto due articoli del mio prediletto G.K. Chesterton. Potrebbe sembrare un abbinamento stravagante ma in realtà GKC era un deciso ammiratore di Jane Austen: spesso la menziona, oltre ad averle dedicato espressamente alcuni articoli. Io finora ne ho incontrati tre.

Uno di questi, “The Evolution of Emma”, è un capitolo di The Uses of Diversity, pubblicato in italiano col titolo La serietà non è una virtù, Lindau 2011 (traduttore ignoto al web e io non ho una copia del libro).

Gli altri due, appunto, li ho tradotti io; uno sarà pubblicato a breve nel sito della JASIT – Jane Austen Society of Italy e l’altro… non so ancora. L’avevo offerto per la pubblicazione a una testata online, così che lo potessero leggere tante persone ma in dieci giorni non ho avuto risposta, quindi a mezzanotte considererò decaduta l’offerta.

Gli articoli sono questi due, inserirò i collegamenti appena saranno disponibili:

G.K. Chesterton, Introduzione a Love and Freindship di Jane Austen, 1922

G.K. Chesterton, “Jane Austen e le elezioni politiche”, Illustrated London News, 1 giugno 1929

Intanto però voglio ricordare la seconda nascita della mia beniamina almeno con qualche riga. Sono troppo poco moderna per commemorare le prime nascite (cioè i compleanni) delle persone morte, ma le seconde nascite continuano a sembrarmi importanti.

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La vita è arcigna con chi le mette il muso (E. Mounier, Lettere sul dolore)

Ho trovato la citazione in un blog con la forma che ho messo nel titolo. Poi ho scoperto la fonte: “La vita è arcigna con quelli che tengono il broncio” (E. Mounier, lettera a Madeleine Mounier, 4 novembre 1929, in Lettere sul dolore, BUR)

Ho avuto spesso la medesima idea e impressione: quelli che si lamentano sempre di ogni cosa, che si comportano come se avanzassero chissà che da chissà chi… hanno una vita più infelice di altri.

E non è che si lamentino *perché* hanno una vita infelice, no: certuni si lagnerebbero perfino in un palazzo d’oro, come la vecchia nella favola di Puskin. Hanno una vita infelice proprio perché si lamentano.

Immagino che lamentarsi impedisca alle persone di godere di ciò che hanno, di quello che c’è e di partire da lì per avanzare verso qualcosa di meglio.

Il contrario di Cenerentola, insomma. Lei non si lamentava mai, come fa notare la fiaba. E alla fine diventa una regina non perché un principe arriva e se la porta via, ma perché è lei stessa a muoversi (assecondando un desiderio anche abbastanza comprensibile e umano, per niente fuori dagli schemi), con l’aiuto di un’amica che fa per lei quello che può.

Perché bisogna che sia chiaro: se Cenerentola fosse stata simpatica e garbata come le sue sorellastre, fata madrina o no, col cavolo che sposava il principe!

Capisco come mai GKC dava tanta importanza alle fiabe. Non sono del tutto sicura che un bambino lo capisca al volo, ma casomai ci penserà chi gliele racconta, ad aiutarlo a capire. E poi effettivamente col tempo i bambini capiscono molte cose. Chissà, forse è per questo che amano tanto rivedere i cartoni animati dozzine di volte: per scoprire tutto quel che c’è da scoprire.

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Robert Browning

Quest’anno, la sorpresa di Natale l’ho già ricevuta. (Quella terrena, si capisce.) Non so se me ne arriveranno delle altre ma la più bella è la pubblicazione della mia traduzione di Robert Browning di G.K. Chesterton.

Robert Browning è un poeta inglese dell’epoca vittoriana che qui da noi è quasi ignoto, come la gran parte dei suoi colleghi. Non avrei letto – non tanto presto, almeno – il libro che porta il suo nome se un amico non mi avesse chiesto un parere per decidere se pubblicarlo o no. Gli ho fatto una scheda di lettura e mi sono offerta di tradurlo. Finora però non sapevamo ancora se ce l’avremmo fatta a pubblicarlo.

Ma ce l’abbiamo fatta!

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Robert Browning è uno dei primissimi lavori pubblicati da Chesterton (1903, commissionato nel 1901) ed è un saggio biografico e insieme di critica letteraria. Allo stesso tempo non è nessuna delle due cose esattamente.

Chesterton era un genio nell’entrare in contatto con gli autori, perciò non si tratta solo o tanto di notizie sulla vita di un uomo, come in genere si trova nei saggi biografici, o di dissertazioni sulla poesia di un poeta, come in genere si trova nei saggi di letteratura. È piuttosto il racconto dell’amicizia di un uomo con un altro uomo, il quale capita che sia un poeta e anche che sia morto prima che Gilbert nascesse. Ma simili amicizie sono possibili.

Con questo però non voglio dire che siano elucubrazioni per niente interessanti di uno di cui non c’importa niente su un altro che neanche conosciamo. Se non fosse stato interessante, non l’avrei tradotto.

GKC leggeva come si dovrebbe leggere, come io ho imparato da don Giussani e altri hanno imparato da altri maestri, per esempio Leopardi, perché in fin dei conti è un modo antico. Quando me ne sono accorta, ho trovato un fratello maggiore:

Non si legge mai lealmente se, in qualche modo, l’autore dello scritto non è presente e tu, leggendo, è come se gli domandassi: “Cosa vuoi dire? che ragioni hai?”. Non è mai viva lettura se non è potenziale dialogo.
—L. Giussani, Si può (veramente?!) vivere così?

 

Il leggere è un conversare, che si fa con chi scrisse.
—Giacomo Leopardi, in Operette morali, “Detti memorabili di Filippo Ottonieri”

 

Io faccio fatica, specie con certi autori, ma Gilbert aveva questa capacità al massimo grado. A quel tempo, poi, non era il modo normale di leggere. Soprattutto non era il modo normale di leggere Browning, che passava per uno “oscuro” come minimo.

Leggendone in Chesterton, invece, Browning diventa una persona cara come lo era per lui. (Quando sono arrivata a tradurre il punto in cui Browning muore, mi è venuto da piangere come se stesse morendo mio zio. Eppure lo sapevo, che era morto.)

Che a lui fosse caro si capisce sia da ciò che scrive sia da un fatto che nella mia traduzione non troverete, perché è stato eliminato alla prima pubblicazione:[1] nel manoscritto del saggio, cioè la versione che l’autore consegna all’editore, la maggior parte dei versi erano scritti sbagliati, perché GKC citava sempre a memoria. E questi versi li conosceva talmente a memoria da averli modificati: un fenomeno che accade anche a me con i versi della Divina Commedia che conosco a memoria. Il significato rimane lo stesso, il verso è riconoscibile… ma lo modifichi come se fosse una cosa tua. Probabilmente accade lo stesso a tutti quelli che conoscono versi a memoria (o by heart, come dicono gli inglesi) e se li ripetono di quando in quando.

Ecco qua alcune delle mie parti preferite del libro. Ma sono solo alcune, una per capitolo (tranne il capitolo IV, che ne ha due perché parla dell’Italia ed è il mio preferito). Sono in genere più lunghe del solito, perché Chesterton non è tanto uno scrittore da “citazioni citabili”, benché ce ne siano: quel che veramente dà gusto è immergersi nel ragionamento o nell’esposizione che fa e in genere si tratta di più periodi.

Tutto il libro è una gran bella avventura. E siccome è la prima cosa di Chesterton che ho tradotto, mi resterà caro anche per questo.

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