Archive for figure retoriche

L’ironia e come riconoscerla

No, non è vero, stavolta ho esagerato: riconoscere l’ironia non è facile per niente. A me ci son voluti decenni, non scherzo.

È anche una faccenda complicata per il cervello. Talmente complicata che ormai molti cervelli ci rinunciano del tutto, come sta accadendo con la stramba pubblicità del Buondì Motta, la merendina più buona del mondo dopo la Fiesta Ferrero. (Numero uno per chi la mangia con il latte e il tè, anzi; ma io non prendo nessuno dei due.)

La pubblicità è oggettivamente stravagante, bisogna riconoscerlo: asteroidi che colpiscono le persone ci sono solo nei peggiori incubi dei poeti e forse nemmeno lì. Nella realtà, è risaputo, il massimo che può accadere è che un asteroide colpisca un pianeta e stermini i dinosauri e gran parte delle altre forme di vita per vari millenni.

Ma oggettivamente quella pubblicità è anche un’altra cosa: è una presa in giro. La prima frase infatti è una parodia del genere pubblicitario, così come Frankenstein Junior è una parodia del genere horror e Balle spaziali una parodia di Guerre stellari.

parodia
[vc. dotta, gr. paroidía, comp. di para– ‘para-’ e oide ‘canto’ (V. ode); 1575]

s.f.

1 Versione caricaturale e burlesca di un’opera, un dramma, un film e sim., o di parti di essi: fare la parodia di una famosa canzone; mettere qlco. in parodia.

2 (mus.) Nella musica medievale e fino al XVII sec., pratica di riutilizzazione e trasformazione di testi e melodie preesistenti per la realizzazione di nuove composizioni; dopo il XVII sec., deformazione di modelli stereotipati con intenti grotteschi.

3 (fig.) Persona, organismo e sim. che rappresentano soltanto un’imitazione scadente e ridicola di quello che in realtà dovrebbero essere: una parodia di governo, di parlamento.

Ma l’ironia che c’entra, allora? Una parodia è una presa in giro palese, mentre l’ironia è tecnicamente una forma di menzogna, come diceva Aristotele, cioè un modo di nascondere la verità; in senso ampio, è un modo per non mettere in mostra le cose con troppa crudezza.

L’ironia nasconde, la parodia sbeffeggia. Perciò in genere le parodie sono comprensibili e l’ironia invece richiede delle cognizioni che non tutti possiedono; i bambini per esempio non comprendono l’ironia perché hanno un senso della realtà molto letterale.

Per capire, userò un esempio. Anzi, due.

Primo. Se io dicessi a qualcuno che il film The Family Stone (in italiano “La neve nel cuore”) del 2005 è un’illustrazione della capacità che hanno i liberals americani di accogliere chi è diverso da loro, starei usando l’ironia e contemporaneamente dicendo una bugia in senso tecnico.

Per capire ciò che intendo, infatti, bisogna aver visto il film e quindi sapere già (cognizione che non tutti posseggono) che il film mostra l’esatto contrario: l’incapacità, almeno nell’immediato quotidiano, dei suddetti liberals di accogliere chi non la pensa e non si comporta come loro. È qui l’ironia della mia frase. Ma è qui anche la bugia.

In senso proprio avrei dovuto dire che il film illustra il livello di capacità che hanno i suddetti. Questa è una formulazione neutra, perché il livello può essere alto o medio o basso; ed è veritiera in ogni punto (se poi uno vuol capire quel che gli pare, sono fatti suoi, s’intende). La prima invece non lo è, perché “capacità di accogliere” è un’esperienza determinata ed è il contrario di “incapacità di accogliere”.

Nel primo caso, che è una formulazione ironica, sto dicendo il contrario di quel che è – perciò l’ironia è tecnicamente una menzogna, anche se ovviamente io non ho intenzione di far del male a nessuno descrivendo il film in quel modo.

Ecco, per dirla grossolanamente, l’ironia è “dire una cosa dicendo il suo contrario”, come si vede nell’esempio al punto 1 dello Zingarelli.

ironia
[vc. dotta, lat. ironia(m), dal gr. eironéia, da éiron, propr. ‘colui che interroga (fingendo di non sapere)’, di etim. incerta; 1374]

s.f.

1 Dissimulazione del proprio pensiero dietro parole che hanno significato opposto o diverso da quello letterale (ad es. bell’idea avete avuto!, per dire che l’idea è stata invece cattiva): ironia bonaria, sottile, grossolana | La figura retorica corrispondente a questo modo di esprimersi.

2 (est.) Umorismo sarcastico: non si fa dell’ironia sulle disgrazie altrui | Derisione, scherno: uno sguardo pieno d’ironia | (fig.) Ironia della vita, della sorte, del destino, si dice quando la vita, la sorte ecc. sembrano accanirsi contro qlcu., quasi a volerlo beffare.

3 (filos.) Ironia socratica, il metodo maieutico mediante il quale Socrate, fingendo ignoranza, portava il suo interlocutore alla scoperta della verità.

Non dovrebbe essere difficile capire che definirla “bugia” in moltissimi casi è una questione tecnica e non morale. Ci sono anche casi in cui l’ironia è una menzogna per davvero, ma questa è un’altra storia (che si trova raccontata, per esempio, nella Somma teologica, seconda parte della seconda parte, argomento 113, sull’ironia con la quale uno finge di sottovalutare sé stesso).

Secondo esempio. Ho detto che i bambini hanno un senso della realtà molto letterale. Una volta, anni fa, guardavo il film Cars, un cartone animato della Pixar, insieme al figlio di amici e a un certo punto c’era una scena catastrofica ed esilarante, come capita spesso in molti cartoni. Siccome era esilarante e io avevo già quarant’anni, quindi l’infanzia me l’ero scordata da un po’, ho cominciato a rotolarmi dalle risate. E Matteo, che di anni ne aveva quattro, si gira verso di me e grida: NON C’E’ NIENTE DA RIDERE! Ed era serio.

Qualche tempo dopo mi è successa una cosa analoga con mio nipote. La seconda volta ho capito. Repetita iuvant, come diceva qualcuno.

Io vedo i cartoni con gli occhi degli adulti che li hanno realizzati; ma i bambini li vedono con i loro occhi di bambini, che hanno esperienze limitate; tra queste c’è il dolore e la possibilità del dolore, anche diverso da quello che essi abbiano già conosciuto. Un incidente di massa tra automobili è una cosa che di per sé è dolorosissima, se accade nella realtà. A quattro anni i piccoli vedono questo, non percepiscono l’ironia o la parodia. Perciò si spaventano. Hanno il senso del drammatico, rispetto a certe cose; non hanno ancora il senso del comico. Quello lo sviluppano più tardi. E l’ironia, che è molto più complicata, trattandosi di una forma di dissimulazione, per loro rimane misteriosa ancora più a lungo. Specie se nessuno gliela insegna, cioè gliela indica a dito, nel senso etimologico della parola.

Ora, se una bambina si spaventa vedendo l’asteroide colpire la mamma nella pubblicità del Buondì, come ho sentito dire, io la capisco perfettamente.

Del resto, quella non è una pubblicità rivolta ai bambini, che non sono minimamente in grado di capirla. Se voleva esserlo, sarà meglio che la Motta prenda altri pubblicitari. La parodia dell’inizio, forse la rilevano e forse no: voglio dire che probabilmente nessuno di loro si esprimerebbe in quel modo per chiedere una merendina alla mamma, ma non saprebbero dare ragione del perché non lo fanno. (Questo tra l’altro implica che, se non ci fosse il colpo successivo, i bambini potrebbero pure cominciare a imitare quel modo di parlare; ma anche questa è un’altra storia.)

Di sicuro i bambini non sono in grado di capire l’ironia successiva, dove il sussiego della mamma, insieme alla sua poca fede nella Motta, viene abbattuto dall’asteroide. Quella è proprio comicità ironica e i bambini non hanno gli attrezzi mentali per capirla. Gli adulti ce li dovrebbero avere, però, e dire ai figli spaventati: Ma guarda che questa cosa non è reale: serve per far ridere i grandi e fargli ricordare la merendina quando vanno a fare la spesa.

Così, e solo così, i bambini impareranno pian piano a distinguere la realtà primaria dalla realtà secondaria e alla fine anche l’ironia. È vero che da noi si chiama “ironia” ciò che propriamente è sarcasmo; come lo Zingarelli riporta al punto 2. Ma i bambini non capiscono nemmeno il sarcasmo, benché riescano a capirlo molto prima di altre cose. Sono tutti aspetti che devono imparare dai grandi, altrimenti li impareranno dai libri – quelli fortunati, come me – oppure non li impareranno mai e diventeranno adulti semiselvaggi che nella stramba pubblicità del Buondì Motta vedono chissà che attacchi lobbistici alla famiglia. In gergo si chiama “fuoco amico”.

Non arriverò ad eliminare queste persone dalla mia lista contatti di Facebook, come ha minacciato di fare un mio amico.

Ma possa un asteroide colpirmi se mai dovessi prenderli sul serio per altro che per il danno manifesto alla corteccia prefrontale.

 

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Caivano: tutti sapevano o no?

Io credo nei miracoli, anche quelli semplici di ogni giorno.

Se a Caivano tutti sapevano, allora l’ignoranza della sola famiglia della bimba morta è un miracolo dell’innocenza.  Oppure si sta facendo torto a un sacco di altra gente.

Questo miracolo comunque, anche da solo, rende irrimediabilmente falsa la frase «tutti sapevano».

Non ce la faccio più, a sentire questo ragionare sciatto infarcito di iperboli. Vorrei poter evitare i telegiornali come riesco ad evitare i quotidiani.

Se invece non credessi nei miracoli, direi che, se tutti sapevano, allora anche quella famiglia sapeva e ora finge di no.

Che differenza di stile, eh?

Io, che credo nei miracoli perché credo che la realtà non la facciamo noi e quindi è sempre più grande di noi ed esistono infinite possibilità, posso credere nell’innocenza di quella famiglia, che possiamo solo definire miracolosa, se le cose stanno come ce le raccontano le iperboli giornalistiche. Se fossi un magistrato, cercherei di verificare il miracolo, ma non darei per scontato che non è possibile.

Uno che non creda nei miracoli, invece, si priva di possibilità: perché se uno non crede nelle possibilità infinite, di cui fanno parte i miracoli, non può nemmeno credere che solo quella famiglia, tra tante, non avesse mai visto né saputo niente. Sarebbe costretto o a rinnegare le proprie convinzioni o ad accusare anche le vittime (ma la prima accadrebbe, e non la seconda: oggigiorno ci vuole gran coraggio per accusare le vittime di non essere solo vittime).

Non so se la frase “tutti sapevano” venga dai magistrati o dai giornalisti ma, se uno credesse davvero in quello che dice, allora anche la famiglia della vittima dovrebbe avere gli inquirenti addosso.

Ne deduco che c’è qualcuno in Italia che non crede in quello che dice. Ma lo dice lo stesso.

 

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Abbiamo imborghesito perfino i contadini

Negli ultimi anni, mi è capitato tante volte di pensare che in Italia siamo riusciti a imborghesire perfino i contadini. Un ossimoro incarnato, insomma. Potevamo riuscirci solo noi, il popolo più creativo del globo.

Ora ho scoperto che non sono l’unica a pensarlo, o meglio ad averlo pensato. Questo mi conforta, perché a volte mi sento un po’ sola, anche se l’altro è morto.

Conosco anche – perché le vedo e le vivo – alcune caratteristiche di questo nuovo Potere ancora senza volto […] la sua decisione di abbandonare la Chiesa, la sua determinazione (coronata da successo) di trasformare contadini e sottoproletari in piccoli borghesi, e soprattutto la sua smania, per così dire cosmica, di attuare fino in fondo lo “Sviluppo”: produrre e consumare.

—Pier Paolo Pasolini, editoriale «Il Potere senza volto», Corriere della Sera, 24 giugno 1974, citato da A. Savorana in Vita di don Giussani, cap. 19, Rizzoli 2013, pag. 536.

E pensare che di Pasolini non ho mai letto niente. Mi toccherà rimediare… appena sparisce la pila di libri che ho sulla scrivania.

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Parole e musica

Non me la sto tirando, giuro. E spero che nessuno si offenda perché parlo così senza appartenere al “mondo della scuola”. Ma per me il mondo è uno solo… e comunque a scuola ci ho passato tredici anni.

SCUOLA/ I testi di Renga, Arisa, Noemi, & co: se a Sanremo le parole non “suonano” più, IlSussidiario.net, 23 febbraio 2014

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P.S. L’enjambement non è una figura retorica, veramente; ma faceva parte degli strumenti di tortura del mio insegnante di letteratura italiana quando si apriva la Divina Commedia, così io lo associo sempre alle figure retoriche.

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Principio e valore

Si dice “valori non negoziabili” oppure “principi non negoziabili”? Il Santo Padre parla sempre di principi, e anche molti altri, ma spesso si vede o si sente parlare di valori. C’è differenza? E quale?

È un po’ come la vecchia storia dell’uovo di Colombo. Non ci avevo mai pensato, finché non ho trovato un articolo che ne parlava, ma in effetti “principio” e “valore” non sono termini intercambiabili. I principi in genere sono anche valori, ma non tutti i valori sono principi. La distinzione vale per ogni ambito, non solo per i principi non negoziabili, anche se lì è determinante. Penso che sia ora di riappropriarsi del significato delle parole, altrimenti qualunque comunicazione è solo menzogna.

Un principio è qualcosa che, nel tempo e/o nello spazio, si trova, è posto, viene, accade prima di un altro fatto o fenomeno o costruzione – userei il termine “ente” ma temo che ormai faccia venire in mente solo edifici zeppi di burocrati. La parola “principio” ha proprio la stessa radice di “primo” e “prima” e ha molti significati, tutti che discendono a cascata da questa “primitudine”.

In breve, un principio è qualcosa che c’è e viene prima di qualcos’altro, il quale altro non esisterebbe affatto senza il principio. Questo è il significato della parola. Ne consegue che un principio può solo essere riconosciuto, non può essere scelto.[1]

Un valore è qualcosa che vale, cioè che è valido, funzionante, ben saldo sulle gambe, per così dire (in latino, ci si lasciava dicendo ‘Vale’, che significa ‘Stammi bene’).  Diversamente dal principio, che ha caratteristiche oggettive di spazio e tempo, il valore è legato alla posizione o all’atteggiamento mio di fronte a qualcosa, e dunque dipende sempre da un sistema di riferimento: “vale” ciò che mi fa comodo, che mi è utile, che ritengo prezioso, che considero indispensabile per una vita dignitosa e così via.

Vediamo che dice lo Zingarelli. Leggi il seguito di questo post »

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Ohibò!!!

Che Dio ci aiuti davvero: ora pure la Chiesa si schiera ufficialmente con Monti?!

Dicendo “la Chiesa” intendo la Cei, che per la verità non è proprio “la” Chiesa ma, quando si parla di politica, in genere si usa questa metonimia (restiamo sempre sulle figure retoriche, tra l’altro).

Mmm, no, invece, meglio non usarla: la Cei è la Cei, la Chiesa è la Chiesa e ha tante CC.EE. (Conferenze episcopali). Le metonimie ce le riserviamo per altri testi.

Posso immaginare che cosa stia passando per la mente di alcuni: «se va su la sinistra, si spalancano le porte alle passionarie della pillola RU486 e ai giannizzeri del matrimonio omosessuale, quindi meglio trovare un argine discretamente robusto».

Comprendo i loro timori, che in parte sono anche miei, però a me preme di più la libertà di educare i figli, nonché quella di farne, e anche la libertà di fare impresa e la possibilità di lavorare senza doversi rodere il fegato per il fatto di non avere più 28 anni… tutta roba di cui nella volontaristica “agenda” del professor Monti non c’è nemmeno l’ombra.  Purtroppo giannizzeri e passionarie nascono e prosperano proprio in un substrato culturale fatto di educazione non libera, impresa mortificata e famiglia ridotta in coriandoli.

Non che gli altri buffoni ne parlino o se ne interessino, in realtà, e allora qualcuno può certo pensare «ok, scelgo il male minore». Ma scegliere il “male minore”, disse qualcuno in occasione delle elezioni in USA nel 2008, ha un solo risultato certo (tutti gli altri sono aleatori): propagare qualcosa che pure è riconosciuto come un male.

Io non scelgo il male minore, perché non ha senso. Semplicemente, io non andrò a votare. L’avevo già deciso, ma avrei potuto cambiare idea se avessi visto qualcuno per cui valeva la pena di muoversi. A questo punto, invece, non mi ci portano neanche se mi attaccano dodici paia di buoi. Se nessuno può rispondere a ciò che credo giusto, quanto meno nessuno potrà fare i suoi comodi con il mio voto.

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Aggiornamento: Dio in effetti ci aiuta. Bagnasco “sale” in ginocchio verso i Monti. Mons. Negri: “Sia più prudente e discreto”

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Salire DOVE?!

Io non ho mai amato le figure retoriche come oggetti. Voglio dire, per me è impossibile ricordarmi la definizione esatta di “metafora”, anche se magari ne scrivo ogni giorno. Però le figure retoriche danno un certo non so che allo scritto, a patto di sapere che cosa sono e come si costruiscono. Così, alla fine, mi ci sono affezionata.

Questo implica che l’espressione “salire in politica” mi ha fatto venir voglia di piangere. E quando ho sentito che l’Osservatore Romano approva, mi è venuto da pensare “Che Dio ci aiuti”: perché se neanche un organo di stampa cattolico riesce più a considerare le parole per quello che sono, siamo veramente messi male.

Forse è utile chiarire un paio di elementi riguardo alla costruzione di una figura retorica “di immagine”, come la metafora, la metonimia e la similitudine.

Le figure retoriche “di immagine” (sono io, che le chiamo così) sono frasi che devono suscitare nel cervello un’immagine, appunto: è il caso di piangere come una vite tagliata, che è una similitudine e, da piccola, mi metteva particolarmente in crisi, perché non avevo mai visto una pianta di vite; conoscevo solo le viti da bullone, perché mio zio era fabbro e la mia immagine era quella di una vite con filettatura grossa che piangeva. Disneyana, non è vero? E questo è il secondo ingrediente di una figura retorica d’immagine: se ne vuoi creare una nuova, devi parlare di qualcosa che appartiene all’esperienza quotidiana, almeno potenzialmente.

Che immagine evoca l’espressione “salire in politica”? A occhio e croce, dovrebbe farvi venire in mente una scala per arrivare in un posto che sta in alto; come se la politica fosse un luogo che sta in alto sopra le nostre teste. Le parole rivelano il pensiero anche quando noi non lo vogliamo e la scelta di questo verbo la dice molto ma molto lunga sul pensiero che ci sta dietro, in barba a tutte le razionalizzazioni.  (E io pavento una dittatura da almeno due anni, a me la dice anche più lunga che ad altri… ma spero sempre che sia solo paranoia!)

Disgraziatamente la politica non è un luogo, è un’azione e nessuno può entrare o salire o scendere in un’azione; è vero che si dice “entrare in azione” ma questa non è una figura retorica, è una collocazione. Provate a sostituire “pulizie” o “bucato” a “politica”: è chiaro che non significa niente, “salire in pulizie” o “scendere in bucato”.

Si può salire in cattedra, come la nostra allegra brigata di Professori & C. degli ultimi 13 mesi; si può entrare in campo, come quando si gioca a calcio; o scendere in campo, come ai tempi dei tornei (si diceva anche entrare o scendere in lizza, ma ora è in disuso);  ma qualunque di queste figure retoriche di immagine parte da un’immagine vera, dall’immagine di un’azione che è espressa dal verbo e dal luogo.

Il fatto di poter “entrare” in politica, come se fosse un luogo pari a un altro, è disastroso perché non è corretto secondo l’esperienza: infatti, per poter entrare in politica, bisogna prima che la politica diventi un luogo e non sia più un’azione. Così, diventando un luogo, non è più affare di tutti, ma solo di alcuni che stanno in quel luogo.

Per essere fastidiosamente precisi, la politica è un’azione di servizio. In politica, così come in qualunque servizio, non ci si sale o scende e non ci si dovrebbe entrare: ci si dovrebbe chinare sulla politica. Ma non dall’alto in basso: chinarsi come quando si fa il bucato  o si pulisce per terra.

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