Elementi di distributismo: distributismo e socialismo cristiano

Mia traduzione dell’articolo Distributism Basics: Distributism vs. Christian Socialism, di David Cooney, 18 settembre 2014. Anche le note sono mie. 

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Elementi di distributismo: distributismo e socialismo cristiano

di David Cooney, 18 settembre 2014

 

Una reazione a questa serie sugli Elementi di distributismo è che un gruppo particolare di commentatori ha asserito che le loro teorie economiche e politiche sono talmente vicine al distributismo da rendere le due posizioni praticamente indistinguibili. In vari modi mi hanno assicurato che, se solo avessi letto gli scritti che spiegano le loro posizioni, sarei rimasto lì a chiedermi che cosa mai le separi dalla mia. È vero? Il distributismo è un nome alternativo per ciò che altri chiamano “socialismo cristiano”?

Poiché si afferma che il distributismo e il socialismo cristiano sarebbero essenzialmente la stessa cosa, ho deciso che questa particolare asserzione deve essere affrontata come un’aggiunta alla più generale spiegazione dell’incompatibilità tra socialismo e distributismo che ho già pubblicato. Di conseguenza, anche se questo articolo è stato scritto dopo il resto della serie, lo inserisco dopo l’articolo sul socialismo e dovrà perciò essere considerato il terzo della serie.

Il proposito dell’articolo è duplice: da un lato, spiegare ai socialisti cristiani i motivi per cui la loro visione delle cose non si accorda con il distributismo. Dall’altro lato, spero di mostrare a qualunque altro lettore sospettoso che il distributismo sia una forma di socialismo che non è proprio questo il caso. Come ho sottolineato nel primo articolo della serie, i distributisti avanzano contro il capitalismo molte delle stesse critiche dei socialisti, ma d’altra parte avanziamo contro il socialismo molte delle stesse critiche dei capitalisti. Il socialismo cristiano non fa eccezione, malgrado certi socialisti cristiani asseriscano che le loro posizioni sono le stesse dei distributisti.

L’apparente confusione in merito dipende da quanto la loro visione appare vicina al distributismo. Questo non sta tanto nel fatto che avanziamo le stesse critiche al capitalismo, è piuttosto perché i termini che alcuni di loro usano per sostenere le loro posizioni sono molto simili a quelli usati dai distributisti. Tuttavia questa somiglianza è solo superficiale. Si dice che il diavolo è nei dettagli e sono appunto i dettagli a illuminare pienamente le differenze inconciliabili tra socialismo cristiano e distributismo.

Per scrivere l’articolo, ho esaminato tre scritti di autori che mi sono stati raccomandati dai socialisti cristiani: The Acquisitive Society di R. H. Tawney, Progress and Poverty di Henry George e The Great Transformation di Karl Polanyi.[1] Mentre ritengo che questi autori siano sinceri nel loro tentativo di affrontare le ingiustizie che i capitalisti sembrano incapaci o incuranti di affrontare attraverso il capitalismo, e credo anche che molte delle loro critiche al capitalismo siano giuste e corrette, a tutti loro sembra sfuggire che le soluzioni proposte sono altrettanto fallaci di quelle degli altri socialisti che criticano. In fin dei conti, le posizioni dei socialisti cristiani circa la natura della proprietà e dell’economia, le relazioni di queste con l’individuo e la società e la relazione della società con l’individuo non sono meno utilitaristiche e materialiste di quelle di qualunque altra forma di socialismo. Anche se gli scopi finali dei socialisti cristiani e dei distributisti possono sembrare simili, le basi per giustificare sia gli scopi sia i metodi proposti per raggiungerli sono incompatibili.

Mentre i socialisti cristiani sembrano concordare con i distributisti sul fatto che non esiste un diritto assoluto all’uso senza regole della proprietà privata, sembrano anche non ritenere che il diritto a possedere e trasmettere ai propri eredi una proprietà ottenuta legalmente, inclusa la proprietà della terra, sia inviolabile. I distributisti auspicano politiche che promuovano la più ampia possibile proprietà privata dei mezzi di produzione ma esse devono essere formulate in maniera da evitare iniquità verso i proprietari già esistenti. Devono incoraggiare un passaggio il più possibile spontaneo da una proprietà concentrata a una distribuita. L’idea di abolire semplicemente la proprietà a colpi di legge, suggerita da alcuni di questi autori, non è compatibile con il distributismo. Per di più, la posizione dei socialisti cristiani sembra quella di attribuire la potestà di regolamentazione al più alto livello di governo, ma i distributisti insistono che essa debba essere locale ogni volta che ciò sia possibile e praticabile.

H. Tawney asseriva che probabilmente avrebbe tolto la proprietà a quelli che la danno in affitto nelle aree urbane ma non in quelle rurali. Sosteneva inoltre che lo stato dovesse investire nell’acquisire e mantenere la proprietà di grandi industrie e suggeriva una forma di proprietà congiunta tra stato e lavoratori. Non la presentava come una misura temporanea. Scrisse che lo stato avrebbe dovuto intitolarsi la proprietà (esclusiva o congiunta) dei mezzi di produzione e mantenerla. Molte delle altre sue idee non sono per forza incompatibili con il distributismo, ma queste sui diritti di proprietà non sono nemmeno in linea con gli altri autori che mi sono stati indicati. A mio modo di vedere, questo rende la sua relazione con il socialismo cristiano perlomeno tenue. Comunque le sue idee sulla proprietà congiunta stato/privati sembrano estendersi oltre la proprietà pubblica di risorse e infrastrutture. In base a ciò, mi pare che egli possa essere più un corporativista che un distributista.

Passando a Henry George, occorre ricordare che il distributismo non è il tentativo di trovare un compromesso tra capitalismo e socialismo. Non cerca di ottenere una miscela armoniosa dei due. Il signor George, d’altra parte, dichiarò che questa era la sua particolare intenzione. Affermò che tu puoi possedere la tua casa, il tuo negozio e ogni cosa in esso, ma non la terra su cui essi si trovano o nessun’altra risorsa naturale di quella terra. I distributisti auspicano che più persone possibili, o almeno tante quante sia pratico, detengano la privata proprietà dei mezzi di produzione ivi inclusa la terra.

Il signor George accetta inoltre delle forme usurarie di interessi sul prestito di denaro, giustificandole col ragionamento che, siccome le attività di produzione procurano una crescita[2] generale in tutta la società, e perfino in tutto il mondo, l’imposizione di interessi sul denaro prestato contribuisce a un bilanciamento economico globale. Il problema di questa giustificazione è che il prestatore è efficacemente protetto dalla perdita ma chi prende il prestito non lo è. La probabilità che il beneficiario di un prestito goda di una crescita è legato al successo della sua attività, ma la probabilità di crescita per il prestatore è legata alla premessa non verificata di una crescita globale anziché alla sua abilità di scegliere con saggezza a chi prestare il denaro. Non solo l’usura è incompatibile col distributismo, l’idea di una transazione in cui solo una delle parti corre un rischio è fondamentalmente iniqua. Quello che il signor George auspica è un sistema in cui chi prende un prestito corre rischi in base al proprio particolare tentativo ma il prestatore ha un guadagno garantito basato sulla premessa non verificata di una crescita media generale per tutti i tentativi, inclusi quelli in cui egli non è coinvolto. In altre parole, se io ti faccio un prestito per l’azienda e la tua azienda fallisce, tu perdi ma io vinco comunque.

Riguardo a The Great Transformation di Karl Polanyi, in che modo esattamente possa essere offerto come prova che il socialismo cristiano è praticamente la stessa cosa del distributismo rimane al di là della mia comprensione. Anche se Polanyi sembra disposto ad applicare un qualche livello di sussidiarietà al governo nazionale, questo ha il solo scopo di preservare la cultura. Non ho trovato nessun indizio che la sua idea di sussidiarietà si applicasse realmente a qualunque altro ambito, né che si applicasse per qualcosa di più locale di uno stato. Egli mise da parte la sussidiarietà anche nelle questioni economiche. Questo perché, nella sua visione delle cose, l’economia industrializzata si era spostata oltre i confini nazionali, rendendoli anacronistici per gli economisti moderni. Non ho mai trovato un’idea simile in nessuna esposizione circa il distributismo.

Anche se questo sarebbe sufficiente a mostrare che le posizioni di Polanyi sono incompatibili, c’è un altro punto in cui egli diverge chiaramente dal distributismo. Come ho spiegato nell’articolo Is Distributism Catholic?, la base filosofica per molte posizioni distributiste è precedente al cristianesimo. In più, si possono trovare insegnamenti assai vicini al distributismo in altre religioni. Il movimento distributista fin da principio ha sempre avuto aderenti non cattolici, alcuni perfino non cristiani, ma mentre essi potrebbero asserire tranquillamente la compatibilità del distributismo con le loro religioni, non credo che nessuno di loro ne negherebbe le origini, tanto meno la compatibilità con il Vangelo cristiano. Come ho spiegato nel primo articolo di questa serie, il distributismo come un sistema economico distinto dagli altri fu elaborato da cattolici in seguito allo stimolo del magistero pontificio. Non penso che nessuno che abbia studiato il distributismo, anche se non fosse d’accordo con quel che dice, negherebbe che le sue posizioni sono un tentativo di applicare delle posizioni filosofiche a strutture economiche e sociali in modi che sono specificamente compatibili con la fede cattolica.

Alcuni dei socialisti cristiani che mi hanno garantito che le loro posizioni erano quasi esattamente le stesse del distributismo mi hanno indirizzato agli scritti del signor Polanyi per averne prova. Anziché prove di un sistema economico basato sul presupposto che il messaggio del Vangelo rimanga applicabile alle società moderne, il signor Polanyi respinge questo presupposto concordando invece con l’affermazione di Robert Owen che “il Vangelo ignorava la realtà della società”:

Owen riconobbe che la libertà che abbiamo guadagnato tramite gli insegnamenti di Gesù non era applicabile a una società complessa. Il suo socialismo era la difesa della tensione umana alla libertà in una simile società. Era cominciata l’epoca post-cristiana della civiltà occidentale, in cui il Vangelo non era più sufficiente e tuttavia rimaneva la base della nostra civiltà. La scoperta della società[3] è pertanto o la fine o la rinascita della libertà. Laddove il fascista si rassegna ad abbandonare la libertà e glorifica il potere, che è la realtà della società, il socialista si rassegna a quella realtà e continua a rivendicare la libertà a dispetto di essa. L’uomo diviene maturo e in grado di esistere come essere umano in una società complessa. Per citare ancora le ispirate parole di Robert Owen: “se qualche causa di male fosse non eliminabile ad opera dei nuovi poteri che gli uomini stanno per acquisire, essi sapranno che quelli sono mali necessari e inevitabili; e si smetterà di fare lamenti infantili e inefficaci”.

Se questa è una posizione di socialismo cristiano, in che modo è compatibile col distributismo? In che modo può sostenere di essere cristiana? Mentre alcuni degli obiettivi dei socialisti cristiani appaiono simili a quelli dei distributisti, le relative giustificazioni che i socialisti cristiani offrono per i loro obiettivi rivelano una base filosofica che è agli antipodi di quella del distributismo. Questi poi si mescolano ad altri obiettivi che non sono minimamente compatibili, così che alla fine ciò che i socialisti cristiani desiderano raggiungere non è lo stesso che desiderano i distributisti. Per questo motivo, i risultati del lavoro per raggiungere i loro interi obiettivi saranno ovviamente molto diversi dai risultati del distributismo. Per di più, i metodi ammessi dai socialisti cristiani per raggiungere i loro obiettivi non sono accettabili per i distributisti. Questi autori, che mi sono stati consigliati da socialisti cristiani, hanno rafforzato la mia convinzione che il papa Pio XI era nel giusto quando scrisse: «…. se il socialismo, come tutti gli errori, ammette pure qualche parte di vero (il che del resto non fu mai negato dai Sommi Pontefici), esso tuttavia si fonda su una dottrina della società umana, tutta sua propria e discordante dal vero cristianesimo. Socialismo religioso e socialismo cristiano sono dunque termini contraddittori: nessuno può essere buon cattolico ad un tempo e vero socialista.»[4]

C’è un ultimo punto che sento di dover affrontare in questo articolo. I distributisti sono stati criticati da certi capitalisti per il fatto di non respingere il concetto di tassazione progressiva come strumento che faciliterebbe il passaggio dal capitalismo al distributismo. Tra queste critiche si aggira l’idea che, siccome anche i socialisti, come Marx, sostenevano la tassazione progressiva, questo proverebbe che in realtà noi siamo socialisti. Poiché questo articolo, insieme al precedente sul socialismo, ha affrontato la fondamentale incompatibilità del distributismo con il socialismo, coglierò l’occasione per affrontare anche questa particolare critica in due punti.

Il primo punto è l’idea che, siccome alcuni socialisti sostengono una certa opinione, chiunque abbia la stessa opinione dev’essere ugualmente un socialista (e non conta con quanta forza invece respinga il socialismo). Ebbene, i socialisti che ho letto per scrivere questo articolo non solo consentivano ma asserivano attivamente la proprietà privata dei mezzi di produzione. Uno di loro sosteneva l’opportunità degli interessi sul capitale prestato. Se quei critici capitalisti fossero coerenti, dovrebbero o respingere qualunque idea di interessi sul capitale prestato e di proprietà privata degli strumenti di produzione oppure riconoscere che essi stessi sono socialisti. Sto scherzando, si capisce, ma questo mostra chiaramente che uno deve guardare l’intero punto di vista presentato e non può semplicemente accusare un altro di essere un socialista solo perché ci sono uno o due particolari in cui le due opinioni sembrano uguali. Il distributismo, come sistema, respinge principi fondamentali che sono l’autentica base del socialismo.

Il secondo punto è che, pur non potendo parlare a nome degli altri distributisti, personalmente considero la tassazione progressiva come una soluzione estrema. Questo perché, come ho detto in scritti e commenti precedenti, ci sono alcuni aspetti della tassazione progressiva che si possono considerare iniqui. Sarebbe allora da prendere in considerazione solo se, dopo aver tentato seriamente di applicare metodi più equi, si scoprisse che questi sono inadeguati a ottenere un cambiamento sufficiente. Anche così, si dovrebbe avere la dovuta considerazione per il principio del duplice effetto. Vorrei anche far notare che, a mio modo di vedere, la tassazione progressiva sarebbe veramente compatibile col distributismo soltanto se applicata a livello locale, più che nazionale o federale. Lo ammetto, ritengo che oggi come oggi questo sia probabilmente necessario, ma è perché il capitalismo storicamente ha usato il fisco e altre leggi per consolidare l’attuale ambiente economico e possono occorrere gli stessi strumenti per disfare ciò che hanno messo su. Tuttavia questo è un problema che sto ancora studiando, perciò la mia posizione potrebbe cambiare. Ad ogni modo, sarei il primo a rallegrarmi se si potesse raggiungere una più ampia distribuzione della proprietà produttiva privata senza questo genere di misure drastiche. Raccomanderei con forza di evitare la tassazione progressiva, se farlo è possibile, perché credo che il non usare simili misure sia più coerente con le idee che stanno alla base del distributismo.

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1] R.H. Tawney, “La società acquisitiva” in Opere, UTET 1975; Henry George, Progresso e povertà, R. Schalkenbach Foundation, 1967; Karl Polany, La grande trasformazione, Einaudi 1974.

[2] Da qui, la parola “crescita” (increase) ricorre varie volte per alcune righe e io sempre con “crescita” traduco; ma sarà crescita economica generale o crescita del fatturato o crescita delle entrate seconda che parli di economia mondiale o di singole aziende o di prestatori di denaro.

[3] Nel senso dello scoprire, del prender coscienza che la società esiste.

[4] Pio IX, Quadragesimo anno, par. 120.

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