Archive for figure retoriche

Caivano: tutti sapevano o no?

Io credo nei miracoli, anche quelli semplici di ogni giorno.

Se a Caivano tutti sapevano, allora l’ignoranza della sola famiglia della bimba morta è un miracolo dell’innocenza.  Oppure si sta facendo torto a un sacco di altra gente.

Questo miracolo comunque, anche da solo, rende irrimediabilmente falsa la frase «tutti sapevano».

Non ce la faccio più, a sentire questo ragionare sciatto infarcito di iperboli. Vorrei poter evitare i telegiornali come riesco ad evitare i quotidiani.

Se invece non credessi nei miracoli, direi che, se tutti sapevano, allora anche quella famiglia sapeva e ora finge di no.

Che differenza di stile, eh?

Io, che credo nei miracoli perché credo che la realtà non la facciamo noi e quindi è sempre più grande di noi ed esistono infinite possibilità, posso credere nell’innocenza di quella famiglia, che possiamo solo definire miracolosa, se le cose stanno come ce le raccontano le iperboli giornalistiche. Se fossi un magistrato, cercherei di verificare il miracolo, ma non darei per scontato che non è possibile.

Uno che non creda nei miracoli, invece, si priva di possibilità: perché se uno non crede nelle possibilità infinite, di cui fanno parte i miracoli, non può nemmeno credere che solo quella famiglia, tra tante, non avesse mai visto né saputo niente. Sarebbe costretto o a rinnegare le proprie convinzioni o ad accusare anche le vittime (ma la prima accadrebbe, e non la seconda: oggigiorno ci vuole gran coraggio per accusare le vittime di non essere solo vittime).

Non so se la frase “tutti sapevano” venga dai magistrati o dai giornalisti ma, se uno credesse davvero in quello che dice, allora anche la famiglia della vittima dovrebbe avere gli inquirenti addosso.

Ne deduco che c’è qualcuno in Italia che non crede in quello che dice. Ma lo dice lo stesso.

 

Commenti disabilitati

Abbiamo imborghesito perfino i contadini

Negli ultimi anni, mi è capitato tante volte di pensare che in Italia siamo riusciti a imborghesire perfino i contadini. Un ossimoro incarnato, insomma. Potevamo riuscirci solo noi, il popolo più creativo del globo.

Ora ho scoperto che non sono l’unica a pensarlo, o meglio ad averlo pensato. Questo mi conforta, perché a volte mi sento un po’ sola, anche se l’altro è morto.

Conosco anche – perché le vedo e le vivo – alcune caratteristiche di questo nuovo Potere ancora senza volto […] la sua decisione di abbandonare la Chiesa, la sua determinazione (coronata da successo) di trasformare contadini e sottoproletari in piccoli borghesi, e soprattutto la sua smania, per così dire cosmica, di attuare fino in fondo lo “Sviluppo”: produrre e consumare.

—Pier Paolo Pasolini, editoriale «Il Potere senza volto», Corriere della Sera, 24 giugno 1974, citato da A. Savorana in Vita di don Giussani, cap. 19, Rizzoli 2013, pag. 536.

E pensare che di Pasolini non ho mai letto niente. Mi toccherà rimediare… appena sparisce la pila di libri che ho sulla scrivania.

Commenti disabilitati

Parole e musica

Non me la sto tirando, giuro. E spero che nessuno si offenda perché parlo così senza appartenere al “mondo della scuola”. Ma per me il mondo è uno solo… e comunque a scuola ci ho passato tredici anni.

SCUOLA/ I testi di Renga, Arisa, Noemi, & co: se a Sanremo le parole non “suonano” più, IlSussidiario.net, 23 febbraio 2014

.

P.S. L’enjambement non è una figura retorica, veramente; ma faceva parte degli strumenti di tortura del mio insegnante di letteratura italiana quando si apriva la Divina Commedia, così io lo associo sempre alle figure retoriche.

Commenti disabilitati

Principio e valore

Si dice “valori non negoziabili” oppure “principi non negoziabili”? Il Santo Padre parla sempre di principi, e anche molti altri, ma spesso si vede o si sente parlare di valori. C’è differenza? E quale?

È un po’ come la vecchia storia dell’uovo di Colombo. Non ci avevo mai pensato, finché non ho trovato un articolo che ne parlava, ma in effetti “principio” e “valore” non sono termini intercambiabili. I principi in genere sono anche valori, ma non tutti i valori sono principi. La distinzione vale per ogni ambito, non solo per i principi non negoziabili, anche se lì è determinante. Penso che sia ora di riappropriarsi del significato delle parole, altrimenti qualunque comunicazione è solo menzogna.

Un principio è qualcosa che, nel tempo e/o nello spazio, si trova, è posto, viene, accade prima di un altro fatto o fenomeno o costruzione – userei il termine “ente” ma temo che ormai faccia venire in mente solo edifici zeppi di burocrati. La parola “principio” ha proprio la stessa radice di “primo” e “prima” e ha molti significati, tutti che discendono a cascata da questa “primitudine”.

In breve, un principio è qualcosa che c’è e viene prima di qualcos’altro, il quale altro non esisterebbe affatto senza il principio. Questo è il significato della parola. Ne consegue che un principio può solo essere riconosciuto, non può essere scelto.[1]

Un valore è qualcosa che vale, cioè che è valido, funzionante, ben saldo sulle gambe, per così dire (in latino, ci si lasciava dicendo ‘Vale’, che significa ‘Stammi bene’).  Diversamente dal principio, che ha caratteristiche oggettive di spazio e tempo, il valore è legato alla posizione o all’atteggiamento mio di fronte a qualcosa, e dunque dipende sempre da un sistema di riferimento: “vale” ciò che mi fa comodo, che mi è utile, che ritengo prezioso, che considero indispensabile per una vita dignitosa e così via.

Vediamo che dice lo Zingarelli. Leggi il seguito di questo post »

Commenti disabilitati

Ohibò!!!

Che Dio ci aiuti davvero: ora pure la Chiesa si schiera ufficialmente con Monti?!

Dicendo “la Chiesa” intendo la Cei, che per la verità non è proprio “la” Chiesa ma, quando si parla di politica, in genere si usa questa metonimia (restiamo sempre sulle figure retoriche, tra l’altro).

Mmm, no, invece, meglio non usarla: la Cei è la Cei, la Chiesa è la Chiesa e ha tante CC.EE. (Conferenze episcopali). Le metonimie ce le riserviamo per altri testi.

Posso immaginare che cosa stia passando per la mente di alcuni: «se va su la sinistra, si spalancano le porte alle passionarie della pillola RU486 e ai giannizzeri del matrimonio omosessuale, quindi meglio trovare un argine discretamente robusto».

Comprendo i loro timori, che in parte sono anche miei, però a me preme di più la libertà di educare i figli, nonché quella di farne, e anche la libertà di fare impresa e la possibilità di lavorare senza doversi rodere il fegato per il fatto di non avere più 28 anni… tutta roba di cui nella volontaristica “agenda” del professor Monti non c’è nemmeno l’ombra.  Purtroppo giannizzeri e passionarie nascono e prosperano proprio in un substrato culturale fatto di educazione non libera, impresa mortificata e famiglia ridotta in coriandoli.

Non che gli altri buffoni ne parlino o se ne interessino, in realtà, e allora qualcuno può certo pensare «ok, scelgo il male minore». Ma scegliere il “male minore”, disse qualcuno in occasione delle elezioni in USA nel 2008, ha un solo risultato certo (tutti gli altri sono aleatori): propagare qualcosa che pure è riconosciuto come un male.

Io non scelgo il male minore, perché non ha senso. Semplicemente, io non andrò a votare. L’avevo già deciso, ma avrei potuto cambiare idea se avessi visto qualcuno per cui valeva la pena di muoversi. A questo punto, invece, non mi ci portano neanche se mi attaccano dodici paia di buoi. Se nessuno può rispondere a ciò che credo giusto, quanto meno nessuno potrà fare i suoi comodi con il mio voto.

.

Aggiornamento: Dio in effetti ci aiuta. Bagnasco “sale” in ginocchio verso i Monti. Mons. Negri: “Sia più prudente e discreto”

Commenti disabilitati

Salire DOVE?!

Io non ho mai amato le figure retoriche come oggetti. Voglio dire, per me è impossibile ricordarmi la definizione esatta di “metafora”, anche se magari ne scrivo ogni giorno. Però le figure retoriche danno un certo non so che allo scritto, a patto di sapere che cosa sono e come si costruiscono. Così, alla fine, mi ci sono affezionata.

Questo implica che l’espressione “salire in politica” mi ha fatto venir voglia di piangere. E quando ho sentito che l’Osservatore Romano approva, mi è venuto da pensare “Che Dio ci aiuti”: perché se neanche un organo di stampa cattolico riesce più a considerare le parole per quello che sono, siamo veramente messi male.

Forse è utile chiarire un paio di elementi riguardo alla costruzione di una figura retorica “di immagine”, come la metafora, la metonimia e la similitudine.

Le figure retoriche “di immagine” (sono io, che le chiamo così) sono frasi che devono suscitare nel cervello un’immagine, appunto: è il caso di piangere come una vite tagliata, che è una similitudine e, da piccola, mi metteva particolarmente in crisi, perché non avevo mai visto una pianta di vite; conoscevo solo le viti da bullone, perché mio zio era fabbro e la mia immagine era quella di una vite con filettatura grossa che piangeva. Disneyana, non è vero? E questo è il secondo ingrediente di una figura retorica d’immagine: se ne vuoi creare una nuova, devi parlare di qualcosa che appartiene all’esperienza quotidiana, almeno potenzialmente.

Che immagine evoca l’espressione “salire in politica”? A occhio e croce, dovrebbe farvi venire in mente una scala per arrivare in un posto che sta in alto; come se la politica fosse un luogo che sta in alto sopra le nostre teste. Le parole rivelano il pensiero anche quando noi non lo vogliamo e la scelta di questo verbo la dice molto ma molto lunga sul pensiero che ci sta dietro, in barba a tutte le razionalizzazioni.  (E io pavento una dittatura da almeno due anni, a me la dice anche più lunga che ad altri… ma spero sempre che sia solo paranoia!)

Disgraziatamente la politica non è un luogo, è un’azione e nessuno può entrare o salire o scendere in un’azione; è vero che si dice “entrare in azione” ma questa non è una figura retorica, è una collocazione. Provate a sostituire “pulizie” o “bucato” a “politica”: è chiaro che non significa niente, “salire in pulizie” o “scendere in bucato”.

Si può salire in cattedra, come la nostra allegra brigata di Professori & C. degli ultimi 13 mesi; si può entrare in campo, come quando si gioca a calcio; o scendere in campo, come ai tempi dei tornei (si diceva anche entrare o scendere in lizza, ma ora è in disuso);  ma qualunque di queste figure retoriche di immagine parte da un’immagine vera, dall’immagine di un’azione che è espressa dal verbo e dal luogo.

Il fatto di poter “entrare” in politica, come se fosse un luogo pari a un altro, è disastroso perché non è corretto secondo l’esperienza: infatti, per poter entrare in politica, bisogna prima che la politica diventi un luogo e non sia più un’azione. Così, diventando un luogo, non è più affare di tutti, ma solo di alcuni che stanno in quel luogo.

Per essere fastidiosamente precisi, la politica è un’azione di servizio. In politica, così come in qualunque servizio, non ci si sale o scende e non ci si dovrebbe entrare: ci si dovrebbe chinare sulla politica. Ma non dall’alto in basso: chinarsi come quando si fa il bucato  o si pulisce per terra.

Commenti disabilitati

Un ossimoro di moda: l’apprendista con esperienza

La parola ossìmoro (o anche ossimòro) indica l’unione di due parole che per natura contrastano tra loro:

ossìmoro o ossimòro
[vc. dotta, gr. oxýmoron, nt. sost. di oxýmoros ‘acuto sotto un’apparenza di stupidità’, comp. di oxýs ‘acuto’ (V. ossalico) e morós ‘stupido’ (di etim. incerta); 1598]
s. m.
* (ling.) Figura retorica che consiste nel riunire in modo paradossale due termini contraddittori in una stessa espressione; ad es.: un silenzio assordante; oppure l’espressione ‘colme di nulla’ in: con le braccia colme di nulla, / farò da guida alla felicità (UNGARETTI).

Un ossimoro molto diffuso nei nostri tempi è usato come segue:

cercasi apprendista con esperienza.

Esperienza di che?

Un apprendista è uno che va a lavorare per imparare: ne consegue che un apprendista non può avere esperienza nel lavoro che va a fare, altrimenti non sarebbe un apprendista.

Possibile che tutti gli autori di annunci di lavoro siano dei morói?

Ci sono almeno due motivi per cui fioriscono questi annunci – da parecchi anni – sui quotidiani e sul web.

Uno è che esiste un tipo di contratto di lavoro che si chiama contratto di apprendistato. Esso prevede che un’azienda abbia degli sgravi contributivi (= paga meno soldi all’Inps) se assume giovani di età inferiore a 27 o 29 anni. In questo caso, con apprendista si intende “persona di età tale da poter essere assunta con un contratto di apprendistato”: una semplificazione (perché le parole costano!) che fa nascere un ossimoro.

Il secondo motivo è che nessuno ha più voglia di insegnare il mestiere ad un altro. Bisogna produrre produrre produrre e chi ha tempo di mettersi lì con la pazienza di insegnare ai pivelli a fare le cose come andrebbero fatte? Se imparano guardando, bene, se no si cercherà qualcun altro.

Questa – “impara guardando” – è una delle cose più detestabili che possano succedere a chi vuole imparare. Chi non è interessato ad imparare, ovviamente, non è che si faccia spostare più di tanto. Ma per chi desidera imparare, invece, questo è terribile. Mia mamma era così – e per fortuna che non aveva un’azienda ma solo una figlia.

Le cose si impararano facendole, non guardando qualcuno che le fa. Ma per farle bisogna che ci sia qualcuno che ti fa vedere che è possibile, che ti mostra come si fa e che infine ti possa dire, dopo che lo hai fatto, “va bene, questo magari sarebbe meglio farlo in quest’altro modo”. Si chiama correzione.

Se ascolto dimentico,
se vedo ricordo,
se faccio capisco (*)

riguarda l’impegno e l’atteggiamento personali ma non significa che non ci voglia un maestro.

.

(*) Proverbio (credo) cinese

Comments (1)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: